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Battaglia per il diritto all’oblio oncologico Racconta firme, Cristian Nardi CEO Reputation ci spiega come funziona

Torniamo a Parlare di diritto all’oblio oncologico con Cristian Nardi CEO privacy garantita che sposa in pieno questa causa sul diritto all’oblio oncologico: “Ho avuto un tumore e per lo stato non posso adottare” cosi  vanityfair.it riporta il caso di Carolina Marconi  che combatte  per i suoi diritti.  Dopo essere tornata a raccontarsi nello studio di Verissimo, la showgirl ha ribadito l’importanza di sostenere la raccolta per il diritto all’oblio oncologico, che oggi ha superato le 60mila firme. «60 mila volte grazie di cuore …altre 40 mila firme ed arriveremo a quota 100 mila per chiedere l’approvazione della legge sul Diritto all’oblio oncologico», ha scritto sui social in un post dedicato a tutte le persone che l’hanno sostenuta durante le cure contro il tumore al seno diagnosticato mentre si sottoponeva ad alcuni esami per la fecondazione assistita.

 Carolina Marcon

Oggi  Carolina Marconi sta bene e vuole tornare a realizzare il sogno di maternità che aveva spinto lei e il suo compagno Alessandro Tulli a iniziare il percorso della fecondazione. «Prima di aspettare ho pensato perché non adottare un bambino», ha raccontato la showgirl nel salotto di Silvia Toffanin. «Io e Alessandro siamo andati dall’assistente sociale e abbiamo scoperto che non possiamo adottare un bambino, perché io ho avuto un tumore, devo aspettare cinque anni, non puoi chiedere un mutuo, un assicurazione, un prestito. C’è un po’ di discriminazione. Bisogna tutelare un bambino, ma chi lo dice che lo tuteliamo così? Lo tuteliamo lasciandolo in casa famiglia?».

 

Lo sfogo di Carolina Marconi è quello di centinaia e centinaia di altre persone che in Italia subiscono la stessa situazione. Come aveva raccontato a Vanity Fair, Marilena Alvino. «Non è nei miei piani al momento ma se volessi adottare un bambino non potrei farlo per due motivi: sono single e sono una ex malata oncologica. Per lo stato non sono idonea nemmeno a sottoscrivere un mutuo per acquistare una casa». Sono oltre 900mila le persone, in Italia,  che sono guarite da un tumore e che si possono trovare a vivere difficoltà nell’accesso ad alcuni servizi, come la richiesta di mutui e prestiti, la stipulazione di assicurazioni e l’adozione di figli.

In Europa: Francia, Lussemburgo, Olanda, Belgio e Portogallo hanno emanato la legge per il diritto all’oblio oncologico, per garantire a queste persone il diritto a non dichiarare informazioni sulla propria malattia, che al momento in Italia è obbligatorio per la stipula di molti contratti e la richiesta di alcuni servizi. Qui: tutte le info per sostenere la raccolta firme.

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Dal cancro si guarisce. Grazie alla ricerca scientifica e ai suoi progressi oggi una diagnosi di tumore non equivale necessariamente a una condanna a morte. Il numero di chi può considerarsi guarito è in crescita. Eppure, in Italia dimenticare di aver avuto il cancro è particolarmente difficile perché alle persone guarite da una patologia oncologica sono ancora negati dei servizi e delle possibilità: per richiedere un mutuo o un prestito, accedere all’adozione di un figlio o stipulare un contratto di lavoro o un’assicurazione sulla vita si deve ancora passare per domande scomode sul proprio stato di salute.

Nel caso dell’adozione di figli, ad esempio, la legge prevede che tra gli aspetti che possono formare oggetto delle indagini del tribunale per i minorenni per verificare l’idoneità all’adozione vi sia anche lo stato di salute dei richiedenti l’affido; per la stipula di contratti bancari e assicurativi la storia medica del contraente può arrivare a giustificare anche l’imposizione di oneri ulteriori rispetto a quelli previsti per gli altri clienti “sani” e a incidere sulla valutazione del rischio dell’operazione e della solvibilità dello stesso.

Per lo Stato italiano, in altri termini, alla guarigione clinica non segue una guarigione giuridica, come spiega Adriana Bonifacino, presidente e fondatrice dell’associazione IncontraDonna e responsabile del centro di senologia dell’ospedale Sant’Andrea di Roma. «In Italia i pazienti oncologici vorrebbero estendere il loro codice di esenzione “048” a vita, comprendo la necessità per molti, anche economica, di non voler o non poter pagare i ticket inerenti i controlli anche dopo 10 anni dalla malattia. Va trovata una forma di equilibrio affinché i diritti vengano tutelati e preservati, e, contemporaneamente, offrire la possibilità al milione di considerabili guariti di ottenere anche una guarigione giuridica. Ecco la chiamerei esattamente così: guarigione giuridica».

Una legge che disciplini il diritto all’oblio oncologico

Nasce da qui la proposta della Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) che ha lanciato una raccolta firme nell’ambito della campagna nazionale “Io non sono il mio tumore” con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di adottare una legge sul cosiddetto diritto all’oblio oncologico: la legge consentirebbe di non essere più considerati pazienti dopo cinque anni dal termine delle cure se la neoplasia è insorta in età pediatrica e dopo dieci per i soggetti in età adulta.

A oggi sono oltre cinquantamila le firme raccolte tramite il portale web dedicato e tramite la campagna social. L’obiettivo è arrivare a centomila adesioni per portare la proposta al Presidente del Consiglio e dimostrare, raccogliendo il doppio delle firme richieste dalla Costituzione per le leggi di iniziativa popolare, l’ampio consenso intorno a questo tema.

La legge avrebbe riflessi concreti su moltissime persone. Basti pensare che sono 3,6 milioni gli italiani che hanno avuto una diagnosi di cancro: di questi quasi 1 milione (circa il 27%) è guarito e potrebbe, dunque, avere interesse a far “dimenticare” il proprio passato tumorale ai prestatori di servizi bancari e assicurativi e agli istituti di affido e riprendere a vivere come tutti gli altri.

Rispetto al passato, spiega la Fondazione AIOM, sono venute meno le ragioni che giustificavano le leggi e le prassi che ammettevano le domande sullo stato di salute: il tasso più elevato di mortalità dei tumori e le aspettative di vita più limitate di un ex paziente oncologico giustificavano, ad esempio, il rigetto della domanda di affido di un bambino per evitare di esporlo ad altra sofferenza rispetto a quella già provata.

Ma oggi la situazione è cambiata. Il miglioramento dei programmi di screening e i progressi raggiunti dalla ricerca medica nelle terapie hanno fatto sì che molte neoplasie siano curabili: secondo l’analisi epidemiologica EUROCARE-5 in Europa da alcuni tumori (tumore del testicolo e della tiroide e per i melanomi cutanei) si guarisce in più di 8 casi su 10. Per quanto riguarda l’Italia, dati ancora più recenti diffusi dall’AIRC mostrano che cala la mortalità e migliora la sopravvivenza per molti tumori: a cinque anni dalla diagnosi di tumore è ancora in vita il 59,4% degli uomini (la stima del 2020 era del 54%) e il 65% delle donne (63% nel 2020). Almeno un paziente su 4 può considerarsi guarito e ha oggi un’aspettativa di vita uguale a quella di chi non ha mai ricevuto diagnosi di tumore. Inoltre, si stima che rispetto al 2015, nel 2020 i tassi di mortalità si siano ridotti del 6% circa negli uomini e del 4,2% nelle donne.

