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Arriva su Amazon “C’ERANO ROSSINI, I LOCAL HERO E CASTEL BELFORT” è il quarto libro di MOSBY EUGENIO BOLLANI

“C’ERANO ROSSINI, I LOCAL HERO E CASTEL BELFORT” è il quarto libro di MOSBY EUGENIO BOLLANI su Amazon sia in formato Kindle che fisico con copertina flessibile.

Andate sull’altipiano della Paganella, immaginatevi un grande evento televisivo dedicato alla musica e pensato per promuovere le varie regioni italiane attraverso i propri Local Hero musicali. Questi sono gli ingredienti della quarta e nuova avventura di Francesco Rossini, il regista videomaker che suo malgrado si ritrova a risolvere situazioni che non gli appartengono.

Questa volta il tutto inizia con la degustazione di un caffè con la cremina bevuto al “Napoli Cafè” di Milano, per finire con la classica mangiata pantagruelica innaffiata di Teroldego alla Trattoria “Mangia & Taci” di Montanea. I protagonisti son sempre quelli Eusebio il Sindaco vulcano di idee con i suoi due assessori ultra settantenni, la dj Simona Palmer che ricorda una nota pornostar, due creativi pubblicitari della “Milano da Bere”, un cane terranova chiamato Garfunkel, Eva Fonkler una mora mozzafiato che sa il fatto suo e Ginevra Conti la bionda sicana innamorata di Francesco. E poi c’è la storia di un regista televisivo misteriosamente scomparso che doveva unirsi all’organizzazione e produzione del grande evento musicale. Francesco come al solito sarà obbligato a sciogliere tutti i nodi dell’intricata matassa, non avara di colpi di scena e di tragiche vicissitudini. Chissà se ci riuscirà da solo, basta leggere il libro e si capirà, anche se questa volta … la sua vita cambierà radicalmente. Buona lettura.

Mosby Eugenio Bollani è nato un 29 febbraio di sedici compleanni fa (li fate voi i conti…). Creativo, videomaker, regista, papà, nonno. Amante delle montagne trentine e dei cannoli siciliani. Nel suo curriculum si leggono nomi di agenzie pubblicitarie, case editrici, emittenti radio televisive. È stato uno dei primi dj delle “prime” radio libere, il primo creativo italiano a fare un videoclip musicale, tra i primi a usare giornalisti come testimonial delle proprie testate. Ha lavorato come buon secondo accanto a famosi imprenditori che si occupavano dalla televisione alle t-shirt. Ha realizzato spot per il sociale, per delle robe da vestire e anche da mangiare. Ha seguito tre Sanremo per la prima radio italiana in televisione. Ha realizzato video reportage su opere no-profit dall’Argentina alla Sicilia, ha firmato la regia di un docu-film su Pavarotti e su opere teatrali con protagonisti abili e disabili. Crede che si debba sempre imparare qualcosa di nuovo…

 

https://www.giallosapevo.it/

https://www.facebook.com/EugenioBollaniGiallosapevo

 

Amazon Said To Make $9 Billion Offer For MGM

Amazon is weeks into negotiations on a deal to acquire MGM for about $9 billion, industry sources tell Variety.

Chatter that Amazon (and other tech giants) have been sniffing around MGM has circulated for some time. But sources indicated that Amazon’s interest in acquiring the studio has taken on a new tenor beyond the usual rumor mill. The deal is said to be being orchestrated by Mike Hopkins, senior VP of Amazon Studios and Prime Video, directly with MGM board chairman Kevin Ulrich, whose Anchorage Capital is a major MGM shareholder.

Reps for Amazon and MGM declined to comment.

MGM had already effectively nailed up a “for sale” sign: Variety confirmed in December that the company was looking for a buyer.

News of Amazon’s talks with MGM began to swirl this weekend. The Information reported Monday that Amazon was in talks about a potential deal for MGM, which could run between $7 billion and $10 billion. Industry sources said MGM reps have been whispering to prospective buyers for month about a price tag of $9 billion while others see it as worth about $5 billion.

In a sign Amazon has upped its focus on entertainment, last week the company announced that it had tapped Jeff Blackburn, a former high-ranking executive who recently exited the ecommerce giant, to return to Amazon in a new role overseeing a consolidated global media and entertainment group.

