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Cesare Catania continua a stupire: il pittore, scultore e artista digitale che sta riempiendo la scena artistica nazionale e internazionale

Periodo assolutamente effervescente per Cesare Catania, l’artista italiano che dopo aver consolidato per anni la sua carriera artistica in Italia e all’estero, dopo aver recentemente esposto alcune delle sue opere digitali e non durante il periodo della biennale a Venezia presso Art Terminal e dopo aver inaugurato la propria galleria personale nel metaverso di Spatial, prosegue in questi mesi il suo percorso artistico poliedrico e camaleontico.

In esposizione in questi giorni presso la Galleria d’Arte San Babila (via Visconti di Modrone 6, Milano) che propone tra le altre opere di Catania anche la sua nuova collezione “Feelings and Emotions”, Cesare Catania spiega attraverso 14 capolavori tra dipinti 3d e sculture come sentimenti ed emozioni accompagnano la sua produzione artistica dal momento del concepimento di un’opera fino alla sua esecuzione e alla sua finalizzazione, passando da temi quali la felicità, la passione, la timidezza, la presenza del proprio io e l’assenza dello stesso.

La stessa Galleria San Babila (diretta dal manager Francesco Colucci) che sta esponendo Cesare Catania fino alla fine di giugno, ospiterà in collaborazione con il fondo d’arte Art & Luxury Investment Fund durante i giorni del Salone del Mobile proprio nello stesso spazio una serie di eventi collegati all’arte di Catania e del fondo stesso. In particolare, verranno esposti, oltre alle 30 opere tradizionali e ai 6 NFT di Cesare Catania già presentati al pubblico il 18 giugno, anche gli originali di tre mostri sacri della storia dell’arte.  Il primo è una stampa degli anni ’70 di Andy Warhol raffigurante Marilyn Monroe, tra le opere più iconiche dell’arte pop, proveniente da una prestigiosa galleria olandese (una copia gemella è stata recentemente battuta all’asta per 195 milioni di dollari). Il secondo originale è una tela inedita del pittore norvegese Edvard Munch, una marina con nudi femminili databile intorno al 1885 e appartenuta a un poeta andaluso. Il terzo è una delle famose uova del gioielliere russo Fabergé, alcune delle quali hanno raggiunto valutazioni milionarie.

Accanto a questi tre tesori, che faranno bella mostra insieme ad altre opere di Cesare Catania in un’apposita “black room”, saranno esposte le loro elaborazioni digitali, in forma di ologrammi e di arte digitale. Questi ultimi realizzati dalla neonata MetaWord, la prima piattaforma/App social dove gli utenti potranno condividere, vendere o promuovere il proprio NFT, e di cui Cesare Catania è da poco stato ufficialmente nominato Direttore Artistico.

Il calendario del Fuorisalone in questo caso prevede 3 giorni dedicati all’arte e agli NFT, in particolare aperti al pubblico nelle giornate del 9, 10 e 11 giugno a partire dalle ore 18 fino alle ore 22. L’appuntamento con la stampa è fissato per giovedì 9 giugno alle ore 12:00. Durante questi 3 giorni di eventi, Cesare Catania riceverà il premio “Dall’Arte Materica alla Digital Art”, essendo tra i pochi artisti tradizionali distintisi nell’ambito della tecnologia e della digitalizzazione ed essendo riuscito a esprimere in maniera completa ed efficace le proprie emozioni e sensazioni sia in campo tradizionale che in quello digitale. “Sono felice di ricevere questo premio – confida -. Con l’ingresso nel Metaverso, l’arte non ha più confini: tradizione e digitalizzazione si confondono sempre più per dare vita a opere d’arte che entrano letteralmente nei cuori delle persone”.

Come se il momento non fosse sufficientemente caldo e denso di appuntamenti, in concomitanza con il salone del mobile di Milano, Cesare Catania esporrà il 13 giugno presso il Museo LAC di Lugano durante una giornata dedicata al Metaverso. In quella data infatti vedremo una serie di eventi e conferenze presso il Museo svizzero che avranno come tema principale quello dell’arte e degli NFT. In questo contesto sono stati attentamente selezionati una ventina di artisti, tra cui lo stesso Cesare Catania, come “i più grandi artisti del settore” digitale (Forbes 30/05/22). In questo Cesare Catania è assolutamente un innovatore, spaziando a 360 gradi e in maniera trasversale dall’arte tradizionale a quella digitale.

“L’arte digitale diventa un amplificatore di emozioni e di sensazioni sia per chi la produce che per chi la osserva. Entrare oggi nel Metaverso significa avvicinarsi ad una realtà futura con tutto il bagaglio culturale del passato.” Così spiega Cesare Catania anche durante una recente intervista video a Libero.tv. “Nei prossimi anni assisteremo ad una convergenza del mondo reale e dei diversi Metaversi. Dipinti, sculture e NFTs convergeranno tutti insieme nello stesso oggetto per generare opere d’arte che prenderanno letteralmente vita, senza per questo dimenticare o allontanarsi dall’arte tradizionale.”

