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Guerra A Gaza: Droni Bomba E Tweet Strategici Militari. Il Bilancio Parla Chiaro: Oltre 30 Bambini Morti.

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La guerra a Gaza non si ferma e l’esercito usa un tweet per fare più vittime. Nella notte un raid israeliano ha colpito un campo profughi. Dall’inizio delle ostilità sono già 30 i bambini palestinesi uccisi. La guerra continua e non risparmia colpi. Nelle ultime 24h l’esercito israeliano ha dapprima pubblicato un tweet fasullo dove annunciava di aver rotto i confini con un’offensiva via terra, poi hanno atteso che i militari palestinesi occupassero i tunnel di evacuazione scavati sotto la sabbia di Gaza.

Un rifugio creduto sicuro finchè l’esercito israeliano non ha svelato con le bombe il vero intento del tweet: riempire di vite i tunnel per poterli bombardare uccidendo più persone.

Intanto un raid nella notte ha bombardato il campo profughi Al-Shati, uccidendo diversi fra bambini e donne (si parla di almeno una decina).

Le azioni di guerra sono entrate nel vivo: sono oltre 2300 i missili lanciati verso Israele. Di questi quasi mille hanno raggiunto la destinazione. Hamas cerca di colpire usando anche droni-bomba, per lo più distrutti dalle difese israeliane.

Di contro sono migliaia i feriti palestinesi durante gli ultimi bombardamenti. Secondo le fonti attuali si superano le 130 vittime palestinesi già ufficiali, di cui oltre 30 bambini e 20 donne.

Nell’intera striscia la corrente elettrica è disponibile solo alcune ore al giorno e neanche consecutive mentre il sistema idrico è fuori uso per ampie zone.

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AssoCareNews.it ha scelto di raccontare gli orrori di questa e di altre guerre per non lasciare che le bombe abbiano la ragione del silenzio assenso.

Invitiamo i nostri lettori a fare anche una piccola donazione a

Unicef – Emergenza Gaza.

Grazie.

Dott. Marco Tapinassi

Vice-Direttore. Infermiere in Psichiatria, webwriter, attentatore di biscotti ma anche coautore di libri sui concorsi pubblici. Immagina l’informazione come un fattore di crescita. Non perde nemmeno un tè con il suo Bianconiglio.

Coronavirus mondo, “A New York il peggio è passato”. Seconda ondata in Cina: 108 nuovi casi

Il governatore Andrew Cuomo: riapertura graduale. Trump contro Fauci ritwitta: “Se ne vada”. Negli Stati Uniti oltre 1.500 decessi nel giorno di Pasqua. Pechino torna a stringere i controlli per evitare seconda ondata. In Ecuador 700 cadaveri recuperati dalle case

Il numero globale di casi confermati ha superato 1,85 milioni: 1.850.527, secondo i dati diffusi dalla Johns Hopkins University. Ci sono stati 114.245 decessi a livello globale. I morti negli Usa hanno superato i 22 mila.

L’incoraggiamento di Cuomo, “ma aspettiamo il vaccino”

Il governatore dello stato di New York annuncia: “Stiamo controllando il contagio. Penso che il peggio sia passato. Ma la riapertura di scuole e attività produttive sarà graduale. E ogni piano verrà basato sulle opinioni degli studiosi, non dei politici”. I progetti di ripresa di commerci e business “saranno gestiti in coordinamento con gli altri governatori”. Il Covid-19 potrà essere considerato sconfitto solo quando ci sarà il vaccino a disposizione per tutti, ha avvertito Cuomo, e questo non avverà prima di 12-18 mesi.

#FireFauci. Il retweet di Trump sul virologo Usa

È ora di licenziare Fauci, recita l’hashtag. Parliamo del tweet di una repubblicana ex candidata al Congresso, DeAnna Lorraine, ripostato poche ore fa dal presidente americano. Il più grande esperto di malattie infettive del governo Usa, Anthony Fauci, aveva scritto sul Nyt che se il Paese fosse stato chiuso prima, altre vite sarebbero state risparmiate dal coronavirus.