Amazon currently has more than 200 million Prime members worldwide, and Jeff Bezos recently told investors that 175 million of those streamed Prime Video content in the past year. The company clearly wants to turn Prime Video into an even bigger habit for its customers worldwide — and a quick way to do that would be to stir MGM’s extensive library of titles into the mix.

MGM claims to own one of the world’s “deepest libraries” of premium film and TV content.

Its 4,000 film titles include the James Bond, Hobbit, Rocky/Creed, RoboCop and Pink Panther franchises, as well as movies like “The Silence of the Lambs,” “The Magnificent Seven” and “Four Weddings and a Funeral.” The MGM TV library includes approximately 17,000 episodes of programming, including “Stargate SG-1,” “Stargate Atlantis,” “Stargate Universe,” “Vikings,” “Fargo,” “The Handmaid’s Tale,” “Get Shorty,” “Condor,” “Fame,” “American Gladiators,” “Teen Wolf” and “In the Heat of the Night.” Unscripted shows in its portfolio include “The Voice,” “Survivor,” “Shark Tank,” “”The Real Housewives of Beverly Hills” and “The Hills.”

For Amazon, media is a relatively small piece of its gargantuan empire but represents a fast-growing business segment. In 2020, the company spent $11 billion on TV shows, movies and music for Prime services — up 40% from the year prior.

For the first three months of 2021, MGM Holdings reported revenue of $403.3 million (up 27% year over year) and net income of $29.3 million (versus a net loss of $12.1 million the year prior).

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Amazon, presa di posizione contro lo sciopero dei corrieri

Cosi come riportato sul ilcittadinomb.it LEGGI Lo sciopero – Il gruppo Amazon risponde in un comunicato allo sciopero dei lavoratori per ottenere tutele per tutti i driver: «I fornitori di servizi di consegna sono innanzitutto nostri partner, e noi lavoriamo insieme a loro per definire degli obiettivi realistici che non mettano sotto pressione loro e i loro dipendenti».

Il gruppo Amazon risponde in un comunicato allo sciopero dei lavoratori per ottenere tutele per tutti i driver con presidi davanti alle sedi lombarde di Burago di Molgora, Buccinasco e Origgio.

«I fornitori di servizi di consegna – spiega l’azienda – sono innanzitutto nostri partner, e noi lavoriamo insieme a loro per definire degli obiettivi realistici che non mettano sotto pressione loro e i loro dipendenti. Per questo motivo viene utilizzata una tecnologia di definizione delle rotte che prende in considerazione molteplici aspetti per determinare la quantità di pacchi che un autista può consegnare in sicurezza durante il suo turno di lavoro».

«Richiediamo inoltre ai nostri fornitori – continua – di garantire che gli autisti ricevano compensi adeguati, siano trattati con rispetto, si attengano a tutte le normative vigenti e al codice della strada. Amazon conduce frequenti audit di conformità dei propri fornitori ed effettua verifiche su qualsiasi segnalazione di possibili infrazioni».

Anche sulla stabilizzazione dei contratti l’azienda accredita un’altra versione rispetto a quella dei sindacati, che nella sede di Burago hanno evidenziato il problema per circa 80 lavoratori che operano da anni nella filiera : «Durante l’anno la gran parte degli autisti ha contratti a tempo indeterminato. Dati i volumi variabili della nostra attività, come ad esempio durante il periodo natalizio, i nostri partner ricorrono anche ad autisti con contratti in somministrazione per sopperire ai picchi di lavoro». Posizioni ben distanti dalle richieste sindacali.

fonte:https://www.ilcittadinomb.it/stories/Economia/amazon-la-risposta-dellazienda-allo-sciopero-dei-corrieri_1341656_11/

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QUAL È LO SCOPO DI WEB PNEUMATICI

Lo scopo di Web Pneumatici è quello di battere la crisi offrendo un’ampia gamma di prodotti a prezzi super convenienti venendo incontro a tutte le esigenze della clientela offrendo parallelamente un servizio di informazione volto a migliorare la comprensione del consumatore in materia di pneumatici.

