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Danilo Mattei : Animie perse con Vittorio Gasmani

Danilo Mattei nel film in Anime Perse, un capolavoro del cinema italiano per molti aspetti sottovalutato, Danilo  Mattei  interpreta un ruolo magistrale, semplice ma per molti aspetti, accanto a lui un grande Vittorio Gassman,  correva l’anno 1970 quando Dino risi dirige questo  capolavoro finito nell’oblio del nostro cinema. In una celebre battuta Gasman dice: Venezia e’ una vecchia signora dall’alito cattivo. Un Danilo Mattei agli inzia della sua carriera fa da spalla al grande Gasman, una interpretazione quella di Mattei unica degna dei grandi attori di un tempo. ma “Anima Persa” non è soltanto un thriller psicologico, ma è anche una storia di formazione e di perdita dell’innocenza. È metafora di quel dolore che l’essere umano prova a causa della rassegnata consapevolezza di dover accettare l’inesorabile decorso del tempo e le devastanti conseguenze che esso produce. “Povere creature!”, dice Fabio Stolz al nipote mentre passano in motoscafo davanti al manicomio. “Colpevoli soltanto di non aver accettato il buon senso e le sue regole infami. Lo sai perché li tengono rinchiusi? Perché i pazzi, come i bambini, conoscono la verità. E la gente ha paura della verità”.

LA TRAMA

Tino Zanetti va ad abitare temporaneamente a casa degli zii Fabio ed Elisa a Venezia per frequentare una scuola d’arte. Quasi subito Tino si accorge che nella grande e antica casa, con zone ancora da ristrutturare, c’è qualcosa di strano: rumori provenienti dal piano di sopra di cui nessuno vuole spiegare la ragione, qualcuno che suona il pianoforte di notte e soprattutto il comportamento degli zii con il loro strano e distante rapporto. Dopo varie insistenze, Elisa, confessa al nipote che nella zona superiore della casa vive il fratello di Fabio, alienato mentale, che vive nella più bieca disperazione: l’uomo si sente responsabile della tragica morte di Beba, primogenita di Elisa, morta oramai da molto tempo all’età di dieci anni. Tino è sconvolto dalla notizia; al di là della confidenza della zia, il ragazzo non riesce mai a vedere l’uomo, che sembra essere invisibile. Non riesce nemmeno a rintracciare la tomba della piccola Beba. Solo al termine – quando, in un confronto con Tino nella soffitta, Fabio chiama a gran voce il nome “Beba” e si presenta Elisa, vestita in abiti infantili – Tino capisce che il fratello di Fabio non esiste e che l’alienato che suona il pianoforte altri non è che Fabio stesso, l’ingegnere, il professore e l’innamorato di quella bambina, Beba, ovvero Elisa, ormai cresciuta e per lui morta. Tino abbandona la città e il ricordo degli zii.

Italian actor Vittorio Gassman handing a piece of paper to the Italian actor Danilo Mattei, between them actor Michele Capnist, in the film Anima persa. 1977 (Photo by Mondadori Portfolio via Getty Images)

Spesso le nostre vite, così come le nostre piccole vicende personali e private, attendono qualcuno, sopraggiunto dall’esterno e da una differente realtà. Hanno bisogno che egli le osservi e che scopra i loro segreti; un testimone che possa raccontarle e tramandarle, dando loro un senso e conferendo loro memoria.
E così è in “Anima Persa“!

Tino (Danilo Mattei), un giovane aspirante artista, abbandona la provincia per trasferirsi a Venezia dove desidera frequentare la scuola di pittura. Alloggerà presso gli zii Fabio ed Elisa Stolz in un antico palazzo ubicato su un canale.
Tino è ricevuto dalla zia Elisa (Chaterine Deneuve), una donna esile, fragile, dalla salute cagionevole e afflitta da emicranie. La zia accoglie il nipote con quella gioia con cui si apprezza una ventata d’aria fresca. Quando Tino domanda dello zio, Elisa gli spiega che Fabio è un ingegnere che lavora all’Azienda del Gas; uomo importante e ligio al dovere, spesso non è in casa per adempiere a tutti quegli impegni che la sua carica comporta. “Fabio cena quasi sempre fuori! Cene di lavoro con gente di riguardo, che viene anche dall’estero per parlargli”.
Dopo cena, la signora Stolz fa visitare l’antico palazzo al nipote. Ad eccezione delle poche stanze abitate da lei e dal marito, l’edificio cade in rovina e necessita di lavori radicali. Tino segue la zia nell’ala abbandonata, fra muri crepati, che hanno perduto gran parte del proprio intonaco, scavalcando calcinacci e materiali accatastati, abbandonati e ricoperti dalle ragnatele. Visita così un vecchio teatrino, dove la giovane zia era solita esibirsi quando era bambina, e scopre una porta dietro la quale si cela una scala che conduce alla soffitta.
“È una stanza chiusa”, gli spiega Elisa con gli occhi velati d’inquietudine e con la voce ansiosa. “Non salire mai questa scala! È legno marcio, può rompersi”.
Il giovane Tino apprende anche che gli zii dormono in camere separate.
“Lui la sera rientra tardi”, si giustifica la zia. “Io ho il sonno leggero e soffro di nervi; potrebbe svegliarmi”.