Il presidente, scrive il New York Times, ha già mostrato in privato irritazione verso Fauci, ma per il quotidiano newyorkese il messaggio su Twitter sarebbe il segnale più esplicito mostrato pubblicamente. “Fauci ora sta affermando che se Trump avesse ascoltato prima gli esperti medici, avrebbe potuto salvare più vite. Il 29 febbraio Fauci diceva alla gente che non c’era nulla di cui preoccuparsi e non rappresentava una minaccia per gli Stati Uniti in generale. Time to #Fire Fauci”, ha scritto Lorraine nel tweet. Ritwittando questo post, Trump ha aggiunto: “Mi dispiace, notizie false, ho bloccato la Cina molto prima che la gente parlasse”.

Anche la Francia ha cominciato a riflettere sulla fase 2: Vaccino entro il 2020

Anche la Francia ha cominciato a riflettere sulla fase 2. E un parere che conta è quello di Jean-François Delfraissy. L’immunologo francese guida il comitato scientifico che consiglia Emmanuel Macron nell’emergenza sanitaria. Delfraissy, 71 anni, è stato un luminare della ricerca sull’Aids, in prima linea contro Ebola. Il suo gruppo di “saggi” comprende anche un’antropologa e un sociologo. “E’ importante avere un approccio multi-disciplinare e valutare parametri non solo scientifici” spiega Delfraissy. “So per esperienza che ogni crisi sanitaria porta con sé il rischio di una crisi politica e sociale”. L’immunologo spiega a Repubblica quali sono le sue raccomandazioni per avviare la fine del lockdown iniziato il 17 marzo. Con un auspicio: “Francia e Italia si devono mettere d’accordo per una serie di misure condivise in questa fase molto delicata. È una delle delle chiavi del successo”.

Eppure il governo francese ha esitato a lungo prima di seguire l’Italia nella scelta del confinamento. C’era un sentimento di superiorità? 
“Non mi sono mai sentito superiore all’Italia, non ho lezioni da dare ai miei colleghi italiani, anzi devo riceverne. Personalmente mi sono reso conto dell’estrema gravità dell’epidemia proprio vedendo la situazione in Lombardia dove c’è un’eccellenza medica e scientifica. Ho capito subito che alla Francia sarebbe toccato lo stesso destino. E difatti quando si è insediato il nostro comitato il 10 marzo ho subito detto a Macron che l’unica strada da seguire era il confinamento”.