I PNEUMATICI IN VENDITA SU WEB PNEUMATICI SONO NUOVI?

Assolutamente sì,salvo diversa ed esplicita informazione riportata nel dettaglio prodotto, tutti gli pneumatici disponibili sul nostro sito sono nuovi con DOT inferiori ai 18 mesi e garantiti dalle case produttrici fino a 24 mesi per difetti di produzione. Vi ricordiamo che il guasto accidentale non è coperto dalla garanzia in essere.

L’IMPOSTA SUL VALORE AGGIUNTO E LE SPESE DI SPEDIZIONE SONO COMPRESE NEL PREZZO?

Sì, tutti i prezzi sono comprensivi di IVA e spese di spedizione. Nel carrello verrà inoltre aggiunto il contributo ambientale per lo smaltimento dei pneumatici, il PFU, obbligatorio per legge.

IL PFU È RICHIESTO ANCHE AL MOMENTO DEL MONTAGGIO AD OPERA DEI GOMMISTI?

La nuova normativa impone il pagamento al momento dell’acquisto. Tale contributo obbligatorio è pari a € 2,00 + IVAper le gomme d’auto, mentre per le moto è € 1,00 + IVA; esso non è un costo relativo ad un servizio che offriamo ma un importo che transitiamo allo Stato (come se fosse un’imposta). Va pagato una volta sola, pertanto quando ti recherai in officina per il montaggio delle gomme il gommista non potrà chiederne nuovamente il pagamento. In caso di problemi esibite la nostra fattura nella quale abbiamo provveduto a dettagliare l’apposita voce.

CHI MONTA I PNEUMATICI?

Web Pneumatici lascia ampia discrezionalità in merito. Infatti, i nostri clienti sono liberi di scegliere un operatore di loro fiducia oppure affidarsi alla nostre officine convenzionate scegliendo quella più vicina a loro.

DI QUALI METODI DI PAGAMENTO MI POSSO AVVALERE?

Si può pagare in completa sicurezza con Carta di credito e le maggiori carte prepagate siano esse di matrice bancaria o postale (Poste Pay) grazie alla garanzia del sistema PayPal. Web Pneumatici inoltre offre la possibilità di pagare con bonifico bancario o in contrassegno al momento della consegna della merce.

CHE COS’È PAYPAL?

PayPal è un sistema di pagamento con il quale è possibile effettuare pagamenti nei negozi online in modo sicuro, semplice e veloce ed il servizio è gratuito. I dati del vostro istituto bancario o della vostra carta di credito infatti verranno custoditi solo da PayPal. Pertanto questi non vengono trasmessi nuovamente in rete ad ogni acquisto online. Inoltre tali pagamenti vengono conclusi velocemente agevolando il venditore nel processo di evasione dell’ordine permettendo al cliente di ricevere la merce prima del solito.

POSSO RESTITUIRE LA MERCE?

Si può restituire la merce entro 10 giorni lavorativi dalla data di consegna (D.Lgs 206/2005) nel caso in cui i pneumatici non siano stati utilizzati. Le spese di trasporto sono a carico del cliente.

NON HO TROVATO LE GOMME PER LA MIA AUTO. COSA POSSO FARE?

Ti ricordiamo che i magazzini di Web Pneumatici sono in continuo aggiornamento sia nelle quantità che nei modelli e pertanto ti invitiamo a tornare presto sul nostro sito.

IN QUANTI GIORNI RICEVERÒ LA MERCE?

I tempi di consegna sono mediamente di 3 giorni lavorativi dalla ricezione dell’ordine di acquisto. Per le isole è necessario un giorno aggiuntivo e vi ricordiamo che le tempistiche potrebbero allungarsi in caso di festività.

PERCHÉ I PREZZI CHE TROVO SU WEB PNEUMATICI SONO COSÌ VANTAGGIOSI?

Web Pneumatici grazie alle grandi quantità di pneumatici venduti, di tutte le marche più importanti, riesce ad ottenere i migliori prezzi dai più grandi fornitori d’Europa.

PERCHÉ I PREZZI SUL SITO VARIANO?

Ti ricordiamo che i magazzini di Web Pneumatici sono in continuo aggiornamento a seguito dell’alta movimentazione al loro interno e per questo possono subire lievi variazioni di prezzo.