Il Metaforum di Lugano, che si terrà appunto il 13 giugno 2022, viene promosso da uno dei più importanti player del mondo crypto, dalla rivista digitale Cryptonomist.ch e vedrà alternasi speakers italiani ed internazionali, personalità difficili da incontrare in eventi europei, come John Crain, il ceo e co-founder di SuperRare, Pavel Matveev (Co-Founder di Wirex), Massimo Morini (Chief Economist Officer Algorand Foundation), Marc Seal (Sortium), Alberto Maiorana (Head of Licensing di Sorare), David Princay (Head of France di Binance), Marco Ruffa (Pinkoù), Thomas Bertani (CEO di Eidoo), Alessandro de Grandi (The Nemesis), Amer Nour (Meteora), Andrea Concas (ArtRights), l’influencer Marco Montemagno.

 

www.cesarecatania.eu

 

“DA CRISALIDE A RIBELLE”. A Noto, alla Galleria Palazzo Nicolaci, una grande collettiva tutta al femminile, promossa da ALTERA DOMUS

DA CRISALIDE A RIBELLE”, questo il nome della mostra iniziata il 19 marzo e che doveva concludersi il 25 aprile, ma, visto l’enorme successo che sta già ottenendo, si è deciso di prorogarla al 22 maggio, quindi la domenica successiva all’Infiorata, importante appuntamento proposto ogni anno nella città siciliana.

A ospitare la collettiva è la Galleria Palazzo Nicolaci, disposta nel piano attico dell’omonimo palazzo di Noto. Si tratta di una rassegna tutta al femminile curata da Paoletta Ruffino, curatrice e presidente dell’associazione culturale Altera Domus, promotrice dell’iniziativa, e Carlo Tozzi, founder e art promoter di St-Art Amsterdam, un incubatore internazionale di talenti artistici che sostiene e promuove nel mondo con spirito mecenatistico. L’esposizione, patrocinata dal Comune di Noto e realizzata con il contributo degli sponsor, vede la partecipazione di 20 artiste italiane e 2 iraniane.

Tra le proposte, spiccano i nomi di: Elisa Anfuso, Silvia Berton, Erica Campanella, Ilaria Caputo, Alessandra Carloni, Anna Caruso, Antonella Cinelli, Giulia D’Anna Lupo, Elisa Filomena, Maria Gagliardi, Debora Garritani, Jara Marzulli, Cali la Rebelle, Angela Regina, Alessandra Rovelli, Grazia Salierno, Roberta Serenari, Milena Sgambato, Tina Sgrò, Ladan Tofighi, Samantha Torrisi, Nooshin Zokaie.

Sin dal titolo, la mostra introduce lo spettatore nei luoghi della trasmutazione, nel mistero della metamorfosi umana, della rinascita, attraverso la metafora della crisalide che da larva si trasforma in farfalla per arrivare a volare liberamente e sperimentare il senso dell’arte come intensità e forma di vita. La forza creativa che emerge dalle 80 opere in mostra, tra cui pitture, fotografie, disegni e acquarelli, includendo diversi lavori inediti, s’impone sulle tenebre di questo nostro tempo, segnato da guerre e pandemie, e fa sognare il pubblico rigenerando un sopito sentimento di bellezza che lo riconcilia con il reale che ha dinanzi. La rassegna ibrida suggestioni culturali occidentali e orientali, intrise, come le opere di Ladan Tofighi, di un sottile “humour noir” teso a spingere l’osservatore ad una riflessione sulla condizione femminile attraverso un’accesa, caricaturale e ironica narrazione grafica, di vaga memoria dadaista.

Come crisalidi avvolte nelle bende, simili a mummie che si dimenano per uscire dal bozzolo e diventare farfalle, si presentano, di contro, le metafisiche immagini, ammantate di mistero, della “Città e della Bellezza coperta” di Nooshin Zokaie che attinge all’inconscio creando un’arte impegnata, mirante a ricostruire la coscienza e la società umana, mettendo sulla tela quel che gli occhi non possono vedere. Il tema del labirinto, ripreso da vari artisti in diverse epoche, nella narrativa di Ilaria Caputo è portatore della metafora del viaggio interiore che l’artista compie dentro se stessa alla ricerca del proprio destino; una prova iniziatica che sembra materializzarsi nella serie degli autoritratti pervasi da una luce aurea che ricolma le figure di un sottile erotismo.

Conturbanti e oniriche si mostrano allo spettatore le protagoniste di Jara Marzulli, trasmutate dall’essere crisalide in un sé superiore che va oltre l’apparente erotismo e una banale provocazione.