Ecco come in soli cinque minuti e una manciata di secondi, Dino Risi cala lo spettatore in un’atmosfera enigmatica, misteriosa, vagamente lugubre e claustrofobica. Con poche immagini, con alcuni scambi di battute e con un sapiente movimento della macchina da presa, il regista ci immerge negli occhi vergini del giovane Tino e, attraverso il suo sguardo, ci mostra la vita della famiglia Stolz. Fa crescere in noi, come nel personaggio, la curiosità di scoprire che cosa si cela dietro le parole, sì, ma soprattutto dietro i silenzi e gli sguardi della zia. Come se ci fosse qualcosa che si nasconde nelle ombre di quel vecchio palazzo in quell’antica città lagunare. Qualcosa che desidera essere visto, che desidera essere conosciuto.

Dopo questa prima presentazione si passa al necessario incontro con lo zio, l’ingegner Fabio Stolz (Vittorio Gassman). Tino si risveglia alla presenza austera dello zio. Uomo autoritario, dallo sguardo severo e dal temperamento altero ed intransigente. Un uomo di rigida moralità, così fiero della propria origine asburgica da definire la lingua tedesca come “Il dolce idioma di Goethe” e da sentenziare che “Se non ci fosse stata l’unità d’Italia, faremmo ancora parte dell’Europa civile”.

Fabio Stolz si rivela immediatamente un uomo di grande cultura, amante dell’arte, dotato di un forte autocontrollo. Un uomo sempre elegante, tanto nel vestire quanto nelle maniere, distinto e formalmente ineccepibile, ma intimamente sadico e crudele. Sua moglie gli è completamente sottomessa e gli ubbidisce come fosse una bambina, mentre egli si diverte ad umiliarla e a torturarla psicologicamente attraverso promesse che immediatamente vengono rimangiate ed elogi che si trasformano in offese degradanti.
Intanto Tino, solo parzialmente distratto dalle morbide e generose grazie di Lucia (Anicée Alvina), la bella modella che posa nuda per gli studenti della scuola di pittura, ode dei rumori provenire dalla soffitta. Forse dei passi, il sordo tonfo di oggetti che vengono spostati o gettati e poi, durante la notte, qualcuno che suona un pianoforte con grazia, ma con incertezza, quasi fosse un bambino.
La curiosità del giovane cresce, così come quella dello spettatore, ma anche qui, in meno di mezz’ora di pellicola, un nuovo segreto sarà rivelato.
Annetta (Ester Carloni), la vecchia governante, un giorno rimane sola in casa con Tino e decide di guidarlo in cima a quella scala proibita che conduce davanti alla porta della soffitta. Una porta di legno munita di uno spioncino. Là dietro, gli spiega l’anziana governante, vive segregato il fratello dell’ingegnere. Era un professore, specializzato in entomologia, che un giorno ha perso il lume della ragione. Fabio Stolz per non far morire il fratello in un manicomio, magari in un “letto di contenzione”, si è sempre occupato di lui, lavandolo, radendolo e procurandogli prostitute. Fabio è la sola persona che il professore sia disposto a vedere e da cui si lasci governare.

Più tardi la zio spiegherà al nipote la genesi della follia del fratello con queste parole: “… un giorno cominciò a temere che la faccia, la sua faccia, sì, gli scivolasse via, gli scendesse lungo il petto, fino ai piedi per poi perdersi sul pavimento […] non è altro che la paura di perdere la propria identità, la paura di perdere se stessi”.
Numerose volte, anche in compagnia della bella Lucia, Tino risale quelle scale, ormai non più proibite, per osservare il professore (ancora interpretato da Gassman) attraverso lo spioncino. Lo guarda dilettarsi con i suoi giocattoli, fra gatti neri e bambole antiche, avvolto in una vestaglia color porpora. Ascolta le sue risate sguaiate, volgari e lancinanti. Lo vede muovere oscenamente la lingua, tinta di un rosso sangue, o mangiare disgustosamente un’anguria, tagliata con un coltello con cui subito prima ha decapitato una bambola.
In questo film, ad ogni nuova rivelazione segue un nuovo mistero. Così all’interrogativo di che cosa abbia scatenato la follia nel geniale professore, seguono versioni contrastanti da cui nascono nuovi interrogativi. Dopo la presenza misteriosa che abita la soffitta, Tino si trova a dover fare i conti con un altro enigma che alberga nelle ombre di quel palazzo antico. Si tratta di Beba, i cui quaderni insieme con i suoi giocattoli e vestiti sono chiusi in nell’armadio di una stanza che si apre sul palcoscenico del vecchio teatrino, nell’ala abbandonata del palazzo. Beba è una bambina bionda di circa dieci anni. Forse è scomparsa, forse è morta. Ma che lei sia nascosta nel palazzo oppure non ci sia più, poco importa, perché la sua presenza ancora dimora in quella casa ed è la chiave di un mistero.
Ogni domanda ha una risposta.
“Tu ormai sai troppo, per non sapere tutto”, dice Fabio a Tino nel giorno del suo diciannovesimo compleanno.
Le ultime rivelazioni fatte dallo zio al nipote, spingono il giovane ad abbandonare Venezia, a lasciare Lucia e a rinunciare alla pittura.

