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Spencer: Il ritratto dolente di una principessa spezzata

Il talentuoso cineasta cileno Pablo Larrain, classe ’74, si va specializzando sempre più in ritratti femminili potenti: prima Jackie su Jacqueline Kennedy, poi Ema, adesso Spencer, sull’icona Lady Diana colta nel pieno della sua crisi personale. L’arco di tempo scelto per raccontarla è volutamente stretto: i tre giorni di festività natalizie nella residenza reale di Sandringham. Una scelta registica quanto mai intelligente, sia per evitare l’effetto saga The Crown, sia per proteggersi da confronti o critiche sul ritratto del personaggio che si pone sin dal principio come parziale. Come a dire chiaro e tondo sin da subito: questa che vedete non è Diana, è la nostra idea di ciò che può aver provato Diana in quei tre giorni. Il film, in sostanza, non racconta tanto chi fosse la principessa del Galles, ma come stesse (o meglio, come potesse stare) nella gabbia dorata della famiglia regale.

Più che l’icona amata dal pubblico ritroviamo quindi una donna spezzata, una madre generosa ma triste, una moglie insofferente, una nuora difficile da gestire nella sua ostinazione a non adeguarsi alle rigide regole di corte. Sregolata e malinconica, sofferente e ritardataria, la Diana di Spencer non vede futuro. Soffre di tutto e per tutto: sullo schermo scorrono i problemi alimentari, su cui il film insiste molto, come i problemi affettivi (la voglia di condivisione e la frustrazione nel non ricevere alcuna empatia dalla famiglia reale) e quel senso costante di non appartenenza che la porta a cercare conforto altrove, magari nel cappotto logoro del padre ritrovato addosso a uno spaventapasseri.

La performance di Kristen Stewart è notevole negli sguardi colmi di disagio, nella camminata nervosa e nello sfoggio di una fisicità compressa, repressa, specchio di un’anima trattenuta entro steccati troppo stretti. Purtroppo non basta a rendere la complessità del personaggio e la serie di espressioni, smorfie e gesti somiglianti all’originale al limite dell’imitazione non basta a renderla memorabile come Lady Diana. Questo non è, in altre parole, il ruolo della vita di Kristen Stewart, non verrà ricordata per questo e la sua performance, per quanto di livello, non è indimenticabile. Anzi in alcuni momenti rischia addirittura di trasformare il personaggio in una macchietta bidimensionale, una sorta di principessa capricciosa che si fa sempre attendere da chiunque e ha da ridire su vestiti, gioielli e pasti che le sue coetanee non potrebbero neanche lontanamente permettersi.

Resta la potenza suggestiva di un film che presenta delle scelte discutibili – su tutte lo spettro ricorrente di Anna Bolena, alla lunga poco sopportabile – ma rivela una regia sapiente nel raccontare proprio la gabbia dorata reale. Spazi ampissimi e stracolmi di ogni privilegio eppure così vuoti, algidi, isolati. Spencer è un film sull’isolamento assoluto di una donna lasciata in balia di se stessa e dei suoi fantasmi, costantemente controllata (ottimo Timothy Spall nei panni dell’onnipresente scudiero della regina), spiata in tutti i suoi discorsi e movimenti. Quando, in fondo, le sarebbe bastato solo “un po’ di amore, shock e risate”, come suggerisce la sua confidente Maggie (Sally Hawkins, sempre superlativa). O forse un miracolo, come canta lei stessa a squarciagola alla guida: “All I need is a miracle”.

 

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