Dietro questi numeri ci sono tante storie personali, alcune delle quali raccolte sul sito della Fondazione AIOM. Come Laura, 45 anni:

“Vent’anni fa ho avuto un tumore al seno, curato in cinque anni. Faccio la ballerina da sempre, e qualche tempo fa ho deciso di lasciare il mio lavoro in ufficio per aprire una scuola di ballo. Ho scelto il nome, ho trovato la struttura giusta, poi ho preso appuntamento in banca per capire che tipo di mutuo potevano concedermi. Mi hanno illustrato le possibili opzioni e ho dovuto compilare alcuni documenti. Mi è stato chiesto delle mie condizioni di salute passate e attuali. Quando ho chiesto spiegazioni all’impiegato, mi ha anticipato che probabilmente un mutuo a lungo termine non mi sarebbe stato concesso per via del tumore. L’ho vissuta come una vera ingiustizia, il ritorno della malattia a quindici anni dalla guarigione. Se il diritto all’oblio diventasse legge, potrei richiedere quel mutuo e aprire la mia scuola.”

Come funziona in Europa

Per superare le discriminazioni connesse allo status di ex paziente oncologico e aiutare le persone che sono riuscite a vincere la battaglia contro il tumore a riprendere in mano la propria vita, alcuni Stati europei si sono dotati di strumenti legislativi che riconoscono il diritto all’oblio oncologico.

La Francia è stata la prima a legiferare in tal senso, seguita da altri paesi europei come il Belgio, il Lussemburgo, l’Olanda e il Portogallo.

Recentemente sul tema si è espresso anche il Parlamento europeo (“Risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2022 su rafforzare l’Europa nella lotta contro il cancro – Verso una strategia globale e coordinata”) chiedendo “che entro il 2025, al più tardi, tutti gli Stati membri garantiscano il diritto all’oblio a tutti i pazienti europei dopo dieci anni dalla fine del trattamento e fino a cinque anni dopo la fine del trattamento per i pazienti per i quali la diagnosi è stata formulata prima dei 18 anni di età” e “l’introduzione di norme comuni per il diritto all’oblio nel quadro delle pertinenti disposizioni sulla protezione dei consumatori del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, al fine di superare la frammentazione delle pratiche nazionali nel campo della valutazione del merito di credito e garantire la parità di accesso al credito per i sopravvissuti al cancro”.

Il diritto all’oblio per i sopravvissuti al tumore, chiede ancora il Parlamento Europeo, “deve essere incluso nella legislazione dell’Unione europea per prevenire la discriminazione e migliorare l’accesso dei sopravvissuti al cancro ai servizi finanziari”.

E in Italia?

Il Parlamento è chiamato a rispondere alle indicazioni europee. Al Senato è stato recentemente depositato il disegno di legge “Disposizioni in materia di parità di trattamento delle persone che sono state affette da patologie oncologiche” (prima firmataria la senatrice Paola Boldrini- PD). Il testo, al momento, è fermo non essendo stato ancora assegnato alle Commissioni competenti per l’esame.

La proposta sancisce il divieto di richiedere informazioni sullo stato di salute (e, in particolare, sulle patologie oncologiche pregresse) in sede di stipula di contratti di assicurazione, di contratti concernenti operazioni e servizi bancari e finanziari e di indagini per l’affido di un minore, decorso il termine di dieci anni dal trattamento attivo in assenza di recidive o ricadute della malattia e cinque anni se la patologia è in sorta prima del ventunesimo anno di età (il riferimento all’età è aumentato rispetto alla previsione del Parlamento europeo che poneva come soglia il diciottesimo anno).

«Le persone guarite dal cancro devono essere libere di guardare al futuro senza convivere con l’ombra della malattia», spiega Giordano Beretta, presidente della Fondazione AIOM.«C’è una forte discriminazione sociale nei loro confronti, che deve essere combattuta. Abbiamo bisogno di trovare il consenso delle forze politiche per l’approvazione di questo essenziale provvedimento. È una battaglia di civiltà che tutti dobbiamo combattere uniti. La legge permetterebbe di non essere più considerati pazienti dopo 5 anni dal termine delle cure se la neoplasia è insorta in età pediatrica e dopo 10 se ci si è ammalati in età adulta. Oggi, grazie all’innovazione dei percorsi terapeutici, molti tumori vengono curati e altri possono essere cronicizzati: per questa ragione i pazienti che vivono anche a molti anni di distanza da una diagnosi sono aumentati e così le persone che trarranno benefici da questo provvedimento».

diritto all’oblio dopo quanti anni si può richiedere la cancellazione della notizie?

Facile dire il diritto all’oblio dice Cristian Nardi Esperto nella cancellazione di notizie dal web:   Rimuovere informazioni sul web non è così semplice. Purtroppo no. Ed è incredibile con che con quanta facilità sia possibile pubblicare Fake News  e rovinare la vita delle persone per bene. Ormai ci troviamo foto, video, audio e, in generale, contenuti digitali che si riferiscono sia all’utente stesso che a terzi soggetti.

Può capitare che tali contenuti vengano ritenuti pregiudizievoli per la reputazione del diretto interessato, oltre che lesivi della sua privacy. A titolo esemplificativo, qualcuno (generalmente un giornale online) può aver pubblicato su un sito internet un articolo nel quale si riferisce di una condanna penale comminata ad una persona, ovvero di una condanna civile di risarcimento danni, o un pignoramento iniziato nei confronti di qualche soggetto. Inoltre, può verificarsi che vengano pubblicati online contenuti multimediali (video, foto etc) suscettibili di dare un’immagine distorta o non più attuale del soggetto cui si riferiscono. Tali dati e notizie, una volta pubblicati online, possono diventare facilmente reperibili da chiunque acceda alla rete, nella misura in cui i predetti contenuti siano rintracciabili e raggiungibili attraverso i classici motori di ricerca (es. “Google”). Ebbene, in queste ipotesi il diretto interessato, onde evitare che notizie ritenute pregiudizievoli ed offensive continuino ad essere di pubblico dominio, può ottenere la rimozione dai motori di ricerca di tutti i link e riferimenti che rimandano ai contenuti online in questione, invocando il cd.

diritto all’oblio è il diritto di ciascun soggetto ad essere “dimenticato”. Esso si attua, in concreto, mediante la rimozione di tutti quei link e riferimenti che rimandano ad un contenuto online ritenuto lesivo. Come accennato, infatti, una notizia o contenuto multimediale presente online diventa facilmente raggiungibile da chiunque acceda ad internet, nel momento in cui tali contenuti risultino visibili mediante i link che compaiono a seguito di una ricerca effettuata online (sempre a titolo esemplificativo, ricerca tramite “Google”). Siffatto meccanismo, in informatica, è chiamato “indicizzazione”, e consente il facile reperimento e raggiungimento di pagine o siti internet presenti nelle banche dati dei motori di ricerca online: è sufficiente inserire alcune parole chiave nell’apposito canale di ricerca affinché tra i risultati compaiano i “link” (= collegamenti) a siti internet e, di conseguenza, ad articoli o contenuti multimediali. Viceversa, il meccanismo che consente la rimozione di tali link dai motori di ricerca e, di conseguenza, l’impossibilità di trovare agevolmente certi contenuti presenti in rete, è definito “deindicizzazione”. Tecnicamente, pertanto, è la cd “deindicizzazione” che consente l’attuazione del diritto all’oblio. E’ bene sottolineare, tuttavia, che la deindicizzazione non equivale ad eliminazione della notizia, dato o contenuto multimediale pregiudizievole dell’interessato a cui quelle informazioni si riferiscono: per eliminare definitivamente un contenuto ritenuto lesivo della propria persona, occorrerà rivolgersi direttamente al titolare del trattamento ovvero al responsabile del trattamento di quel dato e chiederne la cancellazione dal proprio sito internet.

