cronaca

“Stroncature”, il crepuscolo dell’editoria: una Babilonia letteraria che censura ed epura

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Chi segue Atlas nella speranza di trovare, prima o poi, una stroncatura deve rassegnarsi. La rubrica ha una filosofia precisa: parlare solo di ciò che ritiene meritevole, il resto è silenzio e oblio.

Davide Brullo lo spiega benissimo nella sua raccolta di “Stroncature” pubblicata per Gog Edizioni:

“Stroncare un altro è, prima di tutto, voltare il falcetto contro il proprio corpo – squartarsi. Ciò che si rimprovera alla scrittura dell’altro, fino al dileggio, è una spietata analisi dei propri difetti: l’altro è lo specchio delle proprie mancanze”.

Lo scrittore rispetta il patto col lettore al punto che, a fine volume, “Davide Brullo stronca Davide Brullo” senza risparmiarsi:

“Brullo è, al contempo, giornalista e prof, poeta e romanziere, traduttore e autore di testi per il teatro. Nessuna di queste tante, troppe attività gli ha dato gloria, Brullo è un po’ tutto e un po’ niente, e questo è un po’ troppo per la pazienza di un lettore.”

Questa è solo una delle regole auree del buon stroncatore, nelle prime pagine ce ne sono altre 1. Uno stroncatore deve essere libero, privo di padrini e padri nobili. 2. Uno stroncatore deve conoscere minuziosamente l’opera in esame riportandone i passaggi. 3. Uno stroncatore deve stroncare chi è più in alto di lui, la stroncatura è una lotta impari tra Davide e Golia.

Il giornalismo è pieno di Davide che lottano a colpi di clava e povero di quelli che lo fanno in punta di fioretto. Davide Brullo avanza a raffiche di Gatling, storica mitragliatrice della guerra civile americana, colpendoci con proiettili affilati e lasciandoci rantolare in un lago di risate. Crudele, provocatorio, irrispettoso, il direttore di Pangea ci accompagna lungo un centinaio di pagine che si divorano come olive. Virgola dopo virgola il lettore viene assalito da un dolce retrogusto di demolizione, mortificazione e umiliazione.

Il volume non è solo un contentino per chi vuol veder crollare gli idoli della “cultura” italiana. Brullo confeziona un’amara riflessione sul mondo dell’editoria prossimo al crepuscolo. Gli scrittori sono superbi, onanisti ed egocentrici. Così muore la letteratura: sotto “Super Editor” viziati e premi letterari più simili a sedute psicoterapeutiche di gruppo. Una Babilonia letteraria che attacca, censura ed epura. Lo vediamo in quelle rigacce nere che secondo l’avvocato di Alessandro D’Avenia coprirebbero degli attacchi personali o nella lettera adirata di Antonio Scurati.

La spietatezza di Brullo apre un barlume di speranza. Ci fa capire cosa la letteratura non deve essere, ma centellina qua e là piccole nozioni per farci capire cosa invece deve essere:

Scrivere, lo sappiamo, non è un gesto “immediato”, ma strategico, non s’improvvisa la costruzione di una capitale né la disposizione di un esercito.

La repulsione è il metro della grande scrittura […] leggere è una danza: prima si calpestano i piedi allo scrittore, poi se ne comprende il ritmo, la seduzione.

La grande scrittura è imperiale, impietosa, assoluta: pretende l’obbedienza del lettore.

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