Pandora Papers: tesori, manager, imprenditori, vip, italiani e di tutto il mondo con un solo obbiettivo “offshore”

 

Cinque anni dopo i Panama Papers, una nuova inchiesta giornalistica internazionale ancora più ampia svela le ricchezze nascoste nei paradisi fiscali da migliaia di potenti di tutto il mondo. Ci sono 35 capi di Stato o di governo. Più di 300 politici di oltre novanta nazioni: ministri, leader di partito, parlamentari. Insieme a generali, capi dei servizi segreti, manager pubblici e privati, banchieri, industriali. Le nuove carte, chiamate Pandora Papers, documentano una miriade di affari ricchissimi con i nomi dei beneficiari, finora tenuti segreti. L’elenco degli azionisti schermati dal velo delle società offshore comprende il premier della Repubblica Ceca, il ministro olandese dell’Economia, l’ex capo del governo britannico Tony Blair, il Re di Giordania e presidenti in carica di Paesi come Ucraina, Kenya, Cile, Ecuador. Nella lista spiccano i nomi di molte celebrità dello sport, della moda e dello spettacolo. Ma ci sono anche criminali. Ex terroristi. Bancarottieri. Trafficanti di droga. E boss mafiosi, anche italiani, con i loro tesorieri.

Migliaia di personaggi diversi per origini e storie personali, legati tra loro da un unico filo rosso: sono tutti clienti di 14 riservatissimi studi internazionali che fabbricano “offshore”. Cioè società collocate in giurisdizioni estere dove non esistono le tasse. E i titolari possono restare anonimi. Invisibili. E occultare le loro ricchezze al fisco, alla giustizia, agli elettori, a tutti gli altri cittadini. Che quindi sono costretti a pagare anche per questi privilegiati i costi di sanità, sicurezza, scuole, strade, ferrovie, acquedotti e tutti i servizi essenziali finanziati dagli stati nazionali con le entrate fiscali. I danni per la società civile causati dal proliferare di questi rifugi offshore sono ancora aumentati in questi tempi di pandemia, che ha innescato una crisi economica senza precedenti, moltiplicando le spese dello Stato per la sanità e per aiutare i più deboli.

L’inchiesta, coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), si chiama Pandora Papers perché scoperchia un vaso di veleni di portata mondiale. Più di 11,9 milioni di documenti con i nomi di oltre 29 mila beneficiari di società offshore, fino a ieri sconosciuti. Dietro le carte intestate ai fiduciari, emergono per la prima volta investimenti e patrimoni esteri di politici europei e sudamericani, dittatori africani, ministri asiatici, sceicchi arabi. Le casseforti segrete di 46 oligarchi russi. Le offshore che azzerano le tasse a una super casta di oltre 130 multi-miliardari americani, indiani, messicani e di altre nazioni. I risultati dell’inchiesta, durata quasi due anni, sono il frutto del lavoro collettivo di oltre 600 giornalisti di 150 testate internazionali, tra cui l’Espresso in esclusiva per l’Italia. Dal Washington Post a Le Monde, dalla Bbc a El Pais, dai siti russi ai quotidiani sudamericani, indiani, australiani e africani, dall’Espresso alle tv svedesi e tedesche, i giornalisti di 117 nazioni diverse si sono impegnati a lavorare insieme, a scambiarsi ogni giorno notizie e documenti, fotografie e contatti, su una piattaforma informatica messa a punto dal consorzio. E a pubblicare i risultati dell’inchiesta nello stesso momento, all’unisono, a partire dalle 18.30 di oggi, domenica 3 ottobre. «Pandora Papers è la più grande inchiesta collettiva nella storia del giornalismo», scrive Icij nell’articolo di presentazione.

I Pandora Papers documentano, tra mille altre storie mai raccontate prima d’ora, che il Re della Giordania, Abdullah II, ha acquistato ville e terreni negli Stati Uniti e a Londra, per oltre 100 milioni di euro, tramite offshore personali, mentre il suo governo riceveva miliardi dagli Usa per combattere il terrorismo ed evitare una rivoluzione araba in un paese alleato. Alle domande del consorzio, il Re della Giordania, attraverso un portavoce, ha risposto che lui, come sovrano, non paga le tasse. E i suoi investimenti esteri non sono stati dichiarati per ragioni di sicurezza e privacy.