Anima Persa” è un film molto importante nella carriera di Dino Risi, poiché segna l’abbandono, anche se solo temporaneo, della commedia ironica sul (mal)costume nazionale. Risi continuerà su questa strada nelle sue produzioni successive (“La Stanza del Vescovo” e “Fantasma d’Amore“) con risultati interessanti.
Come “Profumo di Donna“, anche “Anima Persa” si ispira liberamente ad un romanzo di Giovanni Arpino (il primo è tratto da “Il buio e il miele“, il secondo da “Un’anima persa“). La sceneggiatura è scritta a quattro mani dallo stesso Risi con Bernardino Zapponi. Quest’ultimo, che vanta una lunga collaborazione con Fellini (“Roma”, “I Clown”, “Satyricon”, “Il Casanova”, “La Città delle Donne“), ma anche con Mauro Bolognini, Alberto Sordi e con lo stesso Risi, si era già cimentato nella sceneggiatura di alcuni film che erano al confine fra il thriller e l’horror (“Tre Passi nel Delirio” e “Profondo Rosso“). Questa sua esperienza pregressa e riuscitissima è senz’altro stata di valido aiuto a Risi per passare dal genere della commedia a quello del thriller psicologico con venature gotiche, di cui la summa della loro collaborazione sarà “Fantasma d’Amore” (1981).

Il pretenzioso film “Irreversible” del presuntuoso Gaspar Noé (e ce ne vuole di presunzione per paragonarsi al Kubrick di “Arancia Meccanica“), si apre con una frase interessante: “Il tempo distrugge ogni cosa”!
Quasi trent’anni prima lo stesso concetto è enunciato e sviluppato in maniera assai più profonda in “Anima Persa“.
“Gli anni sono come una gomma che tutto cancella. Leggera, invisibile. Piano piano passa sugli occhi, sul naso, sulla bocca e rende tutto sfumato, incerto, confuso. Questa gomma la sento passare e ripassare ogni istante”.
Con queste parole Elisa Stolz cerca di spiegare la ragione del proprio malessere al nipote.
E il tempo ritorna ancora nella follia del professore, che segregato nella soffitta, si circonda di oggetti d’ogni genere fra cui anche macchine da presa, ma non sopporta gli orologi e non ne tollera il ticchettio.
Ed infine l’ambientazione stessa scelta da Risi, che ha voluto spostare l’azione da Torino (così com’è nel romanzo di Arpino) a Venezia. Una città antica, vetusta, che trasmette la memoria di un passato che forse non esiste più benché sia sempre presente fra quei canali e quei ponti.
“Venezia è una vecchia signora dall’alito cattivo”, spiega Fabio Stolz al nipote. Ma più che una vecchia signora, è una città logorata dal tempo, che, nonostante il trascorrere inarrestabile dei secoli, cerca di non perdere la propria identità, di mantenere un volto immutato, senza rughe né cancellature. È una città decadente, così come è decadente il palazzo degli Stolz; così come è decadente la loro stessa esistenza.
Venezia è anche la città del carnevale. Una città abituata ad indossare una maschera per celare la sua vera natura. Tutto ciò che alla luce del giorno appare in un modo, nel buio della notte diventa qualcos’altro, fin quando la luce dell’alba ritorna sulla laguna, spezzando ogni incantesimo.