Il governo aveva valutato altre opzioni?
“Delle tergiversazioni della politica non rispondo. Posso invece dire che il mio parere è stato tranchant. E non ne vado fiero perché so quale sacrificio è stato imposto ai cittadini. Se avessimo avuto una capacità giornaliera pari a 100 mila test forse avrei suggerito di agire diversamente. Non era così. Il 10 marzo la capacità della Francia era di 3 mila test al giorno. Il confinamento non era la migliore soluzione. Era la meno peggio”.
In Germania la quantità di test ha fatto la differenza?
“E’ così, e tanto meglio per i tedeschi. Oggi in Francia capacità giornaliera di test è salita a 30 mila al giorno. L’obiettivo è arrivare a 100 mila entro la fine del mese. La carenza iniziale ha dettato la scelta del confinamento e pesa ancora nella durata”.
La vostra raccomandazione era chiudere il Paese fino a fine aprile. Si andrà oltre? 
“Parleremo di date solo quando avremo gli strumenti per affrontare l’aumento dei contagi e dei malati che ripartirà non appena si allenterà il confinamento. Su questo non ci sono dubbi: l’epidemia ricomincerà a correre. E noi dovremo essere pronti, contrariamente a quello che è successo la prima volta”.
Si parla di apertura per regioni, età, professioni.. Qual è il piano?
“E’ il dibattito in corso tra il nostro comitato, il governo e l’Eliseo. Vi posso solo dire che non passeremo dal nero al bianco. Ci saranno sfumature di grigio. Abbiamo fatto il calcolo delle persone più a rischio, tra anziani, cardiopatici, obesi e altre patologie. Sono 17 milioni di francesi. Già questo dato vi fa capire la complessità della situazione”.
Si comincia invece a sapere quanti sono i francesi immunizzati?
“Abbiamo i primi studi sierologici e purtroppo non sono incoraggianti. Nelle zone più colpite dall’epidemia vediamo che l’immunità è intorno al 10 per cento. Da quel che so è la stessa cosa in Lombardia. E’ molto meno di quello che ci aspettavamo, e speravamo. Siamo lontanissimi da un’immunità naturale nella popolazione. Ma c’è un altro problema”.
Quale?
“Questo virus è davvero particolare. Ci siamo accorti che la durata di vita degli anticorpi protettori contro il Covid-19 è molto breve. E osserviamo sempre più casi di recidiva in persone che hanno già avuto una prima infezione”.
Quindi nessuno è davvero protetto contro il coronavirus, neppure chi si è già ammalato?
“Sembra così. E’ per questo che il nostro comitato non raccomanda più la patente immunitaria, una sorta di lasciapassare per chi ha avuto una prima infezione”.
Quando la Francia sarà pronta per la fase 2?
“Ci sono due indicatori da guardare. Quando le terapie intensive non saranno più sotto pressione, il personale medico avrà fiatato. E quando avremo la capacità di testare massicciamente, isolando i positivi e tracciandone i contatti. Una previsione, solo teorica, è tra inizio e metà maggio”.
Il vostro modello è quello coreano? 
“Sì ma la Corea del Sud non ha fatto solo la tracciabilità sui cellulari. Ha anche mobilitato 20 mila persone che hanno indagato e spezzato le catene di trasmissione. L’innovazione tecnologica deve essere accompagnata da uno sforzo umano”.
Nessuna riserva sul tracking, la sorveglianza elettronica? 
“Solo in modo transitorio, su base volontaria e dentro regole precise. La Francia sta lavorando con la Germania su un’applicazione. L’ideale sarebbe allargare la collaborazione ad altri Paesi come l’Italia”.
La Francia e l’Italia possono fare scelte diverse su tempi e modi sulla fase 2?
“Sarebbe un disastro. Non lo dico solo al livello sanitario, ma anche per evitare una crisi sociale e politica più grave. Se siamo coordinati sarà molto più facile far accettare misure come il tracking o l’isolamento dei pazienti positivi in strutture ad hoc. I nostri cittadini osservano quello che succede nei Paesi vicini. Non capirebbero misure contraddittorie. Inoltre una certa uniformità è essenziale per ricominciare a viaggiare, lasciare aperte le frontiere”.
Pensa che al livello europeo si sia data la priorità alla risposta economica?
“Purtroppo è così, e ne subiamo tutti le conseguenze. Fino a qualche giorno fa i Paesi europei litigavano tra di loro per accaparrarsi le mascherine in Cina. Abbiamo deciso il confinamento senza coordinarci tra Paesi europei. Adesso è indispensabile non ripetere lo stesso errore. E’ il senso del mio appello all’Italia ma anche agli altri Paesi del nucleo fondatore dell’Europa”.
A proposito di mascherine, perché il governo francese continua a non raccomandare di indossarle?
“Sia l’Oms che il governo hanno faticato ad ammettere la verità, ovvero che non c’erano mascherine in quantità sufficienti per tutti. Sono convinto che le mascherine siano uno degli strumenti essenziali per uscire dal confinamento”.
Devono essere obbligatorie?
“Qualsiasi francese dovrebbe averle e indossare se lo desidera. Oggi non è così”.
Anche in Francia ci sono polemiche contro i runner o le persone che infrangono le regole. Lei che ne pensa?
“Il confinamento è rispettato dalla stragrande maggioranza dei francesi. Vedo anche io che non è il cento per cento, ma ricordiamoci che è un equilibrio delicato. La Francia non è la Cina, e ribadisco che le crisi sanitarie portano sempre un rischio politico e sociale da non sottovalutare”.
Il confinamento ha dato i risultati epidemiologici che si aspettava?
“Siamo nei tempi che avevamo previsto. A inizio marzo il tasso R0 era di 3,5, oggi è sceso intorno a 1 e pensiamo di calare ancora tra 0,7 e 0,8 a inizio maggio, quando si potrà cominciare a parlare di fine del confinamento. Ma solo se saremo pronti anche su test, tracking digitale e umano, isolamento pazienti, mascherine”.
L’estate ci aiuterà?
“Tutte le pandemie dell’ultimo secolo si sono attenuate durante la stagione estiva. Questa volta vediamo che il virus si diffonde anche in zone calde. Quindi prudenza. L’altra cosa che vediamo dalla storia delle epidemie è che bisogna prepararsi a un rimbalzo del virus in autunno”.
Dobbiamo aspettarci solo cattive sorprese?
“Sono ottimista per natura. Penso che alla fine l’intelligenza umana vincerà contro il virus. E quando parlo di intelligenza non parlo di noi esperti o della politica, ma dei cittadini che devono impadronirsi di questa sfida, e lo stanno già cominciando a fare. Durante l’emergenza dell’Aids ci sono stati 45 milioni di decessi, ma siamo riusciti a trovare una risposta sia nei paesi sviluppati che in quelli del Sud. Detto questo, qualche buona notizia c’è”.
Prego?
“Il virus ha subito solo piccole mutazioni in questi quattro mesi, è abbastanza stabile. E questo aiuta la corsa ai vaccini, inedita per rapidità. Sono convinto che ci sarà un primo vaccino già entro la fine dell’anno. E intanto forse ci saranno novità positive sulle terapie e spero su forme di profilassi”.