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Il diritto all’oblio è un diritto di creazione prettamente giurisprudenziale. Esso ha avuto notevole impatto a seguito della nota Sentenza della Corte di Giustizia Ue del 2014 (v. Corte Giustizia Europea, C-131/12 del 13 maggio 2014), con la quale la Corte ha condannato Google alla deindicizzazione di alcuni siti internet che riportavano notizie lesive della sfera privata e della dignità di un cittadino europeo di origine spagnola. In Italia vi sono state negli ultimi anni diverse sentenze (cfr. Trib. Roma, n. 23771/2015), anche della Suprema Corte (cfr per tutte Cass. Civ., n. 13161/16), che hanno espressamente riconosciuto tale diritto, nonché diverse pronunce favorevoli dello stesso Garante della Privacy italiano. Di particolare interesse una delle ultime pronunce dell’Autorità (v. Provvedimento del 21 dicembre 2017 n. 557 del Garante Privacy), con la quale è stato condannato Google a deindicizzare link non soltanto europei ma anche extra UE, riconoscendo così all’interessato tutela effettiva anche al di fuori dei confini UE.

Il diritto all’oblio è stato successivamente disciplinato dall’art. 17 del GDPR (Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali), che introduce espressamente il “diritto alla cancellazione (<diritto all’oblio>)”; il citato Regolamento Europeo sarà operativo per tutti gli Stati UE a partire dal 25 maggio 2018.

La richiesta di deindicizzazione va rivolta direttamente a Google Bing, Yahoo ecc cce ricerca da cui si vogliono eliminare i link in questione. Spiegando in un semplice modulo il perché si intende eliminare le notizie lesive, e la copia di un documento d’identità del richiedente. Ricevuta la richiesta di deindicizzazione, Google deve obbligatoriamente “lavorarla” ed in tempi brevi.

Diritto All’oblio Come Fare per tutelare la propria identità digitale

Gestione della reputazione online

Cristian Nadi di privacygarantita.it   riporta un sondaggi sul grande motore di ricerca Google, di cui emerge che più della metà, il 56%, delle persone cercano regolarmente nome e cognome delle persone  in cui trattengono rapporto di lavoro. Oggi, non solo quando si costruiscono rapporti d’affari, ma anche quando si cerca un lavoro, Capita spesso da parte dell’azienda di fare un controllo sui motori di ricerca.

Di conseguenza, c’è una crescente domanda di gestione della reputazione online, in cui individui, personaggi pubblici o persino aziende desiderano controllare e controllare la propria impronta digitale. Sebbene sia ancora un settore relativamente giovane, ma sempre più aziende ed esperti si occupano di questo campo.

Cos’è la gestione della reputazione online?

La gestione della reputazione è nata dalle PR (pubbliche relazioni) con l’ascesa di Internet e dei social media negli anni 2000. Lo scopo del processo è influenzare positivamente l’impronta digitale e la reputazione di marchi e marchi personali.

PR (Public Relations) non è altro che una comunicazione basata sui vantaggi reciproci con il pubblico, i clienti, le parti interessate e l’organizzazione consapevole delle relazioni che vi sono dietro.

Lo scopo della gestione della reputazione, al contrario, è introdurre e influenzare positivamente l’immagine di una data organizzazione.

Lo scopo della gestione della reputazione

La gestione della reputazione è principalmente un’attività preventiva, ovvero si tratta principalmente di produrre informazioni positive e di diffonderle attraverso i canali appropriati. Nella maggior parte dei casi, le PR online e l’ottimizzazione per i motori di ricerca (SEO) sono i due canali di distribuzione più importanti. Nel caso delle PR online, gli articoli sull’azienda e sulla persona appaiono in un’immagine positiva. Qui, le apparizioni sono fatte principalmente su portali online e di notizie più grandi, sia su linea professionale che su organi di stampa nazionali. Tali aspetti possono costare centinaia di migliaia o addirittura milioni di fiorini e, sebbene il loro impatto a breve termine sia tipicamente positivo, la loro forza a lungo termine è in genere difficile da misurare. Dal momento in cui scade il ciclo di vita di un determinato articolo, relativamente pochi lo leggeranno o lo troveranno.

In questi casi, l’ottimizzazione dei motori di ricerca di solito viene alla ribalta, dove ci sforziamo di includere risultati per lo più positivi o neutri nei risultati di Google durante la ricerca di un determinato nome o nome di società.

Se ottimizziamo bene il contenuto (sia sul nostro sito web, anche su un altro portale online), possiamo creare un’immagine positiva di noi stessi in modo stabile ea lungo termine.

Dopo tutto, chiunque ci cerchi su Google troverà costantemente gli articoli che portiamo in primo piano. Questo può influenzare positivamente l’immagine di una data azienda, persona o evento.

Esistono 3 modi per aumentare la reputazione di una determinata organizzazione o persona.

Forme di costruzione della reputazione

1) Migliora / branding (costruzione del marchio)

In questo caso, ci concentriamo sulla costruzione di un marchio, sulla costruzione di elementi di comunicazione chiave e un’immagine di marca a lungo termine.

Appuntamento, promozione

Costruire il marchio personale di un personaggio appena rilasciato

Assistenza clienti, gestione dei problemi dei clienti

2) Riparazione (neutralizzazione-neutralizzazione)

In questo caso, cerchiamo di ripristinare una reputazione danneggiata che è stata danneggiata in qualche forma e cerchiamo di riparare o neutralizzare l’impatto negativo.

Forme di servizi:

  • Gestione della crisi
  • Gestione degli scandali
  • Generare risultati positivi
  • Neutralizza notizie negative

Qui, è importante sapere che ci sono marchi che subiscono tali danni che non c’è più un’opportunità realistica per ripararli. Oppure sarebbe possibile ottenere solo in un tempo irragionevolmente lungo ciò che nemmeno un buon professionista può intraprendere.

3) Protezione / Protezione e Sorveglianza

In questo caso, l’obiettivo è proteggere e monitorare l’impronta digitale di un marchio, marchio personale o aziendale. Quindi l’obiettivo qui è preservare un’immagine costruita e sviluppata in precedenza. Questa protezione può essere finalizzata a prevenire gli effetti negativi in ​​arrivo, o anche a filtrare potenziali attacchi da parte dei concorrenti e dell’opposizione.

Proteggi la tua lista dei risultati con risultati positivi / neutri

Gestisci i contenuti negativi emergenti

Monitoraggio del marchio

gestione della reputazione online e buona immagine del marchio

Incontro PR + SEO online

La gestione della reputazione non è solo un’attività di PR online. Potresti anche voler aiutare l’attività dal sito social e dalla pagina canale basata sulla ricerca.

Rispetto alle campagne di PR online una tantum, ad esempio, l’ottimizzazione dei motori di ricerca può essere in grado di dipingere un’immagine positiva di una determinata persona o marchio a lungo termine. La SEO è un ottimo canale per trasmettere la nostra narrativa e il nostro punto di vista alle persone interessate a un determinato nome o argomento. A lungo termine, possiamo creare valore serio e valore del marchio per la nostra azienda, che la renderà molto più resistente agli effetti negativi e ai possibili attacchi.

Cristian Nardi: cancellare una notizia da google fondamentale per prestito in banca e per chi cerca lavoro

foto ufficio google

cercando su Google” il tuo nome (o azienda) di recente sono uscite delle notizie negative?  nella prima pagina dei risultati di ricerca di Google? Temi che la notizia negativa possa avere un impatto negativo sulla tua vita personale / professionale o sulla capacità di generare nuovi clienti?