In Europa, il premier ceco Andrej Babis, che guida un governo populista di destra, ha usato società-schermo delle Isole Vergini Britanniche, nel 2009, per acquistare una villa da 22 milioni in Costa Azzurra. E non ha mai dichiarato quella proprietà estera alle autorità del suo Paese. Dove nel 2017 ha vinto le elezioni promettendo di combattere la corruzione e i privilegi delle élite.

In Olanda, il ministro dell’Economia, Wopke Hoekstra, cristiano-democratico, che ha spesso attaccato l’Italia in nome del rigore finanziario, è entrato nel 2009 in una offshore controllata da una cordata di ex manager di un colosso bancario di Amsterdam, Abn-Amro. Ed è così diventato uno degli azionisti anonimi di una nota compagnia di safari in Africa. È rimasto nella offshore anche dopo l’elezione a senatore. E non ha mai dichiarato il suo investimento estero.

In Ucraina, il capo dello Stato, Volodimyr Zelensky, ex comico portato al successo da uno show televisivo, ha posseduto segretamente per anni, tramite una società offshore, un’azienda di produzione e distribuzione di film e programmi tv. Nel marzo 2019, un mese prima del voto, ha ceduto le sue azioni a un amico, Sergiy Shefir, che dopo il successo elettorale è stato nominato da Zelensky primo consigliere pubblico della presidenza ucraina. Il 22 settembre scorso Shefir è sfuggito a un misterioso tentativo di omicidio: un commando armato ha ferito il suo autista.

A Cipro, lo studio Anastasiades & Partners ha aiutato diversi oligarchi di Mosca, come rivela la corrispondenza interna, a creare nuove offshore per sfuggire alle sanzioni internazionali. In Russia l’affare più sorprendente riguarda però Svetlana Krivonogikh, indicata dalla stampa indipendente come ex fidanzata e madre di una figlia non riconosciuta da Vladimir Putin. I Pandora Papers rivelano che l’amica del presidente è la beneficiaria di una società offshore costituita nel 2003, esattamente un mese dopo la nascita della bambina, che ha comprato per 3 milioni e 600 mila dollari una residenza affacciata sul mare nel Principato di Monaco. Un affare gestito dagli stessi fiduciari che lavorano tuttora per gli oligarchi più vicini al presidente Putin. All’epoca del presunto flirt Svetlana lavorava come addetta alle pulizie in un hotel. Oggi ha un patrimonio personale di oltre 100 milioni.

I Panama Papers, l’inchiesta giornalistica che nel 2016 svelò per la prima volta i segreti delle offshore, si fondava sui documenti riservati di uno studio legale, Mossack Fonseca. I Pandora Papers provengono da 14 società internazionali, con basi da Dubai a Singapore, da Cipro alle Isole Vergini Britanniche, dal Belize alle Seychelles, fino alla stessa Panama City, dove questa volta la fuga di notizie riguarda lo studio Alemán, Cordero, Galindo & Lee (Alcogal), che ha tra i fondatori un ex ambasciatore panamense negli Stati Uniti. I documenti ottenuti dal consorzio Icij coprono 25 anni di operazioni offshore, dal 1996 fino al 2020, ma le prime carte risalgono al 1970.  Ognuno dei 14 “offshore provider” ha una costellazione di uffici e filiali in decine di paradisi fiscali, che funzionano come fabbriche di società anonime, messe a disposizione di banche, consulenti fiscali e studi legali di fama internazionale, che procurano ricchi clienti da tutto il mondo.

Tra le tante celebrità sedotte dalle offshore compaiono la super modella tedesca Claudia Schiffer, registrata con il cognome della madre, star della musica come Shakira e Elton John, big internazionali del calcio, motociclismo e altri sport come il cricket. Il cantante spagnolo Julio Iglesias, 78 anni, è schedato come beneficiario di almeno venti società delle Isole Vergini Britanniche. Tesorerie caraibiche con tassazione zero, utilizzate da Iglesias, in particolare, per acquistare ville e terreni in Florida, a nord di Miami, nell’esclusiva isola privata di Indian Creek, protetta da bunker di guardie armate, per un valore dichiarato di 111 milioni di dollari.

Come Mossack Fonseca a Panama, molte delle 14 società internazionali di gestione fiduciaria delle ricchezze dei vip hanno legami strettissimi con il potere politico, che decide le leggi fiscali, e con le autorità di controllo, che dovrebbero indagare anche su richiesta di magistrati stranieri. In Belize, un paradiso offshore che offre garanzie di totale anonimato, e per questo risulta frequentato da pericolosi criminali e grandi riciclatori di denaro sporco, le due agenzie fiduciarie più importanti sono state create dall’ex procuratore generale nazionale. A Cipro il primo offshore provider è lo studio di consulenze legali e fiscali fondato dall’attuale Presidente della Repubblica, Nicos Anastasiades, e oggi gestito dalle sue due figlie.