Coronavirus fa paura a New York: oltre 111mila Contagiati

Sale la paura per il coronavirus a New York. Il sindaco Bill de Blasio invita i cittadini a non prendere la metropolitana se malati e in generale a camminare o andare in bicicletta nelle ore di punta così da evitare la metro. “Chiediamo ai cittadini di rivedere la loro routine per fermare la diffusione del virus. Se state male state a casa”, dice de Blasio, che ha ordinato la cancellazione dei viaggi internazionali non essenziali per i dipendenti della città e gli studenti.

I casi confermati di coronavirus in Usa sono 564, in 34 Stati, compreso District of Columbia, il distretto di Washington. Lo Stato di New York (dove sono stati confermati 89 casi) insieme con la California e l’Oregon ha dichiarato lo stato di emergenza.

La nave da crociera Grand Princess attracca a San Francisco con 21 contagiati a bordo

La nave, bloccata al largo di San Francisco con oltre 3.500 persone a bordo tra cui 21 contagiate dal coronavirus, attraccherà nel porto di Oakland oggi. Lo riferiscono i media Usa e un passeggero. Sull’imbarcazione ci sono anche 31 italiani nell’equipaggio e uno tra i passeggeri, tutti in salute. Lo sbarco potrebbe durare più di due giorni. È invece ancora in navigazione la Costa Fortuna. La nave doveva fare scalo a Phuket, mentre le notizie sulla diffusione del contagio in Italia facevano il giro del mondo. La Thailandia ha quindi imposto una serie di restrizioni e quando è giunta la nave – con 173 italiani a bordo – ne ha impedito l’attracco. La Costa Fortuna ha quindi puntato sulla Malesia, ricevendo un altro rifiuto e ora è in viaggio verso Singapore. A bordo, assicura la compagnia, non c’è alcun malato. Ma la nave viene sempre preceduta dalle restrizioni che diversi Paesi stanno imponendo a chi è stato in Italia.
La Grand Princess nella baia di San Francisco

Coronavirus: paura a New York. Il sindaco:  "Andate in bici o camminate". Contagiati a quota 110mila

Coronavirus: Usa, il senatore Ted Cruz in auto quarantena

Il senatore repubblicano americano Ted Cruz si mette in quarantena dopo aver avuto contatti con una persona risultata positiva al coronavirus. “Non ho sintomi, mi sento bene”, dice il senatore texano spiegando di aver deciso di mettersi in quarantena per precauzione. Cruz è venuto a contatto, tramite una breve conversazione e una stretta di mano, con una persona positiva durante la conferenza Cpac, che si è tenuta dieci giorni fa e a cui hanno partecipato anche il presidente Donald Trump e il vice Mike Pence.