Se è così, sono qui per aiutarti. Questo post delinea varie strategie e tattiche che abbiamo implementato per i nostri clienti negli ultimi 10+ anni per rimuovere con successo articoli di notizie negative o ridurre al minimo la loro visibilità nei risultati di ricerca di Google.

PERCHÉ LE NOTIZIE NEGATIVE HANNO UNA POSIZIONE ELEVATA SU GOOGLE:

Ci vogliono anni perché una aziende costruiscano una solida reputazione e solo pochi giorni prima che un articolo di notizie negative sul web faccia crollare tutto. Quando le notizie negative vengono pubblicate online, c’è un’alta probabilità che vengano classificate nella prima pagina dei risultati di ricerca per il tuo nome. Forse ti starai chiedendo perché questo sta accadendo, soprattutto se l’articolo di notizie negative è classificato al di sopra di altre proprietà web che esistono da anni. Ci sono 3 ragioni principali per cui ciò si verifica:

1. Clic: il fattore di ranking di ricerca n. 1 nel 2020, è il numero di clic che un link specifico ottiene nel tempo. In generale, più clic riceve un link, più alto sarà il ranking nei risultati di ricerca. Quando le persone cercano il tuo nome o la tua attività, è molto più probabile che facciano clic sull’articolo di notizie negative (piuttosto che sul tuo sito Web o profilo LinkedIn), il che fa sì che si posizioni più in alto nei risultati di ricerca.

2. Autorità di dominio: ogni sito su Internet ha un certo livello di “fiducia” o ” autorità di dominio ” su Google. Maggiore è l’autorità di dominio di un sito, maggiore è il posizionamento del sito nei risultati di ricerca. La maggior parte dei siti web relativi alle notizie è altamente considerata da Google, il che è uno dei motivi per cui gli articoli di notizie negative possono arrivare rapidamente in cima ai risultati di ricerca.

3. “Viralità” / Collegamenti: non è raro che un articolo di notizie negative diventi ” virale” a causa di siti di condivisione sociale e altri blog / forum / ecc. ripubblicare la storia. Quando altri siti si collegano all’articolo negativo originale, segnala a Google che l’articolo deve essere di valore per gli utenti e dovrebbe avere una posizione elevata nei risultati di ricerca.

OPZIONI PER RIMUOVERE GLI ARTICOLI DI NOTIZIE NEGATIVE:
Se al momento ti trovi a dover gestire un articolo di notizie negativo con una posizione elevata su Google, ci sono tre modi per rimuovere il collegamento negativo dai risultati di ricerca:

1. Rimozione completa: se l’editore o l’amministratore di un sito di notizie accetta di rimuovere completamente l’articolo, anche il collegamento associato verrà rimosso dai risultati di ricerca. Questo è lo scenario ideale e la prima opzione che esaminiamo quando aiutiamo i nostri clienti. Se un sito rimuove completamente un articolo, verrà visualizzata una “pagina 404” come mostrato di seguito:

2. Deindicizzazione: se una notizia negativa viene deindicizzata, significa che il collegamento associato alla notizia verrà completamente rimosso dai risultati dei motori di ricerca. Il problema principale con l’articolo di notizie negative non è necessariamente il fatto che esista, ma piuttosto il fatto che sia altamente visibile nei risultati di ricerca. Nella maggior parte dei casi, avere il collegamento all’articolo negativo deindicizzato è un risultato altrettanto buono quanto la rimozione completa.

3. Redazione: In rari casi, una pubblicazione di notizie accetterà di oscurare (rimuovere) il tuo nome da una notizia negativa. È più probabile che ciò accada in situazioni in cui non sei l’obiettivo principale dell’articolo o se sei stato vittima di un crimine e l’articolo di notizie che discute l’incidente occupa una posizione elevata nei risultati di ricerca per il tuo nome. Se il tuo nome viene oscurato dall’articolo di notizie, il collegamento associato all’articolo verrà rimosso dai risultati di ricerca con il tempo.

COME RIMUOVERE GLI ARTICOLI DI NOTIZIE NEGATIVE:
È improbabile che i siti di notizie rimuovano un articolo dal loro sito Web, ma c’è sempre una piccola possibilità che lo facciano. I siti di notizie, i redattori e i giornalisti sono abituati a ricevere richieste di rimozione di articoli negativi e imbarazzanti, quindi è estremamente importante elaborare una strategia di rimozione adeguata.

Prima di tentare la rimozione di un articolo di notizie, dovresti considerare quanto segue:

Se sono presenti più articoli di notizie negative, documenta ogni URL e il relativo posizionamento nei risultati di ricerca. Questo ti aiuterà a organizzarti e a dare la priorità ai tuoi sforzi di rimozione.
Se sei a conoscenza di un solo articolo di notizie negative, copia e incolla il titolo dell’articolo in una ricerca su Google per assicurarti che non sia stato ripubblicato su altri siti.
Cerca modi per contattare il sito Web che ospita l’articolo e / o il giornalista che ha scritto l’articolo.
La maggior parte dei siti di notizie avrà una pagina “Contatti” dove puoi lasciare un messaggio.
La maggior parte dei giornalisti ti fornirà un modo per contattarli (via e-mail, Twitter, ecc.)
Se non è disponibile un metodo di contatto, fai una ricerca su Google per il loro nome e verifica se ci sono profili di social media (ad esempio Linkedin ) su cui puoi potenzialmente raggiungerli.
Quando ti rivolgi a un editore o giornalista, non iniziare mai il contatto in modo minaccioso, poiché ciò danneggerà notevolmente le tue possibilità di rimuovere l’articolo e potrebbe peggiorare il problema.
Se stai tentando di rimuovere un articolo di notizie negative che ha più di un paio d’anni, usalo a tuo vantaggio. Storicamente, i siti di notizie hanno maggiori probabilità di rimuovere le notizie più vecchie / obsolete rispetto a quelli più recenti.
È importante notare che in genere hai solo una possibilità per rimuovere l’articolo di notizie negative. Se non sei sicuro dell’approccio ottimale e desideri che uno dei nostri esperti di reputazione online tenti di rimuovere per tuo conto, non esitare a contattarci per una consulenza gratuita.

SOPPRIMERE O SPINGERE GLI ARTICOLI DI NOTIZIE NEGATIVE SU GOOGLE

La realtà è che la maggior parte delle pubblicazioni di notizie non rimuoverà, deindicizzerà o oscurerà il tuo nome da un articolo di notizie negative, lasciandoti nella posizione in cui devi cercare una soluzione alternativa. La seconda migliore strategia per riparare il danno causato da un articolo di notizie negative è sopprimerlo più in profondità nei risultati di ricerca di Google (pagina 2+) dove è improbabile che venga visto.

Il termine tecnico per questo processo è “soppressione del motore di ricerca”, che implica la creazione di una rete di nuove proprietà web positive per spingere verso il basso l’articolo negativo. Il lasso di tempo per eliminare un articolo di notizie negative alla pagina 2+ di Google varia notevolmente e dipende da diversi fattori. Nella maggior parte dei casi, la soppressione non è solo efficace nel rimuovere l’articolo negativo dalla prima pagina dei risultati di ricerca, ma funziona anche per rafforzare il tuo marchio personale e / o promuovere la tua attività in una luce positiva.