Antonella Cinelli consacra alla donna la sua produzione pittorica, raffigurando la femminilità nella sua essenza immutabile. Le sue giovani protagoniste, belle e sensuali, avvolte in una calda luce dorata, sono Veneri contemporanee che sprigionano una vitalità sexy e ridestano nello spettatore passioni quiescenti.

Il corpo delle sante disvelate di Giulia D’Anna Lupo diventa metafora dell’autocoscienza e del partire da sé per raccontarsi. Le protagoniste di Giulia sono sante, in senso figurato, di questo nostro tempo, che rivendicano rispetto e “devozione” per il loro essere diversamente donna, e la libertà di mostrare il proprio corpo inteso non come canone estetico idealizzato e sessualizzato, ma come autoaccettazione.

L’artista Alessandra Rovelli mostra, dal 2016, una felice ispirazione nella pittura di paesaggi a cui attribuisce un significato simbolico: “la strada diventa il percorso di vita, i lampioni o gli alberi possono essere persone”. La memoria, per Alessandra Rovelli, è un’arte concettuale da salvaguardare, custodire, arricchire, attraverso un approccio creativo che si presti alla condivisione e narrazione collettiva. I suoi “Life-Box” sono scatole di cartone rivestite di tela in cui “il colore è dato a pennellate piene, corpose, molto compatte e ne risulta una materia pittorica ruvida che vuole dare una visione animistica della natura”. Incuriosiscono lo spettatore a scoprire ciò che contengono, a penetrare il significato e il contenuto dell’opera attraverso un foglio di carta con delle frasi che fanno riflettere.

Anche l’artista Anna Caruso, nei suoi “Framing Effect”, promuove una pittura simbolista basata sulla memoria e caratterizzata da sottili straniamenti. “Che memoria hanno le meduse?” È il titolo dell’opera che ne contiene la personale poetica.

Elisa Filomena incentra la sua ricerca sulla rivendicazione della figura del dandy in chiave femminile, ergendosi a paladina della libertà dell’essere contro la più bigotta morale universale. I suoi raffinatissimi ritratti di donne “dandy” ostentano una bellezza ricercata e compiaciuta, che non è effimera “Vanitas”, ma pittura vibrante.

Introspettiva e intimistica, impregnata di poesia è la pittura di Samantha Torrisi volta ad esprimere il personale interesse per la natura, liricamente interpretata, superando l’aspetto

realistico, attraverso un ricercato cromatismo che per l’effetto sfocato, quasi di foschia, in cui le forme perdono consistenza e si dissolvono in toni atmosferici e luministici, ricorda molto Turner.

Tina Sgrò mira a rendere nei suoi metafisici scorci urbani di una Milano sognata da piccola, una sintesi di tempo, luogo, colore e tono, conferendo alla composizione un aspetto di dinamismo, di eco futurista, in antitesi con l’aspetto statico dei suoi interni di ambiente borghese, stanze dell’anima, trasfigurati in termini poetici attraverso mirabili effetti di luce riflessa.

Citazioni metafisiche, di gusto saviniano, troviamo anche nelle grandi composizioni della street artist Alessandra Carloni le cui opere sono chiavi d’accesso alla sua interiorità e spiritualità. Dai suoi lavori emerge un mondo visionario attraversato da città volanti e da animali meccanici, popolato da giovani protagonisti che si stagliano contro ampie scenografie prospettiche e deserte, a volte persino inquietanti per la presenza di elementi stranianti che conducono lo spettatore in un viaggio, come metafora della vita, non fisico ma mentale.

Identità femminile e giochi dell’eros nello sguardo di due grandi fotografe: Elisa Campanella e Angela Regina comunicano allo spettatore, attraverso una serie di scatti in bianco e nero e piccole foto vintage polaroid, che il compiacimento per la descrizione del corpo femminile non cerca motivazioni al fatto in sé, ma il senso di una ricerca artistica.

Attratta dalle potenzialità espressive del medium fotografico, l’artista Debora Garritani affida ad un oggetto: una macchina da cucire, la sua poetica essenzialmente concettuale, ponendo una profonda riflessione sull’attesa, intesa come valore del tempo vissuto. “Per ora non ancora” è il titolo dei due lavori in mostra che pongono l’accento sull’urgenza di ricucire il tempo e ripararne gli strappi.

Sul recupero della memoria storica Maria Gagliardi orienta la sua ricerca incorniciando vecchie foto di indossatrici degli anni 50 identificative di un’era indimenticabile, e di cui oggi, più che mai, si avverte la mancanza. Una singolare quanto memorabile foto gallery fa vibrare le corde dell’anima dello spettatore catapultandolo nella moda di quegli anni che conosce un’autentica rinascita con un look “bon ton” che esalta la femminilità, l’eleganza e la raffinatezza, e che diventa un messaggio anche per le nuove generazioni.