Christchurch, attacco in due moschee in Nuova Zelanda: almeno 49 morti. La strage in diretta Facebook

Ad aprire il fuoco nei due luoghi di culto un commando di 4 persone. Esplosivi sarebbero stati attaccati ad alcune auto. Prima della strage era apparso un manifesto anti-immigrati e anti-Islam. In un tweet postato da uno dei terroristi si vedono i caricatori delle armi automatiche con su  nomi di assassini di immigrati: compreso l’italiano Luca Traini

di ANNA LOMBARDI

Sentivo le urla strazianti dei tanti colpiti a morte. Sono rimasto immobile, pregando Dio di essere risparmiato. I killer hanno ucciso alla mia destra e alla mia sinistra. Poi si sono spostati nella stanza dove pregavano le donne e da lì sono arrivate altre urla che non riesco a dimenticare. Siamo fuggiti in massa, coperti di sangue…”. E’ la drammatica testimonianza raccolta dalla Afp da uno dei sopravvissuti alla strage della moschea di Al Noor, una delle due colpite nella città neozelandese di Christchurch. Un uomo che non vuole dire il suo nome: “Sono ancora terrorizzato”. Al Noor è una delle due moschee colpite ieri in Nuova Zelanda durante la preghiera del Venerdì da un commando di quattro persone guidate da un ventottenne australiano, Brenton Tarrant che nell’orribile live della strage si descrive come: “un normale uomo bianco”. Spiegando: “mi sono ispirato alla strage compiuta ad Utoya, in Norvegia, da Anders Breivik nel 2011. Voglio uccidere gli stranieri invasori”.

Gli attacchi sono avvenuti intorno alle 13.40 ora locale – l’1.40 del mattino in Italia – è il bilancio delle vittime è di almeno quarantanove morti. Tanto che la premier della Nuova Zelanda Jacinta Arden ha subito affermato in diretta televisiva: “E’ uno dei giorni più bui della Nuova Zelanda. Siamo davanti a un atto di violenza senza precedenti”.

Nuova Zelanda, l’attentatore in auto con le armi per la strage

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Il primo allarme è arrivato dalla moschea di Al Noor, dove c’erano almeno 300 persone raccolte nella preghiera del venerdì. I killer hanno prima attaccato la sezione maschile e poi si sono spostati nella sala preghiere femminile. Poco dopo il secondo assalto alla moschea di Masjid nel sobborgo di Linwood. La dinamica del secondo attacco non è ancora chiara, ma comporterebbe delle auto cariche di esplosivi. A sparare invece sarebbe stato un commando formato da 3 uomini e una donna, che la polizia è successivamente riuscita a fermare. Ma si teme che ci siano altri complici, parte di una rete molto più larga.

“Il ritrovamento di esplosivi” ha detto il commissario di polizia neozelandese, Mike Bush, durante la prima concitata conferenza stampa “sottolinea la serietà dell’attacco”. Tanto più che nelle stesse ore il centro della città era pieno di giovani diretti alla loclale manifestazione per il clima degli studenti, che per ragioni di sicurezza è stata poi cancellata. Fra gli scampati ci sono anche gli atleti della nazionale di cricket del Bangladesh che si erano recati a pregare in una delle due moschee sotto attacco. Sono riusciti a fuggire tutti illesi: ma il match di sabato con la nazionale neozelandese è stato comunque cancellato.

Non sembrano esserci dubbi sul fatto che matrice dell’attacco è il razzismo anti islamico. Poco prima della strage sui social era infatti apparso un manifesto di 87 pagine “anti-immigrati e anti-musulmani” che è stato poi cancellato. Secondo le prime ricostruzioni uno dei killer è di nazionalità australiana: lo ha confermato anche il premier di quel paese, Scott Morrison. Si tratta di un uomo bianco, tra i 30 e i 40 anni che indossava un’uniforme militare quando ha aperto il fuoco.