Dino Risi ha saputo cogliere e sviluppare gli elementi del thriller, regalandoci un film carico di tensione e valorizzato da una delle più interessanti interpretazioni di Vittorio Gassman. È un film a tinte forti, torbido ed enigmatico, altamente metaforico. Tutta la pellicola è permeata da un violenza sottile, sottintesa, che striscia di sequenza in sequenza senza mai esplicitarsi a livello visivo. Una violenza psicologica assai lontana da quella palese e spesso grottesca che si trova generalmente nei thriller. Una violenza che si manifesta negli sguardi, nei cambiamenti della modulazione della voce, nella scelta delle inquadrature e naturalmente nelle sconcertanti rivelazioni di cui Tino diventa l’involontario testimone. Il regista, infatti, gioca con le luci e con le ombre, con la lucidità e la follia, immergendoci in una realtà dove niente è così semplice come appare.
Vi sono alcuni memorabili primi piani di Gassman, che viene inquadrato dal mento all’attaccatura dei capelli. Nel suo sguardo severo, penetrante e accusatore, nella sua bocca torta verso il basso, quasi in segno di disprezzo, la macchina da presa immortala questo eterno gioco luce-ombra, chiaro-scuro. La brama di vivere e l’odio verso la vita. Il desiderio di volersi raccontare, ma il fastidio di vedersi scoprire. Come se il testimone della nostra vita fosse sia colui che le dà valore e le conferisce il dono della memoria, sia un ladro che s’impossessa della nostra intimità. Un film di dualismi, dunque. Vecchiaia e giovinezza; innocenza e peccato; rigida moralità e scellerata follia; desiderio e perdizione; amore e distruzione. Tutto qui è doppio; non esiste una realtà senza il proprio opposto, come le famigerate due facce della stessa medaglia, come il classico tema letterario del doppelganger. Quasi una rielaborazione moderna del racconto gotico “William Wilson” di Edgar Allan Poe, pubblicato per la prima volta nel 1839 e già (mal)portato sullo schermo da Louis Malle nel sopraccitato “Tre Passi nel Delirio“.
Al tempo stesso, come già accennato all’inizio, questa è una storia che attende un testimone che la scopra e che possa raccontarla. Non vi sono segreti che desiderino restare tali. È una vita che vuole manifestarsi nella sua sconcertante interezza.

Danilo Mattei: “Una vita non basta.

La  vita di Danilo Mattei  come  un riesame continua, perchè “la vita” accade, senza che ci dia tempo di analizzare, o metterla in prospettiva. Forse questa esplorazione, questa riflessione, in questo momento della mia esistenza  la ritengo importante, e persino necessaria. D’altra parte, come ho scoperto da alcune mie vecchie foto, i ricordi non significa soltanto sentire malinconici per qualcosa che svanisce come il tempo, ma guardare avanti e capire che c’è ancora molto da fare.

laura mazzano 2 296 (1).jpgQuali sono i ricordi più belli legati al cinema?

Il primo vero provino fù con un vero Maestro e uomo straordinario: Dino Risi il film era “Anima Persa’ Tratto da un Romanzo di Arpino Protagonisti Vittorio Gassman,  Divo e uomo di enorme carisma insieme ad una grande Diva Francese Catherine Denevue  Twenty Centuty Fox Europa musiche di Francis Lay, ero un giovane al  mio primo film, feci il provino tra 200 ragazzi tra i quali il bellissimo e bravissimo Miguel Bosè…  Pensai di non avere chance, ma alla fine eccomi qua a raccontarvi la storia.

A quale dei tanti attori sei più legato?

Credo Nino Manfredi, con cui ho girato “in nome del Papa Re” attore, regista straordinaria con la regia di Luigi Magni.  Accanto al giovane rivoluzionario (Il mio Ruolo) un giovane Rosalino Cellamare poi “Ron”. Il cinema di allora funzionava se tu funzionatavi!! Niente storie strane.

Come hai conosciuto Robert De Niro?

Conoscevo un amico grandissimo fotografo di scena che aveva fatto due film straordinari. “Il Padrino “è Toro scatenato’ lui  a sua volta era entra nelle simpatie di del protagonista Robert De Niro  e  Harvey Keitel, entrambi venivano a Roma per la presentazione di “Toro scatenato “. La sera dopo Rober De Niro chiamò Emilio per uscire un  per la città  per vedere quella parte di Roma vera, autentica,  ed è lin quella occasione che ci siamo conosciuti, devo aggiungere che la nostra amicia ormai dura da anni, Robert credo che  sia una delle migliori persone che abbia mai conosciuto.

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Cosa rappresenta per te il cinema?

Il cinema è sempre stato e continua a essere un mezzo straordinario dove fuggire dalla realtà quotidiana a speso alienate, un luogo dove tutti vorrebbero realizzare i propri sogni proiettando i propri sognoi su una grande scherzmo, ecco perché sono posseduto dal fatto che questa grande arte non morirà mai.

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Dopo aver girato il mondo cosa accade quando sei tornato a Roma?

Quando sono Tornato a Roma ho fatto dei Film come Produzione Internazionale come Hotel Colonial di Cinzia Tj Torrini con l’amico Produttore Mauro Berardi, poi come a quistion Manager per la Clemo International Aiuta Aurelio De Laurentiis con l’ardua impresa di a riportare in Italia l’amico di sempre Robert De Niro per il fil Manuale d’amore 3 con lo stesso Robert De Niro Carlo Verdone e Monica Bellucci

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Attualmente a cosa stai lavorando?