In chiave psicologica si sviluppa la ricerca di Silvia Berton in mostra con una serie di inediti ritratti di top model dei nostri giorni, condotti con viva intensità ritrattistica e penetrante efficacia espressiva. Adombrate e solitarie, graffiate dalla vita, ma dallo sguardo dardeggiante che nasconde un messaggio di rivolta verso i soliti cliché, si stagliano su un fondo scuro e uniforme che rende più plastiche le forme del corpo e le esalta.

Credo che il colore sia ad oggi uno dei più grandi gesti di coraggio. Mi distaccai dal figurativo qualche anno fa. Mi sentivo compressa. Ecco perché lavoro su grandi formati, per creare un palcoscenico in cui il fruitore si senta scosso”. È così che Calì la Rebelle spiega allo spettatore la sua urgenza di libertà espressiva non influenzata da contingenze estetiche e basata su un astrattismo privo di intenzionalità figurativa che esalta l’espressione artistica come frutto della casualità, della spontaneità, dell’inconscio e della continua sperimentazione.

Nelle opere di Roberta Serenari dominano scenografie complesse contro cui si stagliano enigmatiche figure femminili, personaggi di un mondo onirico, di chiara ascendenza dechirichiana, che stimolano a riflettere e ad interrogarci sulla fugacità del tempo, sul piacere dell’attesa, e sulla paura del cambiamento.

Solitarie ed evanescenti vagano nella tela le giovani donne di Milena Sgambato, tratteggiate come macchie di colore e luci che ricordano una tavolozza impressionista. Pur nel loro abbozzo sommario e nella disarmante semplicità compositiva, l’artista è riuscita a raggiungere un perfetto accordo fra rappresentazione realistica ed evocazione sentimentale.

Elisa Anfuso si lascia sedurre dalla poetica surrealista di Renè Magritte realizzando composizioni dall’atmosfera misteriosa e onirica mediante inconsueti accostamenti di elementi fortemente simbolici che innescano nell’osservatore un senso di straniamento. Se per Magritte la Memoria è la testa di una statua con la tempia insanguinata, metafora dell’immortalità dell’arte che diventa testimone dello scorrere del tempo, della vita e della morte, allo stesso modo una serie numerata di ritratti di giovani donne fiorite, con corna da cervo, occhi bendati e sanguinanti, rappresentano una chiara metafora della Metamorfosi ovidiana: “Tempux edax rerum” fonte d’ispirazione per l’artista per i tre soggetti in mostra “Del tempo che divora le cose”, personificazioni del tempo che consuma e trasforma ogni cosa, indipendentemente dalle vicende umane, perché nulla resta in eterno.

Regeneration Pandemic Pigneto: il progetto di rigenerazione urbana dove tutto comincia dall’arte.

La speranza è l’ultima a morire e la prima ad aprire le porte ai progetti grandi come il “Regeneration – Pandemic Pigneto”, un’iniziativa che vedrà la luce nelle prossime settimane.

Si tratta di un progetto multilaterale che vuole riaffermare la vocazione artistica, sociale ed ambientale del Pigneto in un momento storico che vede il quartiere particolarmente provato dalle conseguenze della pandemia.

“Ci stiamo lavorando già da alcuni mesi” – Dichiara Lorenzo Panunzio, imprenditore e ideatore del progetto tanto valido quanto ambizioso. Aggiunge “in un momento storico in cui la pandemia ha gettato il mondo artistico e culturale nel silenzio più totale, abbiamo scelto l’unica via possibile: la strada della bellezza da creare e riprodurre fino a realizzare una vera e propria mostra a cielo aperto. Regeneration Pandemic Pigneto rappresenta un esempio di rinascita, non solo di un quartiere ma di un Paese, e pone la speranza affinchè tutti i paesi pongano la stessa grande attenzione allo step post pandemico della Rigenerazione Urbana non trascurando quella Sociale.

E’ così che l’opera d’arte diventa il punto di partenza. Per ripartire. Rialzarsi. Ricominciare.

L’obiettivo è dunque riqualificare una via che diventa simbolo di rinascita ambientale, rendendola verde, pedonale e vivibile.

“Il Pigneto è da molti anni ormai crocevia di talenti, menti e intelletti dell’arte e della cultura” – sottolinea Eva Vittoria Cammerino cofondatrice di Pigneto Pop, la quale spiega: “Il nostro obiettivo è avviare una vera e propria rigenerazione urbana di un quartiere post pandemico e lo faremo attraverso l’opera d’arte che sarà anche il punto dove tutto inizierà. Verranno realizzate opere di street art permanente grazie al coinvolgimento di artisti internazionali”.