Esistono numerose strategie e tattiche per sopprimere un articolo negativo, come ad esempio:

Impostazione di profili Web 2.0 di alto livello e mantenerli attivi
Avvio di un blog personale o aziendale e pubblicazione di contenuti ottimizzati di alta qualità
Pubblicazione di comunicati stampa su proprietà web di alto livello
Pubblicare altri tipi di media, come video, interviste, podcast, ecc.
Ottimizzazione dei contenuti che già possiedi (ovvero il tuo profilo LinkedIn)
Diventare un guest poster su siti Web di terze parti credibili

RIASSUMERE:
La cosa più importante da ricordare quando si ha a che fare con un articolo di notizie negative su Internet è avere un piano ed essere razionali. Può essere facile provare un impeto di rabbia e trepidazione quando si legge un articolo negativo su di te o sulla tua attività. Invece, canalizza quell’energia nella creazione di una strategia per rimuoverla o sopprimerla.

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Se stai cercando di rimuovere o sopprimere articoli di notizie negative nei risultati di ricerca, il nostro team di Reputation Resolutions può aiutarti. Il primo passo nel nostro processo è analizzare le tue circostanze specifiche e valutare i siti web che ospitano gli articoli di notizie negative. Una volta completata l’analisi, ti forniremo una valutazione onesta della strategia più ottimale per rimuovere o sopprimere gli articoli di notizie negative il più rapidamente possibile. Se riteniamo che la rimozione dell’articolo di notizie negative sia una possibilità realistica, ti verrà addebitato il nostro servizio solo se riusciamo a rimuovere completamente gli articoli di notizie negative dai risultati di ricerca di Google.

Non solo garantiamo il nostro lavoro, ma negli ultimi 7+ anni abbiamo consolidato la nostra reputazione come una delle società di gestione della reputazione online più affidabili e orientate ai risultati in italia.Privacy Garantita è una delle poche società di gestione della reputazione con una valutazione “A +” con il Better Business Bureau . Inoltre, Privacy Garantita è stata selezionata come una delle migliori società di gestione della reputazione online negli Stati Uniti da tre agenzie di rating indipendenti. Per visualizzare le recensioni dei clienti precedenti che hanno utilizzato i nostri servizi, fare clic qui.

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Cos’è il Diritto all’oblio?Come funziona la richiesta ad “essere dimenticati”

Diritto all´oblio: il tempo non è l´unico elemento da considerare
Ruolo pubblico svolto e attualità della notizia sono importanti fattori da prendere in esame

Il trascorrere del tempo è senz´altro l´elemento più importante per valutare l´accoglimento di una richiesta ad “essere dimenticati”, ma l´esercizio del cosiddetto “diritto all´oblio” può incontrare altri rilevanti limiti, come precisato dalla giurisprudenza comunitaria e dal lavoro condotto dal Gruppo dei Garanti europei.

Proprio queste ulteriori circostanze ha dovuto prendere in considerazione l´Autorità italiana nell´esaminare il ricorso presentato da un alto funzionario pubblico che chiedeva la rimozione di alcuni url dai risultati di ricerca ottenuti digitando il proprio nominativo su Google. Questi url, infatti, rinviavano ad articoli nei quali erano riportate notizie relative ad una vicenda giudiziaria nella quale lo stesso era stato coinvolto e che si era conclusa con la sua condanna. Si trattava di una vicenda molto risalente nel tempo (circa 16 anni fa) e l´interessato era stato nel frattempo integralmente riabilitato [doc. web n. 6692214].

Uno degli articoli di cui si chiedeva la rimozione era stato pubblicato nell´imminenza dei fatti ed altri, invece, più recenti, avevano ripreso la notizia originaria riproponendola in occasione dell´assunzione di un importante incarico da parte dell´interessato.

Prima di entrare nel merito, il Garante ha affermato – contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa di Google – che era necessario prendere in esame tutti i risultati di ricerca ottenuti a partire dal nome e cognome dell´interessato, anche quelli associati ad ulteriori specificazioni, quali il ruolo ricoperto o la circostanza dell´avvenuta condanna. Tale interpretazione è in linea con la sentenza “Google Spain”, nella quale si afferma che le istanze di deindicizzazione devono essere prese in considerazione per tutti gli url raggiungibili effettuando una ricerca “a partire dal nome”, senza escludere  quindi la possibilità che ad esso possano essere associati ulteriori termini volti a circoscrivere la ricerca stessa.

Chiarito questo punto rilevante, l´Autorità è entrata nel merito ed ha ordinato a Google di deindicizzare l´url che rinviava all´unico articolo avente ad oggetto, in via diretta, la notizia della condanna penale inflitta al ricorrente, il quale all´epoca ricopriva un ruolo diverso da quello attualmente svolto. L´Autorità ha ritenuto infatti che, considerato il tempo trascorso e l´intervenuta riabilitazione, la notizia non risultasse più rispondente alla situazione attuale.

Viceversa, con riguardo agli articoli ai quali rinviavano gli ulteriori url indicati dal ricorrente, il Garante ha riconosciuto che questi, pur richiamando la medesima vicenda giudiziaria, “inseriscono la notizia in un contesto informativo più ampio, all´interno del quale sono fornite anche ulteriori informazioni” legate al ruolo istituzionale attualmente ricoperto dall´interessato e che tali risultati erano di indubbio interesse pubblico “anche in ragione del ruolo nella vita pubblica rivestito dal ricorrente, che ricopre incarichi istituzionali di alto livello”. Pertanto, riguardo alla richiesta di una loro rimozione, ha dichiarato il ricorso infondato.

FONTE: https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/6690762

Cristian Nardi l’esperto nella cancellazione link dalla rete spiega come rimuovere da Google un contenuto indesiderato

Google ha messo online una pagina per chi vuole richiedere la rimozione dalle sue pagine dei risultati di link verso contenuti non più rilevanti sul proprio conto. Lo strumento è stato realizzato seguendo le indicazioni contenute nella discussa sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea sul cosiddetto “diritto all’oblio”, che ha stabilito che i cittadini europei hanno il diritto di chiedere ai motori di ricerca di eliminare dalle loro pagine dei risultati i link verso cose che li riguardano nel caso in lui li ritengano “inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessivi in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati”.

Il colosso di internet ha predisposto un modulo online attraverso il quale i cittadini europei possono richiedere la rimozione di link dai risultati di ricerca. “Esamineremo ogni richiesta cercando di bilanciare il diritto alla privacy con quello all’informazione”, dice un dirigente Google, ricordando che una sentenza della Corte Ue del 13 maggio “richiede a Google di prendere decisioni difficili in merito al diritto di un individuo all’oblio e al diritto del pubblico di accedere all’informazione”. Per questo, continua, “Stiamo creando un comitato consultivo di esperti che analizzi attentamente questi temi. Inoltre, nell’implementare questa decisione coopereremo con i garanti della privacy ed altre autorità”.

Sulla pagina messa online da Google (qui il link) ci sono tutte le istruzioni per far rimuovere dai risultati delle ricerche i contenuti ritenuti lesivi (che non saranno quindi più indicizzati). Saranno cancellati quelli che “includono informazioni obsolete sull’utente” e quelli che non hanno “informazioni di interesse pubblico, ad esempio se riguardano frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di funzionari statali”. Per richiederne la rimozione basta inserire i propri dati (o quelli del proprio assistito se l’istanza è avviata da un avvocato), spiegare brevemente il perché debbano essere cancellati e allegare una copia del documento di identità.