Sempre con gli amici Robert De Niro e Bruce Springsteen mi sono occupato della International Production’s Management nel Docu/Film Il segreto di Otello, poi dopo un incontro con  l’amico Gianni Minà mettemmo  insieme una c/o Produzione tra la Tribeca Productions di Robert De Niro e Jane Rosenthal e la Triworld cinema di Gianni Bozzacchi Sceneggiatura di Stephene J.Rivele e Christopher Wilkinson un film sulla vita di “Enzo Ferrari” Sta terminando di scrivere quella che dovrebbe essere la sua Opera prima come regista una storia semi/autobiografica che è la storia di una generazione “Destiny” Che metterà in chiaro tanti punti della sua vita. Tra le novità c’è anche vita dell”Ambasciatrice del Kurdistan donna straordinaria simbolo del valoroso Popolo Curdo che ha fermato in Iraq l’Isis.

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Con Caffeina si accendono le luci sul campo di Villanova. Attori e vecchie glorie danno il calcio d’inizio

Foto di gruppo per la Nazionale attori (in bianco) e le vecchie glorie della Viterbese
di Andrea Arena
Ore 19.13, e luce fu. L’accende il vescovo Lino Fumagalli, arrivato col quarto d’ora episcopale di ritardo (causa cresime) in questo spicchio di città tra la Cassia e i palazzoni, quartiere Villanova, una delle prime appendici di quella periferia residenziale viterbese che oggi è diventata più grande e forse pure meno verace.

“Un gol per l’oratorio”, si chiama questo sabato sera lontano dagli spritz. Siamo al campo sportivo parrocchiale, creato da don Armando Marini quarant’anni fa e oggi ereditato da don Emanuele Germani, il padrone di casa, quello che lo ha reso moderno, comodo, sicuro. E infatti oggi sono tutti qui per accendere le luci, il nuovo mirabolante impianto di illuminazione a led finanziato dalla Fondazione Caffeina (e dal suo socio della prima ora Carlo Rovelli) e pronto a risplendere. Un sistema all’avanguardia, basso consumo e grande resa, che toglierà dal buio le lunghe serate invernali dei bambini e i ragazzi che vengono a fare calcio in questo posto, anche coi colori del neonato Villanova Fc.

«Buona partita a tutti», dice sua eminenza dopo la benedizione, e si comincia a giocare, per la partita inaugurale. Da una parte, le vecchie glorie della Viterbese: una carrellata di ex giocatori che attraversa gli anni Ottanta (Aspromonte, Bettiol, Coletta, Carbone, Checco Arcangeli, Siddi, Turchetti, Proietti Palombi), accarezza i Novanta (Fimiani, Del Canuto, Barbaranelli, Guernier, Valentini) e sfonda nei Duemila (Riccardo Bonucci, Ingiosi, Santoruvo). Dall’altra, la Nazionale italiana attori, squadra itinerante che si muove per scopi benefici e che per l’occasione schiera reduci dai vari reality come Brice Martinet e Andrea Preti, attori come Fabrizio Rocca, sportivi come Stefano Pantano (idolo della spada olimpica) e registi come Giulio Base. Allenatore, l’ex portiere della Lazio Fernando Orsi, detto Nando. Tutti, comunque, applauditissime dalle ragazzine (e dalle mamme) in tribuna, che evidentemente conoscono le loro gesta. L’arbitro è viterbese: Rinaldo Menicacci, assistenti Prota e Pepponi.

Inni nazionali – quello pontificio per primo – saluto delle autorità e della ex miss Italia Alice, fotografatissima, spettacolo degli sbandieratori e della banda musicale di Bassano in Teverina, e via, si gioca. Passano tre minuti e la Viterbese è in vantaggio: segna Vincenzo Santoruvo, e nella testa del tifoso nostalgico si aprono praterie di ricordi e di illusioni. Per gli attori, pareggia Fabrizio Romondini, che in realtà è un ex calciatore pure lui, ed ex gialloblu pure (pochi mesi nella prima squadra della gestione Camilli, cinque anni fa). La storia che s’incrocia, si mischia con le prime gocce di pioggia, prima che si perda il conto dei gol, in una serata in cui il risultato non conta, ma conta solo la luce.

Jerry Lewis morto

Jerry Lewis si è spento a novantun anni, probabilmente per cause naturali, nella sua casa di Las Vegas, dove viveva con la seconda moglie, la ballerina Sandee Pitnick. Una ricchissima carriera, quella dell’amato Picchiatello, regista, attore, comico insuperabile. E una lunga vita, malgrado le tante tribolazione della salute negli anni: quattro by pass coronarici, il diabete, un cancro alla prostata asportato e una fibrosi polmonare. In passato aveva sofferto di una grave meningite e della rottura di una vertebra mentre eseguiva una delle sua esilaranti ma anche impressionanti cadute.