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Disegno, arte e make-up: a tu per tu con Julia Diehl

Di dove sei e da quanto tempo vivi alle Isole Canarie?

Sono tedesca ma vivo qua nel paradiso da 7 anni.

Ti piace Las Palmas?

Molto! Adoro la combinazione tra la spiaggia e la città dove puoi essere produttiva.

Di che ti occupi?

Da alcuni anni sono autonoma e lavoro come artista e makeup artist.

Qual’è la tua più grande passione?

Chiaramente l’arte! Mi è sempre piaciuto dipingere anche se avevo altri lavori nei anni passati, il mio sogno sempre era poter lavorare come artista!


La tua attività principale in questo periodo è…

Con la situazione del covid si è fermato quasi tutto qua sulle Isole Canarie. Quindi mi dedico più all’arte digitale, faccio illustrazioni per libri, riviste e creo logo per compagnie e autonomi. Quando non basta quello faccio altri lavori come traduzioni, lavori di cucito, ecc.

Sogni nel cassetto.

Il mio sogno è poter lavorare ogni giorno dipingendo, senza necessità di fare altri lavori per mantenermi. Credo che occorrerà ancora un po’ di tempo vedendo la situazione economica attuale della maggior parte delle persone.

Contatti

E-Mail:

jue8@gmx.de

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Dal testo alla prosa: questioni di scrittura con Silvia Brindisi

Durante il periodo di lockdown tanti cambiamenti hanno attraversato l’Italia e la Capitale. Fra i vari mutamenti che sono avvenuti nelle persone, c’è una scrittrice di nome Silvia Brindisi che ha trasformato parzialmente il “genere” dei suoi scritti dedicandosi alla poesia in virtù delle sensazioni suscitate dal particolare periodo.
Silvia quali emozioni nello specifico ti hanno indotto a coltivare questa nuova passione?
E’ stata una scoperta nata per caso partecipando a dei concorsi letterari. L’ho “rinforzata” soprattutto durante il lockdown dove avevo bisogno di esternare e condividere i miei pensieri e le mie emozioni visto il periodo molto delicato e difficile che abbiamo vissuto. Non è stato sempre facile scrivere le poesie in quei giorni, ma sono felice di averlo fatto.
Per me la poesia è stata una bellissima sorpresa, visto che nel mio piccolo prima di questo periodo ho scritto solo libri.
Non è stato facile accettare di punto in bianco il cambiamento di molte abitudini o cose.
Come mai pubblicare proprio poesie?
Non era nei miei progetti nè scrivere nè pubblicare poesie, ma quando ho visto un progetto che mi interessava non me lo sono precluso ed ho voluto provare una cosa nuova per me sia a livello di scrittura che personale.
Le poesie con le varie emozioni che si provano nello scriverle o leggerle arrivano subito, e questo era il mio scopo. Spero di esserci riuscita nel mio piccolo. Amo infatti ogni tipo di scrittura, di comunicazione e di arte.
Ti aspettavi nel 2020 questa sorpresa? Ci racconti i sentimenti che ti ha suscitato?
In questi mesi ho provato tantissime emozioni  e sono stata molto soddisfatta di me e del traguardo che ho raggiunto quando a maggio ho pubblicato insieme ad altri scrittori , le mie poesie a tema libero scritte durante i mesi del lockdown.
Le poesie sono state pubblicate all’interno dell’antologia “Le raccolte di scrittori volume 1”, sia in formato cartaceo che e-book.
Un’altra bella sorpresa è stata la pubblicazione di altre mie poesie pubblicate all’interno dell’antologia “M’illumino d’immenso”, uscita a giugno .
Questi mesi del 2020 sono stati difficili, soprattutto dall’inizio del lockdown ad oggi.
Tutto ciò che ci capita che non dipende da noi, va accettato anche se non è facile.
Da questo periodo ho provato a trarre il meglio, dalla vita e da me stessa; l’ho fatto a modo mio cercando di rendere i miei limiti i punti di forza, scrivendo ciò che sentivo e ciò mi ha permesso di stare più a contatto con me stessa con la mia fragilità trasformandola in forza.
Inoltre non ho mai smesso di sognare e di portare avanti nuovi progetti.
Amo la mia vita e spero di riuscire a realizzare alcuni o magari tutti i miei sogni.
Oggi ancora di più sono convinta che non bisogna mai mollare e soprattutto mai smettere di credere in se stessi.

Filippo Manelli : l tagliando era stato acquistato a 100 euro nella lotteria benefica organizzata da Care,

l tagliando era stato acquistato a 100 euro nella lotteria benefica organizzata da Care, per finanziare progetti in Africa. Raccolti più di cinque milioni. Sei anni fa aveva vinto un giovane ingegnere americano
Una signora italiana ha vinto un Picasso del valore di un milione di euro grazie a un biglietto della lotteria ricevuto in regalo. Il tagliando, che costava 100 euro, era stato acquistato alla lotteria benefica organizzata dall’associazione francese Aider les autres, che con questa iniziativa ha raccolto più di cinque milioni di euro.