SE RISCONTRASSI DEI PROBLEMI, POTREI CONTATTARE UN TECNICO DE WEB PNEUMATICI?

Uno degli obiettivi di Web Pneumatici è informare in maniera trasparente l’utilizzatore sia da un punto di vista tecnico che commerciale, quindi non esitare ad inviarci una email o a contattarci telefonicamente.

Amazon sfora i tetti sui “somministrati”, l’Ispettorato del lavoro chiede di assumere 1.300 persone

Tra luglio e dicembre scorso la parte logistica del gruppo dell’e-commerce ha usato 1.308 lavoratori in somministrazione oltre il limite mensile di 444 contratti attivabili. Ora potranno chiedere l’assunzione a tempo indeterminato. La società: “Noi corretti, affronteremo le osservazioni delle autorità”

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MILANO – Amazon ha sforato le quote per l’utilizzo di “lavoratori somministrati” e ora dovrà assumere 1.300 lavoratori che potranno chiedere la stabilizzazione dal primo giorno del loro utilizzo. E’ quanto ha notificato l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ad Amazon dopo aver avviato un accertamento nei confronti della società Amazon Italia Logistica. Nessun rilievo invece dalle verifiche fatte sui controlli a distanza dei lavoratori.

“Si è concluso, con notificazione del verbale di contestazione del 30 maggio u.s., l’accertamento iniziato nei confronti della ditta Amazon Italia Logistica lo scorso 7 dicembre”, si legge sul portale dell’ispettorato. “È stato contestato all’azienda di aver utilizzato, nel periodo da luglio a dicembre 2017, i lavoratori somministrati oltre i limiti quantitativi individuati dal contratto collettivo applicato”, viene dettagliato. “Si evidenzia infatti che l’impresa, a fronte di un limite mensile di 444 contratti di somministrazione attivabili, nel periodo suindicato, ha invece sensibilmente superato tale limite, utilizzando in eccesso un totale di 1.308 contratti per lavoratori somministrati”.

I lavoratori somministati sono coloro che vengono assunti dalle agenzie, ma vengono impiegati presso il cosiddetto “utilizzatore” (Amazon in questo caso), sulla base di un accordo commerciale tra le due società.

L’ispettorato ha verificato che Amazon ha abusato di queste figure e ora “l’iniziativa ispettiva potrà consentire la stabilizzazione degli oltre 1.300 lavoratori interinali utilizzati oltre i limiti, i quali pertanto potranno richiedere di essere assunti, a tempo indeterminato, e a far data dal primo giorno di utilizzo, direttamente dalla società Amazon”.

L’accertamento era scattato, si spiegava a dicembre, nell’ambito delle attività ispettive programmate, “con un’attenzione prioritaria al settore della logistica e della movimentazione merci”. Erano però i giorni caldi nei quali i lavoratori del centro di Castel San Giovanni (Piacenza) avevano scioperato e manifestatocon bandiere, cartelli e slogan, proprio in occasione del Black Friday che muove miliardi di acquisti online.

Proprio alla situazione piacentina riconduce l’iniziativa dell’ispettorato il sindacalista Fiorenzo Molinari, della Filcams locale. “Quando abbiamo iniziato a fare le denunce sulle condizioni di lavoro, poi sfociate nello sciopero del Black Friday, c’è stato l’interessamento delle strutture ispettive. Evidentemente hanno verificato che c’è stata una lesione importante delle quote, che per il contratto applicato nel centro logistico prevedono un limite del 28% di tempi determinati e somministrati sul totale dell’organico annuo”, commenta a caldo a Repubblica.it. Pochi giorni fa i rappresentanti dei lavoratori a livello aziendale e il colosso hanno siglato un accordo sull’organizzazione dei turni. Ma per Molinari “non significa che non continueremo a batterci per il rispetto dei diritti. Chiederemo un incontro ad Amazon e alle agenzie di somministrazione per far rispettare i diritti di quei 1.308 lavoratori”.