Quando la Francia s’innamorò di lui 
Primo episodio: ormai all’apice della gloria in patria, nel 1970, la nona regia di Lewis è Scusi dov’è il fronte? Un irresistibile, acuminato apologo contro la stupidità della guerra, nel quale interpreta, come spesso ha fatto e farà, e nel caso nella scia del Chaplin di The Great Dictator, un doppio, opposto ruolo: il ricco playboy Brendan Byers III, che respinto alla leva si paga un esercito pur di andare a cercar gloria in guerra, e il feldmaresciallo Kesselring (vero nome dell’infame comandante delle truppe naziste in Italia dopo l’8 settembre), del quale veste i panni per conquistare, alla testa dei suoi, il bunker di Hitler. Anche per via dei peana delle punte di diamante della critica non solo transalpina, le riviste Cahiers du cinema e Positif, il film strega i cuori del raffinato, cinefilo pubblico francese. E non è un caso che la nuova svolta della sua rivoluzionaria comicità stesse allora esaurendo la presa sul pubblico americano, mediamente privo dei livelli intellettuali richiesti per addentrarsi con profitto nell’ormai ansiogena, talvolta urticante, vis comica che l’instancabile sperimentatore stava elaborando. A conferma, il secondo episodio: anche da noi il Picchiatello – il suo personaggio principe in italiano, negli Usa The Kid – ha viaggiato forte in quegli anni. Sarà infatti Venezia a premurarsi, 1999, di conferirgli il Leone per l’intera sua vicenda artistica. Mentre Cannes 2013, toujours la France…, gli ha dedicato un tributo speciale, nel quale compare anche Max Rose di Daniel Noah. Con Lewis ottantaseienne, e ancora bellissimo (da giovane è riuscito come nessuno a sfregiare la propria clamorosa avvenenza, fino a cancellarla con folli smorfie gommose e movimenti da acrobatico, schizzato Pinocchio), nei panni di un vecchio pianista jazz che ripercorre la vita dopo la morte della moglie.

L’invenzione di Telethon, la candidatura al Nobel per la pace 
Nello stesso 2013 l’ultimo film: un meta-cameo come Bellboy – titolo originale, quello italiano è Ragazzo tuttofare, della prima pellicola di cui Lewis fu, 1960, soggettista, sceneggiatore, regista, produttore e, col significativo nome di Stanlio, protagonista – nella commedia del brasiliano Roberto Santucci Até que a Sorte nos Separe (finché fortuna non ci separi). Per il suo cinema avanguardista il posto adatto è dunque per forza la vecchia Europa. E allora, non sarà fortuito neppure il fatto che fra i suoi riconoscimenti, comunque largamente inferiori ai meriti, non gli sia mai stato dato l’Oscar, neanche alla carriera: il solo che riceve nel 2009, da fondatore, 1966, di Telethon e assiduo sostenitore di altre cause filantropiche, è il Jean Hersholt, speciale premio sempre dell’Academy, accompagnato dall’identica statuetta, per eccezionali meriti umanitari. Nello stesso segno la candidatura al Nobel per la pace, avanzata nel ’77 dall’importante senatore democratico Les Aspin.

Gli auguri della sua New York 
Nel programma per il novantesimo di Lewis, celebrato l’anno scorso, la sua vecchia città, New York, aveva inserito un incontrocon  Scorsese. Che con lui e De Niro ha girato nel 1982 un altro capolavoro, King of Comedy (Re per una notte). Che porta sullo schermo paure e nevrastenie di un Re-Lewis per nulla simpatico, riflettendo amaramente su fama e anonimato, vita e commedia, sul minaccioso rapporto ossessivo che si può instaurare, negli Usa, fra idolo e fan aspirante idolo. Ovvero un De Niro miracolosamente dissociato fra il buon ragazzo della porta accanto e il potenziale criminale che infatti diverrà. Una sorta di aggiornamento del catalogo lewisiano delle moderne psicopatologie americane. E il miglior omaggio possibile a lui, che solo un suo pari poteva realizzare.

Quel suo umorismo irritante e scorretto
Era il suo, umorismo impregnato di nevrosi, imbarazzato, convulso e imbarazzante. Irritante, estremo, irrispettoso. Cinico e inappellabilmente scorretto. Persino noir, nel senso di comicamente sinistro, di persone e cose mostruose, dall’etimo “da mostrare”, che all’espressione “humour noir” dava, con la sua celebre antologia, André Breton. Un celebre critico francese, non per nulla di formazione surrealista, Robert Benayoun, scriverà, con limpida lucidità europea, un analisi ancor’oggi insuperata: “Considero Jerry Lewis, da quando è morto Buster Keaton, il maggiore artista comico del nostro tempo. Rispecchia perfettamente i tempi in cui viviamo e contemporaneamente li critica”. Godard gli farà eco anni dopo: “Jerry Lewis è l’unico regista americano al giorno d’oggi, che cerca di sperimentare qualcosa di nuovo e originale nei propri film; è molto meglio di Chaplin e Keaton”. Status che Lewis nega recisamente, assegnando un non negoziabile scettro a Chaplin, per lui “una parola magica”, e Stan Laurel, suo venerato amico di penna. E mettendo Carrey – il più credibile fra i suoi discendenti – il povero Robin Williams e Benigni fra i migliori delle ultime decadi. Discendenza che vien facile imparentare con le turbolenze interiori e le loro stravolte traduzioni corporali di Lewis.