I proventi della vendita dei biglietti saranno utilizzati dalla ong Care per la costruzione e il ripristino di pozzi, impianti di lavaggio e servizi igienici nei villaggi e nelle scuole in Africa, migliorando la vita ad oltre 200mila persone.

La prima edizione del premio, “Cento euro per un Picasso”, venne vinta nel 2013 da Jeffrey Gonano, un americano di 25 anni di Wexford, Pennsylvania, project manager in un’azienda che si occupa di spruzzatori antincendio. Da allora, sei anni di vuoto, ora la nuova edizione della riffa benefica vinta da un’italiana.

La signora, per ora non identificata, riceverà il quadro del grande Pablo Picasso, un olio su tela che rappresenta un giornale e un bicchiere di assenzio su un tavolo. “Picasso avrebbe amato un’operazione come questa, perché era  molto coinvolto in cause umanitarie e sociali”, ha detto Peri Cochin, organizzatrice della vendita, parlando dalla sala d’aste di Christies a Parigi, dove si è svolta l’estrazione del biglietto vincente.

“Tutto è stato ritardato a causa del Covid, che però ci ha reso più evidente chiaro quanto sia importante l’acqua pulita, senza la quale non ci si possono lavare le mani”, ha sottolineato Cochin ricolleggandosi ai progetti di aiuti in Africa di Care.

La cultura riapre i battenti: a Roma il calendario di riaperture a partire da martedì 19

La Galleria Nazionale sarà il primo ad aprire, già da lunedì, in occasione della Giornata del musei. Mentre da martedì ripartono altre importanti istituzioni dell’arte nella capitale

La cultura a Roma riparte dai suoi simboli. Non tutti, ma il calendario di riaperture a partire da martedì 19 punta a dare un segnale chiaro: permettere ai cittadini di riappropriarsi della bellezza della città, negata durante il lockdown, ma anche poco vissuta in tempi normali per via della grande affluenza turistica.

Non a caso, l’Assessorato alla Cultura e la Sovrintendenza Capitolina hanno individuato i Musei Capitolini, il Palazzo delle Esposizioni e il Museo di Roma- Palazzo Braschi (compresa mostra di Canova) come gli spazi attraverso i quali dare il via alla nuova fase di graduale “normalizzazione”.

“La vita della nostra comunità riprenderà – ha detto il vicesindaco Luca Bergamo ieri, in un incontro online con la stampa – ma con una profonda rimodulazione nella gestione e nella fruizione dei luoghi. Sarà un inizio sperimentale”. Anche sul fronte dei musei statali, si riparte dai “classici”.

La Galleria Nazionale sarà il primo ad aprire, già da domani, in occasione della Giornata del musei. E a seguire, martedì, la Galleria Borghese – altro indiscusso simbolo culturale romano – insieme al Maxxi che mette l’accento sulla sua “funzione sociale” mettendo a disposizione anche alcuni spazi-studio per gli studenti.

Per andare al museo bisognerà munirsi di mascherina, pulirsi frequentemente le mani con il gel igienizzante a disposizione nei dispenser e ovviamente passare il controllo dai termoscanner. Nulla di nuovo, finora. Ciò che sarà fondamentale ricordare è invece la modalità di accesso: sarà possibile solo tramite prenotazione sui siti o nel caso dei musei comunali, chiamando lo 060608.

E sempre sul fronte Musei in Comune, la Mic Card avrà un ruolo da protagonista. Prorogata per tre mesi per chi ne è già in possesso, oppure facilmente ottenibile online al prezzo di 5 euro e dalla validità di 12 mesi, permetterà l’ingresso gratuito in tutti i Musei del Comune. Unico sovrapprezzo, le mostre. Come “Canova. Eterna bellezza” a Palazzo Braschi, prorogata fino al 21 giugno, e “Jim Dine” e “Gabriele Basilico – Metropoli” al Palaexpo.

“Seguirà la grande mostra del World Press Photo – spiega Cesare Pietroiusti, direttore del museo su via Nazionale – poi, se tutto andrà bene, in autunno ci sarà la Quadriennale “. E sul fronte mostre riapre anche “Rinascimento Marchigiano. Opere d’arte restaurate dai luoghi del sisma”, fino al 26 luglio al Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro. Per Parco del Colosseo, Ara Pacis, Mercati di Traiano, Fori Imperiali, Gallerie Nazionali di Arte Antica e tutti gli altri luoghi della cultura romana, l’appuntamento per la riapertura è il 2 giugno, giorno della festa della Repubblica.