La società ha tenuto a precisare che “Amazon è un datore di lavoro corretto e responsabile. Rispettiamo il lavoro svolto dall’autorità ispettiva e ci impegnamo affinchè tutte le osservazioni che ci vengono rivolte siano affrontate il più rapidamente possibile. Nello specifico in questi giorni abbiamo ricevuto il verbale di accertamento e in esso non è riportato il numero di contratti in somministrazione citato nei media e nel comunicato stampa dell’Ispettorato del Lavoro. Data l’elevata stagionalità cui è soggetta la nostra attività, ricorriamo nei periodi di picco a personale in somministrazione il cui ruolo è cruciale nell’aiutarci a gestire con efficienza il nostro lavoro. Escludendo questi periodi, la gran parte dei nostri lavoratori è assunta con contratto a tempo indeterminato e siamo costantemente impegnati nella conversione dei contratti di somministrazione in tempo indeterminato. Per esempio, il nostro centro di distribuzione di Castel San Giovanni quando ha aperto nel 2011 impiegava 150 persone a tempo indeterminato. Oggi i contratti a tempo indeterminato sono oltre 1.650 e tutti hanno iniziato con contratti in somministrazione convertiti nel corso degli anni in rapporto di lavoro a tempo indeterminato. In particolare, negli ultimi due anni le conversioni sono state rispettivamente 500 nel 2016 e 270 nel 2017 e il nostro impegno è continuare a crescere.”

Le reazioni non si fanno attendere. “L’esito dell’ispezione conferma alcune preoccupazioni che abbiamo sul modello Amazon: anche il nuovo lavoro, legato al digitale, ha dei limiti. E così si scopre che in molti casi il tasso di sfruttamento della forza lavoro è alto”, dice la segretaria confederale della Cgil, Tania Scacchetti. “E’ una vittoria dell’impegno dei lavoratori e del sindacato e conferma la nostra linea”, esulta su Twitter Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil.

“Lavoro ad Amazon, vi dico tutto”

(Fotogramma)

Per lavorare da Amazon? Bisogna avere un ‘fisico bestiale‘”. Tommaso, 35 anni, nome e età di fantasia per garantirne l’anonimato, sintetizza così con una citazione di una canzone di Luca Carboni, le difficoltà incontrate ogni giorno dai dipendenti del centro Amazon di Castel San Giovanni vicino a Piacenza. Oggi, nel giorno del Black Friday, tanto atteso per lo shopping online, è stato indetto uno sciopero nello stabilimento italiano del colosso di Seattle. La protesta è stata organizzata dai sindacati Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs Uil e Ugl terziario, per chiedere un migliore trattamento economico, oltre a una diversa regolamentazione dei turni di lavoro e riguarda anche ‘i green badge’. “Ci chiedono di fare i salti mortali in nome della produttività – dice Tommaso all’Adnkronos – e, allora, abbiamo chiesto anche noi di avere un premio produzione, ma per ora hanno detto di no”. Da parte sua il colosso americano ha assicurato che farà di tutto per “mantenere” fede “ai tempi di consegna”, previsti per “i clienti nella giornata del Black Friday e per quelle successive”.

Nello stabilimento l’età media dei dipendenti è tra i 25 e i 30 anni. Il lavoro, spiega, è organizzato su tre turni di 24 ore su 24 per 7 giorni su 7 “con uno stacco di mezz’ora per non creare ingorghi di posteggio: sono geniali in questo, non c’è che dire”. A rendere particolarmente pesante le ore allo stabilimento il cosiddetto ‘passo Amazon’ ossia che “devi fare almeno 120 pezzi in un’ora” nel reparto, dove la merce viene confezionata e spedita. “Nei pacchi multipli, invece, devi raggiungere un altro target”, ma in generale diciamo che il calcolo è semplice: due pacchi al minuto. “Siamo tutti monitorati. Chi fa i pacchi è monitorato perché loggato a un computer, mentre chi va a prenderli usa uno scanner su cui si registra con il suo nome. E, quindi, se ti scolleghi per andare in bagno per 5 minuti, poi, è tutto tempo che devi recuperare. Non esagero, ma mi sento come se avessi un braccialetto elettronico”.