Da peste e sfaccendato a maestro
Jerry è già se stesso da ragazzino. In tutta la delirante doppiezza che culminerà ne Le folli notti del dottor Jerryll (1963), forse il suo più apprezzato lavoro, che trasforma il capolavoro di Stevenson in una delle infinite, fortunatissime parodie con le quali risparmierà ben pochi fra miti, storie e pellicole del ‘900. Figlio degli immigrati ebrei russi, David Levitch, comedian di vaudeville, e Rachel Levitch, il piccolo Lewis è una peste. Anche se ha ragione da vendere quando tira un pugno ad un insegnate antisemita del college. Innamorato pazzo dei fumetti che consuma in quantità industriali, si dimentica perciò spesso di andare a scuola o ci arriva in puntuale ritardo. Mentre segue i genitori nei teatri di provincia dove il padre si esibisce, ottiene i primi buoni successi imitando compagni di scuola e insegnanti. Come il suo proprietario, la vocazione del Picchiatello già strilla e scalcia in cerca di un palco. Nella girandola di impieghi da nulla che infatti non prende con la minima serietà – commesso, magazziniere, quel fattorino d’hotel che, come altri impieghi in altri film, tornerà in Ragazzo tuttofare – finché arriva quello buono.

L’incontro fatale con Dean Martin
Perché il cinema-teatro di Broadway dove fa la maschera, gli regala uno spazio e il tempo per provare le imitazioni in playback di celebri ugole d’allora. L’uomo-spettacolo totale, come lo chiameranno i francesi, è pronto. Nel ’44 il primo tour. Due anni più tardi, 26 giugno 1946, già amico di un altro debuttante di superlusso, Dino Crocetti, figlio di un’altra minoranza più noto come Dean Martin, lo trascina in scena causa assenza di un collega. Complice la storia, è fatta. La comicità Usa d’anteguerra, generi e star, dai Marx a Laurel e Hardy, che per l’epilogo sceglieranno pure loro l’Europa, è in articulo mortis. La coppia Lewis-Martin imbocca a passo di carica la via per la gloria a colpi di risate fresche di conio. Lo schema “il bellone e lo sfigato” è infatti novissimo e funziona a meraviglia. La loro diventa in fretta una cavalcata trionfale che durerà fino al ’56: dalle prime affermazioni nei night club ai grandi teatri, la radio, la tv, il cinema, i dischi e i fumetti. Perché quei due sono così stelle che dal 1952 al 1957 il colosso DC comics pubblica un’acclamata striscia tutta per loro, che col solo Lewis arriverà addirittura al 1971, facendolo duettare con Batman, Superman e altri eroi di carta. Da La mia amica Irma (1949) a Hollywood o morte! (1956), anno della tutt’altro che pacifica separazione, il solito scontro di eghi, sono ben sedici in sette anni i loro film, fra i quali il fondamentale Nipote picchiatello. Tutti o quasi diretti da un quartetto di artigiani capaci di servire – come a suo tempo fecero i Marx con Leo McCarey – col debito garbo e ottimo mestiere i due mattatori: George Marshall, Hal Walker, Frank Tashlin, Norman Taurog. Ai quali seguiranno per Lewis, in anni più vicini, anche Billy Cristal e Emir Kusturica. Una volta separati, come si sa, per Jerry e Dean altri fiumi di gloria scorreranno. E a lungo.

Una vita molto complicata
Non è nuovo né esagerato affermare che Lewis è uno dei più grandi uomini di spettacolo del XX secolo. Dato che ha saputo essere nel tempo attore dalle sbalorditive risorse, specie mimico-fisiche, intrattenitore sublime, soggettista e sceneggiatore, musicista, docente di cinema (fra i suoi allievi i ragazzi prodigio Spielberg e Lucas), e il regista che sappiamo. Un vero uomo-cinema. Capace inoltre di rinnovarlo alla base. Come fece negli anni Paramount, dove imperversava col solito manicale perfezionismo in ogni fase della produzione e dove inventò il video assist, la camera con monitor che gli mostrava in tempo reale i giornalieri. Di fatto una profezia del digitale. Immediatamente, va da sé, ripresa da tutti. Come quasi tutti i geni che si rispettino, Lewis ha avuto una vita molto complicata, alla quale ha risposto con eccezionale forza di carattere, messa di nuovo alla prova anche pochi anni fa, 2009, dal dolore per la morte del figlio più giovane, Joseph, a causa di un’overdose di barbiturici. Una vita non facile, e non solo per gli incalcolabili guai di salute, ma anche per via d’un carattere disastroso. D’altronde, come si usa dire: non esistono cattivi caratteri, ma solo caratteri. Pare tagliata da un sarto per il Picchiatello. Che in questo non diverge troppo dagli strani, malinconicissimi predecessori “tristi, solitari y final” Buster Keaton, Stanlio e Ollio, né dal poco simpatico sex addicted Charlie Chaplin. La fatica di essere comici. Di avere, in generale, una tale sensibilità che il maggior problema diventa difendersene. In Lewis si intrecciano la dissacrante tradizione ebraica, la modernità vertiginosa e nevrotica dell’America moderna, un’impressionante consapevolezza dei propri talenti e limiti, regolare oggetto di sulfurea autoironia, il naturale esibizionismo e la sfrontatezza che stanno nella valigia dei migliori uomini di spettacolo. Specie i comici.