Casale del Giglio, sotto il vigneto spunta l’antica Satrico

di Giuseppe Motisi
È una vigna unica nel suo genere perché, oltre a regalare oggi vini importanti, custodisce nel sottosuolo una città del Lazio antico i cui abitanti, già nel IX secolo a.C., coltivavano l’uva e producevano vino. È il vigneto situato a Latina in località Le Ferriere all’interno dell’azienda agricola Casale del Giglio, dove gli archeologi hanno scavato e stanno tuttora lavorando per riportare integralmente alla luce l’antica Satricum, città del cosiddetto Latium Vetus ricordata, tra gli altri, dagli storici Dionigi di Alicarnasso e Tito Livio.

È dunque in quest’area della provincia pontina che i sondaggi archeologici, iniziati nei primi anni Ottanta, hanno scoperto un insediamento urbano del IX secolo a.C., due necropoli che hanno restituito numerosi reperti attestanti lo stile di vita dei primi abitanti del Lazio ed un tempio dedicato ad una divinità chiamata ‘Mater Matuta’.

Gli scavi, condotti dalla Soprintendenza per i beni archeologici dell’Etruria meridionale e dall’Università di Amsterdam, si estendono nel vigneto di Casale del Giglio e nelle campagne circostanti. Qui sono affiorate tombe con corredi funerari di grande importanza come numerose coppe in terracotta per bere vino, segno inequivocabile che la coltivazione dell’uva era già fiorente circa 800 anni prima della nascita di Cristo.

«Archeologia e vino non vanno sempre d’accordo, perché gli scavi effettuati per i lavori agricoli distruggono i reperti e, difficilmente, i proprietari dei terreni consentono a loro volta agli archeologi di scavare – spiega in proposito la professoressa Marijke Gnade, archeologa e docente dell’Università di Amsterdam che si occupa degli scavi di Satricum -. Quando ci siamo presentati a Casale del Giglio temevamo quindi che il nostro lavoro si sarebbe interrotto ma, con nostra grande sorpresa, abbiamo non solo ottenuto il via libera ai sondaggi, ma l’azienda ha anche acconsentito ad eliminare una porzione di vigneto per permettere scavi in profondità».

Ed è così che tra i vari reperti sono affiorate alcune coppe che costituiscono un incredibile trait d’union tra la produzione vinicola del passato e quella moderna. Non a caso uno dei vini più rinomati della zona ha preso il nome di ‘Mater Matuta’, in ricordo del tempio di Satricum. «Quel che è emerso dal vigneto di Casale del Giglio è davvero suggestivo e inebriante, quasi al pari di un ottimo bicchiere di vino – aggiunge la professoressa Marijke Gnade -. Parlo di un insediamento del Lazio antico che si estendeva per circa 40 ettari, dal cui terreno sono emerse testimonianze della produzione vinicola che risalgono al VII secolo a.C. come le coppe da vino oggi conservate parte al Museo nazionale di Villa Giulia e parte nel museo di Borgo Le Ferriere, dedicato appunto alla città di Satricum».

Cosa ci dice quel vecchio mistero

Un libro racconta l’uccisione di Giorgiana Masi, quarant’anni fa. Tragedia di un’Italia lontana, ma lezione ancora da studiare

Cosa ci dice quel vecchio mistero

Ci sono libri che con semplicità descrivono così bene un momento storico da riuscire a essere una guida per interpretare i momenti di crisi, sempre.

Concetto Vecchio ha scritto “Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano” che è un vademecum sul nostro Paese perché spiega dinamiche di potere che dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi sono cambiate poco. Hanno perso sostanza negli anni, questo è innegabile, ma quelle categorie e le relative contrapposizioni sono spettri nei quali ancora, di tanto in tanto, ci imbattiamo. La tragedia della morte di Giorgiana Masi è una tragedia privata, politica e nazionale. Sul piano privato, e quindi familiare, racconta cosa abbia significato per i genitori di Giorgiana perdere una figlia all’improvviso, senza riuscire a farsene una ragione. Sul piano politico ha mostrato la rigidità degli apparati dello Stato che, dopo aver creato condizioni estreme, non sono stati pronti ad affrontarne le estreme conseguenze. E una tragedia nazionale perché siamo tutti Giorgiana Masi, ma non tanto per dire. Lo siamo tutti davvero. Molti di noi hanno partecipato a manifestazioni di piazza credendo di non correre alcun pericolo. Il morto in piazza è ingestibile, è un prezzo troppo alto e mette a rischio l’assetto democratico di un Paese. Perché porta con sé menzogne e sfiducia nelle istituzioni.