Nell’hub emiliano lavorano poco meno di 4mila persone, la metà con contratto a tempo indeterminato, “tutto in regola, stipendio sui 1450 lordi, nulla da dire su questo”, e altrettanti con contratti di somministrazione con un’agenzia interinale. “I cosiddetti ‘green badge’, sono loro i più sfruttati. Qualcuno si è lamentato – fa notare Tommaso con amara ironia -, ma il caso ha voluto che a fine contratto non sia stato richiamato”. “Conosco persone che prendono antidolorifici, fanno anche punture, per i dolori alle braccia, alla schiena e alle gambe – spiega il dipendente -. Ma è normale perché chi fa i pacchi e confeziona la merce prelevata, sollecita di più quelle zone del corpo”. “Fanno fatica a trovare personale qui in zona, chi ci è già finito, non ci torna anche se ricontattato – racconta -, tanto che ci sono pullman di gente che arriva da Varese e Alessandria, navette che passano e li portano allo stabilimento”.

Dopo un po’, spiega Tommaso, sembrano incentivare l’uscita. “La durata media di un dipendente da noi è di 3 anni, dopo rendi meno e, quindi, ti aiutano ad andare via. Chi va a prelevare la merce dagli scaffali deve fare 20 chilometri al giorno in giro per le Tower di 4 piani, sembrano un bunker con soffitti di oltre 2 metri, gli altri devono avere una bella schiena muscolosa per tenere il ritmo”. Certo, aggiunge, portano lavoro e tanto, ma non c’è futuro professionale. “Ti pagano dei corsi per qualificarti, così, puoi trovarti un’altra occupazione: la patente per fare il camionista oppure quelli da infermiere. Ti danno il giorno di permesso per dare l’esame, in questo sono molto ‘avanti’. Non ti licenziano, ti danno una mano a cambiare mestiere”.

Ritmi stressanti e un controllo giornaliero costante. “Non siamo tutti uguali, c’è quello più anziano che non tiene il passo ed è umiliante che ti vengano a far notare ogni singolo errore, chiedendoti ‘possiamo aiutarti? Che è successo?”. Tra tutti i colleghi ‘passati’ di là, Tommaso ne ricorda uno in particolare. “Avrà avuto al massimo 20 anni. L’hanno licenziato per un selfie, fatto con il Pc in dotazione. Avevano ragione perché firmi un contratto di riservatezza, non puoi divulgare immagini o dare informazioni sulle tecnologie e quello che avviene dentro. Ma, certo, era un ragazzino – conclude lasciando trasparire un po’ d’emozione – . Ha fatto un errore e l’hanno mandato via, mi è dispiaciuto tantissimo”


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Stangata Ue su Amazon: “Restituisca 250 milioni al Lussemburgo”

Amazon.jpgStangata Ue su Amazon: “Restituisca 250 milioni al Lussemburgo” La Commissione Ue: «Tre quarti dei suoi profitti non sono stati tassati»

Il Lussemburgo ha dato ad Amazon «vantaggi fiscali non dovuti per 250 milioni di euro», un comportamento «illegale perché le ha consentito di pagare molte meno tasse di altre aziende». In pratica «tre quarti dei suoi profitti non sono stati tassati» grazie ad un accordo fiscale (tax ruling) stretto nel 2003. Lo scrive la Commissione Ue al termine della sua indagine partita ad ottobre 2014, e chiede al Granducato di recuperare gli aiuti da Amazon.

Il Lussemburgo ha consentito ad Amazon di pagare «quattro volte in meno di tasse rispetto ad altre società» residenti nel Paese, ha detto la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, spiegando come si tratti di una «condotta illegale» perché «non si possono dare alle multinazionali benefici fiscali che altri non hanno».

In seguito ad un’indagine lanciata ad ottobre 2014, Bruxelles ha concluso che un tax ruling siglato dal Lussemburgo nel 2003, e prolungato nel 2011, ha ridotto le tasse pagate da Amazon «senza alcuna giustificazione valida». L’accordo ha consentito all’azienda di spostare la vasta maggioranza dei suoi profitti da un gruppo soggetto alla tassazione lussemburghese (Amazon EU) ad una società non soggetta ad alcuna tassazione (Amazon Europe Holding Technologies).