Nudi e mediocri nel suo specchio deformante
Sembrerà azzardato, ma pensando all’estremismo della comicità e alle cosiddette gaffe di Lewis, par d’intravedere Lenny Bruce. La sua incoercibile necessità di seguire, fino ad oltrepassare i limiti di leggi e convenienze sociali, il proprio istinto comico e non, intinto nel nero cupo di ciò che di noi e del mondo risolutamente neghiamo né vogliamo vedere e sapere. Cosa permessa fin dall’antichità solo a comici e tragici: dire, sorta di oracolo e medium, le cose come si pensa che stiano, senza mediazione alcuna. Mostrandoci a noi stessi e agli altri come mai vorremmo scoprire di essere. Nudi, goffi, mediocri e senza difese. Come riflessi in uno specchio deformante, scandaloso e però veritiero. Lewis, come i comici di razza, attira quel greve fardello sulle sue sole spalle. Fermandosi solo un po’ prima della perfetta, mortale coincidenza vita-spettacolo di Lenny. Dicendoci di noi tutte le bassezze che persone come loro han già da tempo scoperto e accettato. Più che in scena, in una terra di nessuno di battute rubate o citate fuori contesto, Lewis, con le sue fin troppo enfatizzate gaffe, s’è mostrato talvolta svelandosi al di là di sé e della propria volontà e controllo.

Gli Usa puritani e il grande fool
Momentanei smarrimenti di coscienza e falle del super io, di nuovo la fatica di essere comici. Perdite di controllo che in pubblico, nei puritani Usa, anche per un comico di oggi, qualora, come Lewis o il più estremo Lenny, sia vero pronipote del fool shakespeariano (giullare ma anche pazzo, dunque autorizzato a tutto dire, fornendo così all’autore, come un dissociato, più personalità), è infinitamente più vietata, o meno ammissibile, che nella Vecchia Europa. È anche e soprattutto in questa luce che, per davvero comprendere le indignatissime e, per noi europei, un po’ ridicole reazioni dei benpensanti Usa, vanno collocate le presunte offese a spastici e distrofici, che certo mal si attagliano alla generosità di filantropo di lunghissimo corso, ma delle quali Jerry infatti si è abbondantemente scusato; l’uso in una diretta tv e un’intervista della parola “fag” (frocio, in inglese è termine assai spregiativo); le battutacce sulle donne-comico (“mi urtano un po’ i nervi”), dalle quali si difende con buonsenso e l’ennesima contraddizione ricordando i suoi undici film con una spalla femminile. In fondo quattro sciocchezze, se paragonate a quanto ha saputo dare. Tenendo invece presente di quanto sangue grondi la questione delle armi illegalmente detenute in America, la pistola non autorizzata e funzionante rinvenuta in una borsa di Lewis ad un controllo bagagli nell’aeroporto McCarran di Las Vegas, 2008, desta uno scalpore francamente modesto. Anche se il suo manager si affrettò a definirlo un innocuo pezzo da collezione, mentre lo showman peggiorò goffamente

le cose qualche tempo dopo – momentanea fuoriuscita del Picchiatello nella vita vera? – rivelando che era il dono di un fan. Ma diciamocelo. Per farla breve, un comico buono o simpatico non sarebbe mai diventato Jerry Lewis.  Addio Picchiatello, eterno adolescente! E grazie di tutto.

Danilo Mattei

 film dal cast stellare da girare in Abruzzo?Non è impossibile. Nel weekend, infatti, Danilo Mattei, referente manageriale per l’Italia della star di Hollywood Robert De Niro, ha effettuato una ricognizione in regione, con campobase a Pineto (Teramo). I sopralluoghi hanno riguardato soprattutto le zone costiere. Mattei sta effettuando il lavoro di sondaggio assieme a Cristian Nardi, sceneggiatore di origini abruzzesi.

La trama del film in oggetto, dal titolo internazionale di Imagery, secondo la fantasia di Nardi, “dovrebbe basarsi su cornici tipicamente abruzzesi quali Atri (Teramo), Torre del Cerrano (Chieti) e la stessa Pineto”, come sottolinea in un’intervista la giornalista abruzzese Gioia Chiostri.

De Niro, come noto, ha invece origini molisane: i suoi bisnonni, infatti, erano di Ferrazzano, piccolo centro montano in provincia di Campobasso.

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