Ma con i soldi, gli amici in paradiso si trovano anche vicino all’Italia. I Pandora Papers mostrano che un boss della camorra, Raffaele Amato, ha utilizzato una compagnia di fiduciari con base a Montecarlo per schermare la proprietà di una società-cassaforte inglese, che ha comprato terreni e immobili in Spagna. Amato è stato il capo degli «scissionisti», l’alleanza di clan camorristi che fu al centro della sanguinaria guerra di mafia che ha ispirato il libro e la serie televisiva Gomorra. Arrestato nel 2009 dopo anni di latitanza proprio in Spagna ed estradato in Italia, il boss Amato sta scontando una condanna definitiva a vent’anni di reclusione. I suoi fiduciari di Montecarlo, contattati più volte dal consorzio Icij, non hanno risposto alle nostre domande e richieste di chiarimenti.

I Pandora Papers portano alla luce anche molti nuovi documenti su società offshore, intestate ad altri cittadini italiani, che erano menzionate, senza tutti i particolari che emergono ora, in varie indagini giudiziarie o fiscali. Ad esempio, l’ex nazifascista Delfo Zorzi, intercettato dalla polizia italiana nel 1997 mentre era latitante, utilizzava per le comunicazioni più riservate un telefonino intestato alla filiale svizzera di una misteriosa società offshore. La sua esistenza e le sue attività in Italia, dove Zorzi controllava segretamente catene di negozi e aziende di abbigliamento, fu svelata da un’inchiesta giornalistica dell’Espresso firmata da Alessandro Gilioli. I Pandora Papers ora documentano che Zorzi era cliente della Fidinam, una società fiduciaria svizzera controllata da prestigiosi avvocati ed ex magistrati, che aveva registrato quel cliente con il suo nuovo nome giapponese, Hagen Roi, ottenuto a Tokyo dove vive dagli anni ’70. Processato e condannato in primo grado per la strage di Piazza Fontana, Zorzi è stato assolto in appello e la Cassazione ha confermato in via definitiva la sua innocenza. Nel suo curriculum giudiziario compare solo una vecchia condanna definitiva dopo un arresto in Veneto nel 1968 per armi ed esplosivi.

Dai Pandora Papers emergono anche le società estere che sono finite al centro delle indagini del fisco spagnolo su Carlo Ancelotti, l’ex calciatore che adesso allena il Real Madrid, dopo anni di successi in Italia e all’estero. Ancelotti non ha risposto alle domande inviate dall’Espresso, da El Pais e dal consorzio Icij. Silenzio totale anche da Zorzi-Hagen.

Nella montagna di documenti dei Pandora Papers ci sono molti altri nomi italiani, finora mai emersi: celebrità del calcio, moda e spettacolo, politici e loro familiari, evasori fiscali con i loro consulenti, mafiosi con i loro tesorieri. Le loro avventure nello spazio offshore verranno raccontate in esclusiva dall’Espresso a partire da venerdì prossimo (nell’edizione digitale accessibile da questo sito per gli abbonati) e nel numero su carta in edicola con Repubblica da domenica 10 ottobre.

Le notizie pubblicate in questo articolo sono il frutto del lavoro collettivo dei giornalisti dell’Espresso e dei cronisti investigativi che fanno parte del consorzio e di altre testate internazionali, in particolare Fergus Shiel, Scilla Alecci, Jelena Cosic, Emilia Diaz-Struck, Will Fitzgibbon e Spencer Woodman (Icij), Roman Anin (Istories), Sylvain Besson (Tamedia), Joachim Dyfvermark (Svt), Daniele Grasso (El Pais), Kevin Hall (Miami Herald), Luke Harding (Guardian), Karlijn Kuijpers (Platform Investico), Mauritius Much (Sueddeutsche Zeitung), James Oliver (Bbc), Roman Shleynov (Occrp).

