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So Not Worth It, la sitcom sugli studenti universitari internazionali

Un gruppetto di ragazzi provenienti da tutto il mondo che studiano alla Daehan International University sono i protagonisti di questa sitcom dal 18 giugno su Netflix leggera, briosa e senza pensieri

So Not Worth It è la serie dal cast internazionale che, reperibile dal 18 giugno su Netflix, descrive le attività extrascolatische di un gruppetto di studenti stranieri iscritti alla Daehan International University. In tempi di pandemia, molti ricorderanno con più nostalgia gli anni dell’Erasmus e dell’aria cosmopolita che vi si respirava, tuttavia, i protagonisti di questa sitcom sono ancora più fortunati, membri di un’istituzione riservata a stranieri, a coreani figli di stranieri o a stranieri discendenti da famiglie locali. Ciascuno dei protagonisti (con un’eccezione) rientrano in questa categoria: Hans è svedese, Terris sudafricano, Carson e Jamie americani, Minnie thailandese. Sam è cresciuto in Australia da genitori asiatici e Hyun-min è coreano ma di padre nordafricano. Unica eccezione, Se-wan, studentessa che fa da liasion tra il corpo studentesco straniero e il personale universitario. Non li vediamo mai frequentare una lezione, ma solamente ciondolare in mensa o nelle aree di svago comuni dove chiacchierano, spettegolano, si scambiano confidenze e tessono amicizie e storie d’amore. In pratica, vivono la gioventù che tutti desidererebbero.

Anche loro hanno dei crucci: chi è sempre in bolletta, chi soffre sempre qualche crisi sentimentale, chi non riesce ad abituarsi alla vita comunitaria, chi è costretto a nascondersi per godere dei vantaggi logistici del pernottare nel dormitorio adiacente la facoltà: insieme, la cricca di Daehan cerca di risolvere i problemi uno dell’altro, sempre contenendo la narrazione nei limiti della commedia. So Not Worth It è un k-drama, una produzione coreana, ma potrebbe essere tranquillamente americana, britannica o francese in virtù del cosmopolitismo del suo cast, reperito tra immigrati e mezzosangue coreani. Alcuni sono volti già noti al pubblico delle serie, come la bionda Carson Allen vista in When the Camelia Blooms, altri sono alla prima esperienza, elemento che conferisce freschezza e spontaneità alla sitcom, più “vissuta” che recitata.

Come altre sitcom coreane con un cast di esordienti, anche So Not Worth It lascia alla maggior parte degli attori il proprio vero nome (era accaduto anche con Vampire Idol, dove tre personaggi si chiamavano come i protagonisti, celebri modelli) e la libertà di infondere ai rispettivi personaggi i tratti del proprio carattere. Il risultato conferisce alla serie una fruizione da reality – una sorta di Grande fratello studentesco – più che da fiction, una colorata e vivacissima cronaca della vita di tutti i giorni degli studenti internazionali. Il tentativo di affidare a Se-wan – disposta agli espedienti più fantasiosi per sbarcare il lunario – una linea narrativa meno leggera e lievemente drammatica (presumibilmente per dare spessore e realismo alla narrazione) si dimostra in realtà una svista clamorosa. Sia perché Se-wan è il personaggio meno riuscito e più scialbo di tutti, sia perché la totale, spensierata e spumeggiante vacuità di So Not Worth It è il suo punto di forza.

So Not Worth It si iscrive nelle altre produzioni originali di Netflix provenienti da Corea del Sud, Cina, Tailandia, India, così come da Germania, Spagna, Francia e Italia che cercano un compromesso – o un equilibrio – tra la specificità del tipo di serialità locale e un respiro più internazionale e edibile per il pubblico straniero. Con Hospital Playlist, brillante serie medical coreana ispirata a Er – Medici in prima linea, l’esperimento si è rivelato un successo: lo stile della narrazione, il numero di episodi e di stagioni, la scansione settimanale, il format sono americani, mentre la fusione degli estremi della commedia e del dramma e il tipo di personaggi è tipicamente coreano. So Not Worth It tenta lo stesso approccio con dodici episodi da mezz’ora l’uno che evocano in tutto e per tutto le sitcom americane alla Big Bang Theory, con protagonisti giovani un po’ squinternati, scenografie e costumi coloratissimi e trame leggere.

La serie è studiata a tavolino per conquistare proprio il pubblico straniero: Minnie, per esempio, è la classica ragazza tailandese ossessionata dai k-drama e questo permette di infarcire lo show di citazioni su serie e attori noti: da Descendants of the Sun a Goblin, da Prison Playbook a Reply 1988, So Not Worth It attinge al patrimonio popolarculturale che accomunerà la maggior parte dei suoi spettatori. Cerca anche di trovare punti di incontro tra le varie culture, per esempi cercando di spiegare l’ossessione dei coreani per la chirurgia estetica o la loro incommensurabile pruderie. Nel cast ci sono anche due idol, Minnie delle (G)I-dle e Choi Young-Jae dei GOT7, presenze che vanno a soddisfare la quota di membri di k-pop band ormai d’obbligo in teen drama e non solo.

So Not Worth It, in quanto esperimento, può dirsi riuscito: funziona l’ensemble dei personaggi e il registro comico, la confezione cool e il ritmo brioso. Nella pratica, non gode di personaggi bizzarri e trascinanti come la citata Big Bang Theory e non colpisce per le tematiche forti come farebbe Skam. Si lascia guardare, scatenando un po’ di invidia per la vita culturalmente ricchissima ed eccitante che vivono i suoi protagonisti.

*Quando noterete l’orecchino a forma di svastica di Sam, non agitatevi. Quella che vedete è un ideogramma (in cinese si pronuncia Wan, in giapponese Manji, chi ha letto il manga L’Immortale lo riconoscerà immediatamente), un simbolo del buddismo spesso rappresentato sulle statue del Buddha (sulla mappe indica anche la presenza di un tempio) che non suggerisce nessuna affiliazione estrema del personaggio. Rincuoratevi.

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