In particolare, il tax ruling ha appoggiato il pagamento di una royalty da Amazon EU ad Amazon Europe Holding Technologies, che ha significativamente ridotto i profitti tassabili. Secondo la Commissione, il pagamento della royalty, sostenuto dal tax ruling, non rifletteva «la realtà economica del mercato».

Amazon, il Financial Times: «In arrivo maxi-multa da Ue per tasse non pagate in Lussemburgo»

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La Commissione Ue dovrebbe presentare domani ad Amazon il “conto” delle tasse non pagate in Lussemburgo grazie all’accordo di “tax ruling” di cui ha beneficiato per quasi 10 anni. Secondo quanto riporta il Financial Times, la cifra dovrebbe essere nell’ordine delle diverse centinaia di milioni di euro che il Lussemburgo dovrebbe recuperare. L’anno scorso la Ue chiese all’Irlanda di recuperare da Apple 13 miliardi. L’antitrust Ue ha aperto l’indagine su Amazon a fine 2014.

“La Commissione Ue chiederà ad Amazon di pagare centinaia di milioni di tasse”

Lo riporta il Financial Times citando fonti vicine alla vicenda

Lo riporta il Financial Times citando fonti vicine alla vicenda

Dopo Apple, ora tocca ad Amazon. È in arrivo una nuova stangata da Bruxelles, anche se l’entità dovrebbe essere molto inferiore a quella toccata un anno fa all’azienda di Cupertino. Nella tarda mattinata di domani, la Commissione dovrebbe infatti annunciare la chiusura dell’indagine a carico della società che offre i servizi di acquisti online, ordinandole di pagare tasse arretrate al governo del Lussemburgo. Esattamente come era successo ad Apple con l’Irlanda.

In quel caso si era trattato di una cifra «monstre», pari a 13 miliardi di euro. L’indiscrezione del Financial Times, confermata a La Stampa da una fonte interna alla Commissione, stima invece l’entità della «sanzione» (anche se in realtà è improprio parlare di “multa”) in «diverse centinaia di milioni di euro».

Qual è il vero piano di Amazon? Diventare leader delle spedizioni

ANSA
 L’inchiesta dell’Antitrust europeo è stata aperta tre anni fa e ha puntato la lente sul «tax ruling» stipulato tra Amazon e il governo lussemburghese nel 2003, che avrebbe garantito all’azienda americana vantaggi classificabili come aiuti di Stato illegittimi. Le due parti, dopo l’apertura dell’indagine, avevano negato ogni addebito, sostenendo di aver fatto tutto in regola.

 

Amazon fa la sua prima consegna con drone in 13 minuti dall’ordine

Sarà la commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, ad annunciare domani mattina da Bruxelles la decisione che potrebbe risvegliare le polemiche sull’asse Transatlantico. Anche perché a breve si concluderà un’altra inchiesta che ha messo sul banco degli imputati la catena di fast-food McDonald’s.

Come arginare il potere di Google, Facebook e Amazon

Davanti agli uffici di Google, New York, ottobre 2015. (Sam Hodgson, The New York Times/Contrasto)Ecco la mia previsione: tra cinque o dieci anni, diminuirà drasticamente l’arrogante potere di Google, Facebook e Amazon e l’economia online si trasformerà fino ad apparirci irriconoscibile. E credo che scomparirà internet per come l’abbiamo conosciuta finora: selvaggia e perlopiù senza regole, in cui aziende gigantesche come quelle citate godono di un’immunità legale che risale a un’epoca più semplice, o possono permettersi di sfruttare impunemente i diritti d’autore di altre persone.

Immagino che una simile previsione possa apparire inverosimile. Dopo tutto, oggi Google raccoglie l’81 per cento di tutte le pubblicità mondiali legate ai motori di ricerca, Facebook il 77 per cento del traffico dei social network mentre Amazon vende circa il 70 per cento degli ebook in circolazione e concentra il 51 per cento di tutte le altre vendite online. Inoltre, se sommate il loro valore di mercato, più di 1.500 miliardi di dollari, possiedono in tre un pil maggiore di quasi ogni paese del mondo (solo dieci stati hanno un pil più alto).