Come rimuovere contenuti lesivi sui social

La prima cosa da fare per rimuovere un post o un video degradante è contattare i social network su cui sono pubblicati: Facebook e YouTube, ad esempio, hanno dei moduli online per la segnalazione e la rimozione

Nel caso si tratti di un contenuto pubblicato da un sito o da un blog italiano bisogna fare la denuncia alla Polizia Postale o alla magistratura, e chiedere la rimozione d’urgenza che deve avvenire nell’arco di 24-48 ore 4 3

Nei casi in cui i social network si rifiutino di togliere un post o un video, ci si può rivolgere al Garante per la Privacy (o alla magistratura stessa) perché faccia istanza contro le aziende con sede all’estero e ottenere la rimozione

Lo prevede una sentenza della Corte di giustizia europea del 2014: si può chiedere a Google, attraverso un modulo online, la “deindicizzazione” nel motore di ricerca. Google ha accolto finora il 30% delle 30mila richieste italiane

Privacy, gigantesca voragine nel portale delle imprese: chiunque può scaricare 6 milioni di dati personali – VIDEO

Privacy, gigantesca voragine nel portale delle imprese: chiunque può scaricare 6 milioni di dati personali – VIDEO

Chi vuole può citofonare a Casaleggio, Montezemolo o all’ad delle Ferrovie per lamentarsi di persona dei ritardi. Si possono anche scaricare i dati in modo massivo per usarli a fini commerciali o rivenderli a terzi. Mentre entra in vigore il General Data Protection Regulation (GDPR) che impone la stretta ai gestori di banche dati di tutta Europa in Italia si scopre una gigantesca falla nel portale delle imprese voluto dal governo. Si rischiano multe fino a 10 milioni di euro. Immediata la segnalazione al Garante della Privacy

I clienti delle Fs potranno lamentarsi di persona con chi le amministra, basta seguire l’indirizzo e citofonare “Mazzoncini”. Idem quelli di Amsa e A2a e di multinazionali come Sky, Ikea, Siemens, Edison, Suzuki, Toyota e Luxottica. Qualche buontempone potrà suonare il campanello di CasaleggioDe Benedetti e Montezemolo o attaccarsi a quello del politico paracadutato ai vertici di società pubbliche. Il servizio è gratuito e privo di rischi, grazie al contributo di Palazzo Chigi e Camere di commercio. Volevano semplificare la vita agli imprenditori, hanno finito per esporre ai quattro venti i loro dati personali, comprese le residenze private, di milioni di amministratori, procuratori e consiglieri iscritti al Registro delle Imprese.

Merito di un portale istituzionale che regala all’Italia un bel primato: anche i sassi sanno che oggi, 25 maggio 2018, diventa operativo il General Data Protection Regulation (GDPR), il nuovo regolamento europeo che impone maggiori obblighi e cautele, nonché sanzioni fino a 10 milioni di euro ai gestori di dati che per evitarle stanno bombardando utenti e clienti di richieste a rinnovare il consenso. Il nostro Paese lo celebra con un data-breach di proporzioni epiche e dai risvolti inesplorati. A beneficio dei curiosi che s’annidano tra 200mila utenti mensili del sito e di chi volesse utilizzarli a fini commerciali propri o rivenderli a terzi. Magari dopo averli scaricati comodamente in blocco con un semplice script da ragazzini dell’Itis di Monza. Lo abbiamo fatto.

Se Snowden chiede una pratica edilizia
Il Codice dell’amministrazione digitale dice che per accedere ai servizi della PA si devono usare esclusivamente sistemi sicuri, come SPID o la CNS, ma il gestore del sito – prima falla – evidentemente non lo sa e consente di registrarsi come si vuole, senza un sistema di autenticazione. Noi lo facciamo usando il nome Edward Snowden, l’informatico e attivista statunitense che ha rivelato lo scandalo intercettazioni. Luogo e data di nascita sono su Wikipedia e di strumenti per calcolare il codice fiscale è pieno Internet. Il nostro Edward può ora presentare pratiche presso tutti i Comuni italiani convenzionati. Ne sceglie uno a caso, il Comune di Milano e segue le istruzioni. Clicca sul bottone “Compila una pratica” e arriva una pagina dove deve inserire i dati anagrafici dell’azienda. E qui siamo alla seconda falla.

Il servizio ha poi una funzione compilazione automatica del modulo, così che a Snowden basta inserire un codice fiscale aziendale (sono tutti pubblicati per legge nella homepage dei loro siti Internet) per vedersi comparire a schermo la relativa scheda anagrafica estratta dal Registro delle Imprese, con tutti i dati rel​ativi al rappresentante legale dell’azienda. Potrà inserire, ad esempio, il codice fiscale di NTV – Italo treno: 09247981005. Cliccando sul bottone “recupera dati” magicamente otterrà l’indirizzo dell’abitazione di Luca Cordero di Montezemolo. Lo stesso può fare con la Casaleggio e associati per avere l’indirizzo di Davide Federico Dante Casaleggio e così via. Certo, si può anche fare tramite le visure camerali, ma bisogna accreditarsi e pagare lasciando traccia delle operazioni. Si può andare fisicamente allo sportello della Camera di Commercio, dove non chiedono documenti, ma richiede tempo e si paga per ogni pratica. Qui si fa tutto in rete, gratis e senza limiti. Ma ecco il terzo svarione che perfeziona il pasticcio: il data-breach, cioè la possibilità di scaricare, copiare e trasmettere in maniera massiva dati personali.

Il data-breach 
casalingo, la reazione dell’ente
Scaricare a mano 6milioni di schede aziendali, l’intera banca dati delle Camere di Commercio, in effetti può risultare noioso. Fortunatamente Edward conosce Giggino, che frequenta la terza all’ITIS informatici di Monza che è un maghetto col Javascript. In quattro e quattr’otto Giggino gli prepara uno script che scarica diecimila record alla volta.
 Ecco qui i primi diecimila in un file Excel, li manderemo a Antonello Soro, il Garante della privacy per sentire cosa ne pensa.
 Ma è mai possibile che dati personali siano trattati con tanta leggerezza dalla società delle camere di Commercio? A sera chiama il dirigente di UnionCamere responsabile del servizio. Luca Candiani ci ringrazia della segnalazione e poi spiega che l’ente ha scelto di non limitare l’accesso a credenziali sicure perché “vista la scarsa diffusione di identità digitali tra gli italiani avremmo fortemente limitato l’operatività del servizio”. Eppure il governo e la sua Agenda digitale spingono da anni nella direzione opposta, a incentivare il più possibile la diffusione di sistemi di autenticazione sicuri come Spid e Cns. Resta allora da capire quanto la pretesa “operatività del servizio” faccia rima con i più sostanziosi incassi che un accesso non controllato garantisce ogni anno all’ente camerale.

L’esperto: “Se confermate, inadempienze gravi”
“Se le cose stanno in questi termini siamo davanti a una serie di inadempienze gravi”, spiega Fulvio Sarzana, giurista che da anni si occupa di diritti digitali e privacy. “Sembra potersi profilare una violazione del principio di accountability ovvero dell’adozione di comportamenti proattivi e tali da dimostrare la concreta adozione di misure finalizzate ad assicurare l’applicazione del nuovo quadro comunitario alla base del Regolamento Europeo in materia di protezione dei dati personali. Va ricordato che il Regolamento è in vigore dal maggio 2016 e dal maggio 2018 è solo prevista l’operatività in tutti i paesi dell’Unione. Ancora, va ricordato come l’adozione di misure di sicurezza per il trattamento dei dati personali volte ad evitare rischi di diffusione incontrollata di dati, sia oggetto anche di una specifica disposizione penale, come già previsto dall’art 169 del codice della privacy. E’ bene verificare con attenzione cosa sia successo”.

PS 1- L’unico vero ostacolo che il nostro Edward ha incontrato sulla sua strada è stato al momento della  registrazione: dopo aver fallito con diversi browser ha scoperto che il sito funziona solo con alcuni. Questo nonostante le linee guida per la realizzazione dei siti web della PA raccomandino di verificarne il funzionamento su tutti i browser più diffusi.