non dimentichiamo che nel 2016 i due  Anche i nomi di due reatini, gli imprenditori di Cittaducale Sergio e il figlio Simone Vicari, figurano nella lista dei primi 100 nomi italiani che il settimanale L’Espresso ha pubblicato in riferimento allo scandali Panama Papers, le migliaia di documenti finiti nelle mani dell’Icji, il consorzio di giornalismo investigativo. Si tratta di una prima tranche degli 800 italiani coinvolti, per lo più imprenditori e manager ma anche personaggi dello spettacolo. Sergio Vicari, ex dirigente della Texas, in passato è già balzato agli onori delle cronache giudiziarie nazionali. Nel febbario dello scorso anno in particolare gli sono stati sequestrati beni per oltre un milione di euro. La vicenda a Pordenone, in Friuli, dove la guardia di Finanza ha scoperto una maxifrode fiscale, con il ricorso a fatture per operazioni inesistenti, con imprese italiane ed estere costituite appositamente e un’evasione dell’Iva per 2 milioni 470mila euro tra 2010 e il 2011. Tra le persone coinvolte, appunto, anche l’imprenditore di Cittaducale che già in passato era stato al centro di una maxitruffa, allora in Sardegna, nel campo dell’elettronica. Sull’isola, l’imprenditore, secondo l’indagine, prometteva l’apertura di aziende elettroniche – ad Alghero, la Di.Com, che avrebbe dovuto produrre videoproiettori senza fili – prenotando lotti per capannoni e chiedendo fondi a sostegno dell’imprenditoria. Vicari ottenne 20 miliardi dalla Comunità europea. Ma il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza appurò che i fondi erano finiti in Lussemburgo. Vennero sequestrati beni per un valore di 1,7 milioni di euro: per gli investigatori, si trattava di parte dei finanziamenti percepiti dall’Europa e vennero sequestrati. Il processo a carico della DiCom si chiuse con la condanna a quattro anni per Vicari e due per il figlio Simone. Oggi i due imprenditori di Cittaducale tornano alla ribalta per lo scandalo “Panama Papers” il nome dato agli 11,5 milioni di documenti emersi grazie a un’inchiesta giornalistica, la più grande fuga di notizie finanziarie della storia e che riguarda lo studio legale Mossack e Fonseca di Panama, specializzata in società offshore.

  • Ambrosione Francesco, Cuneo, imprenditore
  • Angiolini Marco Angelo, Varese, immobiliarista
  • Anti Michele, Roma, procuratore finaziario
  • Apolloni Gianluca, Roma, commercialista
  • Astarita Ercole, Napoli, imprenditore
  • Baglietto Giovanni Battista, Savona, imprenditore
  • Battistini Andrea, Rimini, imprenditore
  • Benfenati Gabriele, Reggio Emilia, armatore
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  • Bigi Mauro, Firenze, imprenditore
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  • Calugi Candido, Firenze, imprenditore
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  • Carturan Mauro, Padova, commerciante
  • Chimento Adriano, Vicenza, gioielliere
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  • De Carlo Pantaleo, Udine, imprenditore
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  • De Montis Marco, Roma, imprenditore
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  • Di Girolamo Nicola, Roma, ex senatore Pdl e avvocato
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  • Giammetti Giancarlo, Londra, manager
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  • Hoekstra Jacob, Vercelli, imprenditore
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  • Lapenna Eugenio, Roma, procuratore
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  • Massini Rosati Gianluca, Perugia, fiscalista
  • Menichetti Marcello, Firenze, amministratore
  • Monteleone Lorenzo, Biella, imprenditore
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  • Nicosia Donaldo, Miami, manager latitante
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  • Palazzolo Pietro, Estero, imprenditore
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  • Rovelli Oscar, Svizzera, erede Nino Rovelli
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  • Sacchi Silvio, Napoli, avvocato ed ex magistrato
  • Senesi Sergio, Genova, imprenditore
  • Sibona Bruna, Cuneo, imprenditore
  • Sibona Giancarlo, Cuneo, imprenditore
  • Smid Thomas, Rimini, ex tennista
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  • Strafingher Friedrich, Modena, imprenditore
  • Sturlese Marco, La Spezia, finanziere
  • Taroni Paolo, Imperia, imprenditore
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  • Vacca Santiago, Savona, commercialista
  • Valentini Emanuele, Roma, imprenditore
  • Valiante Giulio, Milano, imprenditore
  • Vanelli Lorenzo, Massa Carrara, imprenditore
  • Verdone Carlo, Roma, attore
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  • Vicari Simone, Rieti, imprenditore
  • Villevielle Bideri Flavio, Roma, editore
  • Villevielle Bideri Silvia, Roma, editore
  • Villevielle Valentino, Roma, editore
  • Zito Angelo, Lussemburgo, broker

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