Giorgiana muore a Roma il 12 maggio del 1977. Aveva diciotto anni e a ucciderla è un colpo di pistola che a oggi non sappiamo chi abbia esploso, esattamente con quale arma e da dove. Un mistero italiano. Giorgiana aveva tentato di partecipare alla manifestazione organizzata in piazza Navona dai Radicali, per celebrare il terzo anniversario del referendum sul divorzio. Ma la manifestazione era stata vietata dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Non vi racconterò il libro di Concetto Vecchio perché spero che possiate leggerlo, ma vi dirò, invece, cosa mi è rimasto di questa indagine fatta 40 anni dopo, grazie agli atti giudiziari messi a disposizione da Luca Boneschi, che nel processo ha rappresentato la famiglia Masi e in fondo anche tutti noi.

Sono rimaste le ragioni e i torti di un momento politico delicatissimo in cui una manifestazione pacifica sarebbe stata la vera rivoluzione. Il divieto di manifestare opposto da Cossiga a Pannella quel 12 maggio veniva da lontano, Concetto Vecchio ne spiega la genesi senza giustificarne il ricorso. Ma è importante capire di quale Italia stiamo parlando. È importante fare la conta dei morti e dei feriti nelle manifestazioni di piazza, tra i manifestanti e le forze dell’ordine. È importante ricordare i morti in azioni di singoli o di gruppi ai danni di altri. È importante anche per rassicurare chi pensa di star vivendo oggi nel peggiore dei mondi possibili: non è così, non in Italia.

È importante studiare i percorsi politici per comprendere come ciò che accade sia la sommatoria di una serie di forze non tutte intellegibili. Concetto Vecchio dedica alcune pagine, interessantissime, alla figura di Cossiga: «Fa tutto velocemente, conta su una memoria prodigiosa, è pienamente concentrato sul suo dovere. Ma questa ascesa forsennata esige i suoi tributi. Viene tormentato dalla ciclotimia, a stati di grande euforia seguono periodi di lunga depressione. Fiaccato dall’astenia, è inseguito da malattie immaginarie, fobie». E allora appare chiaro, anzi direi lampante, che gli eventi storici e le decisioni politiche che li determinano, non sono prodotti solo da calcolo, ma anche da ciò che è imponderabile: dal privatissimo, chiamiamolo così. E mica è facile capire quando questo sta accadendo… è anzi impossibile. Marco Pannella, che ha usato finanche il suo corpo come terreno per la lotta politica, non ha mai fatto politica per tornaconto personale; anche chi è stato in disaccordo con lui, questo lo ha sempre riconosciuto. E tremano i polsi, ma tremano davvero, al pensiero che spesso a determinare tragedie non siano strategie studiate, ma calcolo personale quando non l’impossibilità di guardare oltre.

Enzo Striano, in un libro che considero un capolavoro, “I giochi degli eroi”, riporta, modificandola leggermente, questa frase di Nietzsche: «La sventura più grande nel destino degli uomini è quando i potenti della terra non sono anche i primi sulla terra. Allora tutto diventa falso, mostruoso, difforme».

Ci ho passato l’estate su questa frase e mi sono convinto che il tempo dei primi è solo utopia.

L’eterno Novecento di Milton Gendel

 

  • Milton Gendel, Piazza del Popolo, Roma 1952. Fondazione Primoli, Fondo Gendel, Roma Milton Gendel, Piazza del Popolo, Roma 1952. Fondazione Primoli, Fondo Gendel, Roma
Roma e la sua monumentale, assolata bellezza. Il Sud Italia con i volti dei contadini, la natura, le storie raccontate dalle pietre dei paesi e dai muretti a secco delle campagne. Il bel mondo dell’arte italiano: gli artisti, i galleristi, le grandi collezioniste. E anche, allargando lo sguardo oltre il nostro Paese, il mondo artistico Usa e in particolare di New York, dove crebbe e studiò, alla Columbia, con Meyer Shapiro. L’archivio del newyorkese Milton Gendel – classe 1918, storico dell’arte, fotografo e per lungo tempo corrispondente di Art News per l’Italia – è un contenitore di storie, mondi, avventure esistenziali e artistiche che copre la quasi totalità del Novecento. Ed è dallo scavo in quel materiale ricchissimo che nasce il volume Milton Gendel. Uno scatto lungo un secolo. Gli anni tra New York e Roma. 1940-1962 di Barbara Drudi (edito da Quodlibet e Fondazione Passaré) che ripercorre gli incontri più significativi di quel periodo. Da fotografo e da amico, ritrasse, cogliendoli nella loro dimensione quotidiana, molti personaggi noti, da Peggy Guggenheim alla regina Elisabetta. Il libro sarà presentato a Roma, il 13 ottobre alle ore 18.00, presso la Fondazione Primoli di Roma che conserva, tra gli altri, il Fondo Gendel.
DI LARA CRINÒ

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