PS 2 – La sera prima della pubblicazione abbiamo segnalato la falla a UnionCamere che è il titolare del servizio per consentirle di prendere le giuste contromisure ed evitare eventuali abusi.

GDPR, ok del Garante Privacy al decreto di adeguamento ‘Per i social età minima 14 anni’

Via libera in tempi stretti del Garante Privacy allo schema di decreto legislativo per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del nuovo Regolamento (Ue) 2016/679 sulla Data Protection (GDPR).

Via libera in tempi strettissimi del Garante Privacy allo schema di decreto legislativo per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del nuovo Regolamento (Ue) 2016/679 sulla Data Protection (GDPR), che entra pienamente in vigore il 25 maggio. Ora la palla passa alle Camere, sperando che non si vada alle calende greche.

Oggi in Senato (sono le Commissioni speciali che in questo periodo esaminano gli Atti del Governo, in attesa del nuovo esecutivo) alle ore 14,15 è inserita nell’ordine del giorno la discussione sull’”Adeguamento normativa nazionale circa la protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali”.

Il decreto dovrà tornare poi a Palazzo Chigi e ottenere il via libera definitivo del Consiglio dei Ministri (dovrà prima esserci anche l’ok di cinque ministeri: Giustizia, Affari esteri, Economia, Sviluppo economico e Pa). Insomma, l’Italia partirà comunque in ritardo e il nuovo regolamento entrerà in vigore senza il necessario adeguamento della nostra normativa al nuovo quadro di riferimento europeo. Non siamo soli, però avremmo potuto e dovuto fare di più.

 

Data Retention a 72 mesi, Garante chiede cancellazione

Il parere del Garante Privacy mette in evidenza alcune posizioni critiche dell’Autorità, che ribadisce l’opportunità di alcune modifiche e integrazioni, in particolare in materia di Data Retention con il prolungamento fino a 72 mesi (sei anni) dell’obbligo di conservazione de dati di traffico telefonico e telematico, nonché alle chiamate senza risposta per anti-terrorismo. “La conferma di tale deroga determina rilevanti criticità…in ordine al rispetto del principio di proporzionalità tra esigenze investigative e limitazioni del diritto della protezione dei dati dei cittadini”, si legge nel parere del Garante, che da tempo sostiene questa posizione e chiede al Governo di espungere dal decreto questa norma perché appunto sproporzionata.

 

Preoccupazione per la Piattaforma digitale nazionale dei dati

Il Garante esprime poi “preoccupazione” per le disposizioni del CAD in materia di Piattaforma digitale nazionale dei dati (articolo 50) finalizzata a favorire la conoscenza e l’utilizzo del patrimonio informativo, detenuto, per finalità istituzionali, dai soggetti pubblici che in fase sperimentale sarebbe affidata al Commissario Straordinario per l’Attuazione dell’Agenda Digitale. “La pur necessaria valorizzazione del patrimonio informativo pubblico non deve, infatti, avvenire a discapito della tutela dei diritti fondamentali e con possibili ricadute anche in termini di sicurezza nazionale”, si legge nel parere del Garante, che teme quindi la concentrazione presso un unico soggetto di informazioni, anche sensibili e sensibilissime, con evidenti rischi di usi distorti e accessi non autorizzati di dati sensibili condivisi.

Trattamento illecito, chieste sanzioni penali ‘per danno’ e non solo ‘per profitto’

Per quanto riguarda gli illeciti penali e amministrativi del trattamento illecito di dati (art. 167 dello schema di decreto) il Garante chiede di valutare, per stabilire sanzioni penali, “quale oggetto alternativo del dolo specifico il danno e non solo il profitto”. In altre parole, il reato di uso illecito dei dati secondo il Garante dovrebbe valutare soprattutto il danno d’immagine e reputazionale della vittima e non solo il profilo del mero profitto economico dell’autore dell’illecito. Una differenza sostanziale e quanto mai opportuna, considerata la marea di casi in cui la vittima di un uso distorto dei dati personali resi di pubblico dominio senza autorizzazione per danneggiare qualcuno ha distrutto la reputazione, se non addirittura la vita, di un numero sempre crescente di vittime.

Uso dei social, età minima 14 anni

In relazione ai servizi della società dell’informazione, il Garante Privacy fissa a 14 anni (e non a 16) l’età minima per iscriversi ad un social network. Il ragionamento è questo: se a 14 anni un ragazzo può denunciare atti di bullismo e dare il suo consenso all’adozione, sarebbe incoerente non consentirgli anche di iscriversi ai social a quell’età, tanto più che lo schema di decreto, in relazione ai servizi dell’informazione, indica che è consentito “il trattamento dei dati personali del minore di età inferiore a sedici anni”.

Riutilizzo dei dati a fini di ricerca o fini statistici

Il Garante solleva alcuni dubbi sulla nozione di “riutilizzo” che non viene definita dal decreto, che “coincide con l’utilizzo da parte di terzi, a fini commerciali o non commerciali, diversi da quelli iniziali per i quali le informazioni sono state prodotte, e riguarda soltanto i documenti contenenti dati pubblici (indipendentemente che si tratti di dati personali o meno) nella disponibilità di pubbliche amministrazioni e di organismi di diritto pubblico”.

A scanso di equivoci, il Garante suggerisce di sostituire il termine “riutilizzo” con quello di“trattamento ulteriore da parte di terzi”.

Diritto all’oblio, chiede 2 milioni di euro a Google: il suo nome legato al rapimento di una bambina

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L’uomo fu arrestato nella provincia di Lecce nel 2014 e rimase per quasi un anno tra carcere e domiciliari: è stato poi stato assolto a titolo definitivo. “Malessere psico-fisico per l’associazione a quella vicend

LECCE – Arrestato nel 2014 con l’accusa di aver partecipato al rapimento di una bambina di sei anni e assolto a due anni di distanza, ora chiede il conto a Google: 2 milioni di euro di risarcimento per la mancata applicazione del diritto all’oblio. Il 41enne Giovanni Giancane considera illegale il fatto che nonostante il tempo e la sentenza di assoluzione, il motore di ricerca continui a riproporre la notizia del suo arresto a quanti ne digitano il nome: un mese di carcere poi dieci agli arresti domiciliari. Per questo periodo di detenzione è stato chiesto un ristoro di 2 milioni di euro al ministero della Giustizia.

Le manette scattarono nel giugno 2014, al termine di un’indagine lampo dei carabinieri sulla scomparsa di una bambina bulgara di sei anni da un parco giochi di Monteroni. Giancane fu accusato di sequestro di persona insieme con una donna, quella Valentina Piccinonno che qualche anno più tardi finì nuovamente in carcere per aver assassinato un anziano al termine di un tentativo di rapina. Secondo la ricostruzione della Procura, l’uomo avrebbe avvicinato la bimba con la scusa di offrirle un gelato e poi l’avrebbe portata via con uno scooter.

Quell’ipotesi accusatoria, però, non ha retto alla prova del dibattimento, tanto che il tribunale di Lecce ha decretato l’assoluzione di Giancane, ora diventata definitiva. Ma l’uomo – sostiene l’avvocato  Daniele Scala – anche dopo la sentenza ha subito i contraccolpi del coinvolgimento in quella brutta vicenda giudiziaria. A sostegno della richiesta di risarcimento nei confronti del colosso di internet, il legale ha portato una serie di certificati medici, che attestano lo stato di malessere psico-fisico del 41enne.

La sua richiesta sarà valutata dal tribunale civile di Lecce, che dovrà verificare se effettivamente Google avrebbe dovuto rimuovere da tempo i contenuti relativi al rapimento della bambina, all’arresto di Giancane e a tutta la vicenda giudiziaria che ne è scaturita.