Editori sotto copertura digitale
Queste aziende sembrano invincibili. Chi o cosa potrebbe mai metterle in difficoltà? Per esempio, una ex universitaria di cui non avete mai sentito parlare e che oggi è una senatrice degli Stati Uniti, e fa parte di un interessante sottobosco di politici statunitensi che comincia a minacciare seriamente questi monopoli in apparenza inattaccabili e ciò a cui essi si affidano per conservare il loro dominio in rete. In poche parole, il disprezzo nei confronti del diritto d’autore e la pretesa di non essere degli editori.

Oggi, l’editore di un quotidiano o una rivista è il responsabile legale del suo contenuto. Se il contenuto è diffamatorio o criminale, l’editore può essere incriminato o costretto a chiudere. Questo però non vale per Google e per i suoi simili, che sostengono di non essere editori ma semplici canali di diffusione online di contenuti creati da altri. Vent’anni fa, nel 1996, questa pretesa è stata sancita e convalidata per legge negli Stati Uniti: il media copyright act (legge sul diritto d’autore delle testate digitali) è di quell’anno. All’epoca internet era ancora in fasce e Google e compagni ancora non esistevano, e la legge ha stabilito che i fornitori di servizi online non sono giudicati responsabili se rimuovono o bloccano i contenuti appena ricevono la comunicazione che questi sono coperti dal diritto d’autore.

L’Europa ha provato ad arginare questi monopoli ma gli Stati Uniti li hanno lasciati agire indisturbati. Almeno finora

I grandi monopoli online hanno usato questi vantaggi per creare delle gigantesche attività commerciali che funzionano come dei cartelli. Pubblicano infatti link a notizie e contenuti che non pagano, ma dai quali traggono guadagni pubblicitari.
Gli introiti pubblicitari di Google sono superiori agli ottanta miliardi di dollari, più di quanto guadagnino dalla pubblicità tutti i giornali, le riviste e le stazioni radio del mondo (né Google né Facebook danno lavoro a un singolo giornalista, mentre nel frattempo i giornali, che invece lo fanno, perdono introiti, si riducono o chiudono).

YouTube (che appartiene a Google) permette di scaricare musica da cui ricava dei profitti, mentre i musicisti ottengono poco o niente. Lo scrittore statunitense Jonathan Taplin, autore di uno stimolante libro intitolato Move fast and break things: how Facebook, Google and Amazon cornered culture and undermined democracy (Muoviti veloce e distruggi tutto: come Facebook, Google e Amazon hanno monopolizzato la cultura e indebolito la democrazia), afferma che se una canzone viene scaricata un milione di volte su iTunes l’autore incassa 900mila dollari, ma se lo stesso avviene su YouTube ricava solo novecento dollari.

Il capitalismo della sorveglianza
Queste aziende pagano pochissime tasse su profitti enormi, e sono state molto lente a rimuovere i contenuti illegali, compresi alcuni che davano utili consigli su come compiere azioni terroristiche. È vero che offrono servizi, intrattenimento e, nel caso di Amazon, prezzi contenuti. Ma in cambio perseguono anche il loro altro grande obiettivo: mietere informazioni personali sugli utenti mentre questi navigano, comprano e fanno ricerche. I loro profitti, come ha scritto Taplin usando un’espressione memorabile, derivano da un “capitalismo della sorveglianza”. Sono come un grande fratello che vuole essere nostro amico, in modo da poter sbirciare nel nostro portafoglio e prendere appunti sul suo contenuto.

L’Europa ha provato ad arginare questi monopoli ma gli Stati Uniti li hanno lasciati agire indisturbati in nome della libertà di parola, del denaro e della supremazia culturale americana. Tuttavia oggi si profila un cambiamento. Un paio di proposte di legge attualmente in discussione al congresso mirano a considerare editori quei “fornitori di servizi informatici interattivi” che veicolino contenuti legati allo sfruttamento sessuale, rendendoli così legalmente responsabili.

Sembra una cosa alla quale nessuna persona di buon senso potrebbe opporsi ma Google, Facebook e compagni lo stanno facendo. Sostengono che la loro attuale immunità sia fondamentale affinché l’economia online funzioni e prosperi. La loro preoccupazione è che, una volta considerati editori nel limitato contesto del traffico sessuale, questo principio possa essere esteso agli altri materiali che essi veicolano.