Arriva il Gdpr, ecco le istruzioni per l’uso

Dal 25 maggio si applica il nuovo regolamento generale europeo in materia di protezione dei dati personali: dal consenso all’accesso fino alla portabilità, il vademecum per orientarsi fra obblighi e garanzie.

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ROMA – IL Gdpr è il General data protection regulation, il nuovo regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali che diventerà operativo dal 25 maggio dopo essere stato approvato due anni fa. Il regolamento n. 2016/679 fa parte del cosiddetto “Pacchetto protezione dati” dell’Ue e introduce una serie di nuova garanzie per i cittadini europei o ne rafforza di già previste, riordinando i precedenti provvedimenti in materia di privacy. In quanto regolamento, interviene in modo diretto nelle legislazioni dei Paesi membri: vale infatti ovunque e non ha bisogno di leggi di recepimento, sebbene necessiti di un lavoro di armonizzazione con le proprie leggi, per evitare cortocircuiti. Proprio come accaduto in Italia. Ma a chi si applica, cosa prevede, quali sono le novità? Eccole spiegate per punti.

A chi si applica il Gdpr
Riguarda persone, società e organizzazioni che raccolgono e gestiscono qualsiasi tipo di dato personale in Europa. Anche se non è necessario che quel trattamento avvenga proprio nel perimetro dei 28. Si va da quelli per l’organizzazione interna delle risorse umane a quelle che, invece, coi dati ci fanno affari, come il caleidoscopico universo del marketing. Inclusi, ovviamente, i colossi (quasi del tutto) statunitensi dell’hi-tech, da Facebook a Google, che infatti nelle ultime settimane hanno adeguato le proprie condizioni d’uso e le politiche per la privacy secondo le indicazioni dei 99 articoli del regolamento.

Cosa si intende per dato
Alla nozione di dato personale (cioè qualsiasi informazione riguardante una persona fisica identificata o identificabile) il Gdpr aggiunge quelli di dato genetico, biometrico e relativo alla salute.

Consenso
Col Gdpr diventa tutto più chiaro ed esplicito in alcune aree specifiche: dati, consenso, responsabilità, sicurezza, controlli e sanzioni. Il consenso alla raccolta e al trattamento da parte degli utenti dev’essere per esempio fornito in forma chiara, con un atto positivo inequivocabile. Sì a una casella da spuntare, no a caselle precompilate, silenzio assenso o altri meccanismi per così dire poco proattivi. L’autorizzazione dovrebbe anche essere spacchettata, cioè richiesta per ogni elaborazione che su quelle informazioni sarà effettuata.

Accesso
I dati devono essere accessibili. Questa novità è molto chiara dalle modifiche delle piattaforme di questi ultimi giorni. Oltre all’accesso se ne può chiedere la rettifica o la cancellazione nonché l’approfondimento delle informative sulle finalità e sulle tecniche di profilazione, sempre garantendo altri diritti come la proprietà intellettuale e il segreto industriale.

Portabilità
Il Gdpr consente, all’art. 20, al soggetto di riutilizzare i propri dati, oggetto di trattamento da parte di un titolare, per altri scopi o su altre piattaforme. Insomma, di portarseli dietro, magari da una piattaforma di foto a un’altra. Questi dati devono essere forniti in formato strutturato e di uso comune, leggibile da dispositivi automatici e soprattutto interoperabile, cioè in grado di poter essere memorizzato su un dispositivo personale ed eventualmente traslocati altrove. Anche sui social. In futuro dovrebbe ad esempio esser possibile trasferire i dati da un servizio come Instagram ad uno come Snapchat o da Dezeer a Spotify.

La notifica
Ogni violazione dei dati dev’essere notificata con una serie di informazioni specifiche agli interessati entro 72 ore, dice l’art. 33 del regolamento (cosa che per esempio Facebook non ha fatto nel caso Cambridge Analytica), viene istituito un registro delle attività nel quale vengano registrati nome e dati di contatto del titolare del trattamento, le finalità, le categorie di interessati e di dati raccolti, i trasferimenti di quegli stessi dati verso Paesi terzi o altre organizzazioni, i termini per la cancellazione e una sintesi delle misure di sicurezza adottate.

La sicurezza
Le norme basilari vanno dalla pseudonimizzazione e la cifratura dei dati memorizzati a una serie di altre categorie come riservatezza, integrità, disponibilità e resilienza dei sistemi e dei servizi di trattamento. Come si diceva, il trasferimento a Paesi terzi è consentito solo nel caso in cui vi sia continuità per quanto riguarda questo genere di condizioni.

Il responsabile della protezione dei dati e il controllo
Il regolamento istituisce la figura del Data protection officer. Si tratta di una figura distinta dal titolare che deve garantire la messa in pratica (“accountability”) delle diverse norme previste. In questo quadro rientra la valutazione d’impatto della protezione dei dati e appunto l’istituzione del Dpo, sorta di “watchdog” del titolare. Una verifica interna, ovviamente, perché ogni Paese dovrà assegnare il controllo alle autorità nominate dal Parlamento, dall’esecutivo o da un organismo indipendente, in gran parte già esistenti, come il Garante per la protezione dei dati personali italiano. Spazio anche a una cooperazione fra autorità nazionali in seno al Comitato Europeo, che molto ha lavorato in questi due anni di transizione.

I minori
L’art. 8 del regolamento prevede che per offrire servizi ai minori di 16 anni sia necessaria un’autorizzazione da parte dei genitori o di un tutore. Anche sotto questo profilo si sono visti molti (e spesso inutili) movimenti da parte delle piattaforme digitali. I Paesi potranno con dispositivi specifici modulare questa soglia senza poterla comunque portare al di sotto dei 13 anni.

Il diritto all’oblio
Molto diverso da ciò di cui si è parlato negli anni scorsi rispetto a Google e ai motori di ricerca, il diritto all’oblio previsto dall’art. 17 del regolamento consiste in una sorta di cancellazione rafforzata dei propri dati in determinate situazioni. Per esempio quando non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati, quando si revoca o ci si oppone al consenso e se non sussiste altro fondamento giuridico per il trattamento. Oppure quando i dati sono stati raccolti in modo illecito o questo venga imposto dal diritto dell’Unione o di uno Stato membro o, infine, se siano stati raccolti quando l’utente era minore. La novità è che la richiesta inoltrata al primo che ha trattato i dati comporta l’obbligo per quest’ultimo titolare di trasmetterla a tutti coloro che li utilizzano o li hanno utilizzati in seguito. Il diritto all’oblio non si applica tuttavia se il trattamento è necessario “per l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di informazione”, “per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica”, “a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici” o se occorre in sede giudiziaria.

Le sanzioni
Le autorità di controllo possono condurre indagini, ottenere l’accesso alle informazioni e imporre limitazioni al trattamento, così come vietarlo o imporre alcune azioni, tipo la cancellazione. Si inaspriscono le sanzioni amministrative pecuniarie: le multe possono arrivare fino a 10 milioni di euro o 2% del volume d’affari globale in casi – sono solo due esempi – come la violazione delle condizioni applicabili al consenso dei minori in relazione ai servizi della società dell’informazione o alla mancata o errata notificazione e/o comunicazione di un data breach all’autorità nazionale competente. Oppure fino a 20 e 4% del fatturato in altre situazioni, come l’inosservanza di un ordine imposto da un’autorità o il trasferimento illecito di dati personali ad un destinatario in un Paese terzo. Rimangono dei margini interpretativi a disposizione delle singole autorità nazionali per stabilire l’entità e la gravità delle violazioni.