Christchurch, attacco in due moschee in Nuova Zelanda: almeno 49 morti. La strage in diretta Facebook

Il tweet (ora eliminato) di uno degli attentatori: sulle munizioni i nomi dei killer anti migranti e anti musulmani tra cui quello di Luca TrainiCondividi  
A rendere ancora più odioso l’episodio, è la comparsa, in un tweet postato da uno terrorirsti di una lista di eventi storici e di nomi di assassini di migranti scritti su alcuni caricatori di armi automatiche, dove compare anche quello dell’italiano Luca Traini, che nel 2018 tentò una strage di migranti a Macerata ferendo sei persone. Per ragioni di sicurezza tutte le moschee del Paese sono state chiuse. Evacuate anche molte scuole.

Il live della strage trasmesso su Facebook, subito ritirato dalla rete, sta purtroppo ancora circolando. Al punto che la polizia della Nuova Zelanda ha “esortato con forza” media e popolazione a non condividere quei 17 minuti di sangue girati e postati da uno dei killer. Anche molti utenti hanno esortato i social a rimuovere le terribili immagini. E infatti si è subito mossa anche Facebook, con il portavoce locale, Mia Garlick, che poche ore dopo ha confermato che il video della strage è stato rimosso.

“La polizia della Nuova Zelanda ci aveva allertato relativamente al video su Facebook poco dopo l’inizio dello streaming live e noi abbiamo velocemente rimosso sia il video e sia gli account Facebook e Instagram dell’attentatore”, ha precisato la Garlik.

Nuova Zelanda, attacco in due moschee. Il primo ministro Arden: “Attacco senza precedenti”

fonte:repubblica.it

Etiopia, tra le vittime del Boeing c’è Sebastiano Tusa: una vita per l’archeologia. La sua ultima sfida, la politica

Etiopia, tra le vittime del Boeing c'è Sebastiano Tusa: una vita per l'archeologia. La sua ultima sfida, la politica
Sebastiano Tusa 

Gli è stato fatale l’ultimo viaggio di una vita ricca di missioni archeologiche nelle località più lontane: Pakistan, Iran, Iraq. Il destino ha voluto così che Sebastiano Tusa dovesse trovare la morte lontano dalla Sicilia, che pure era sempre rimasta il fulcro dei suoi studi (fra i più importanti quelli legati agli scavi a Mozia e Pantelleria) e dei suoi affetti. Nell’incidente aereo in Etiopia se ne è andato, lasciando sgomento e incredulità, uno scienziato delle antichità di fama internazionale che solo di recente aveva abbracciato la politica. Dopo una isolata esperienza con Fini (con tanto di candidatura per Futuro e libertà a Palermo nel 2012), la svolta era arrivata un anno fa di questi tempi: Vittorio Sgarbi, fugace e irrequieto assessore ai Beni culturali della giunta Musumeci, aveva lasciato la carica a Tusa, indicandolo pubblicamente come successore, anche in virtù della sua lunga attività da docente universitario (ha insegnato a Trapani, Bologna, Napoli e in Germania) e da dirigente regionale. 

Aereo Ethiopian precipitato, gli amici di Sebastiano Tusa: “Speravamo avesse perso quell’aereo”

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A Sebastiano Tusa, figlio del grande archeologo Vincenzo, si deve l’invenzione della Soprintendenza del mare, istituita in Sicilia nel 2004 quando assessore al ramo era l’ex vicepresidente della commissione antimafia Fabio Granata, suo grande amico. Tusa era stato anche Soprintendente ai beni culturali di Trapani. 
E da “tecnico” aveva attraversato la sua esperienza nel governo Musumeci sposando il low profile: “Meglio musei puliti e funzionanti che grandi mostre”, era stato il suo mantra. E non aveva disdegnato prese di posizione forti anche contro le indicazioni del ministero: come quando, nella primavera scorsa, si oppose alla norma che limitava gli ingressi gratis ai luoghi della cultura di domenica. Non facendola applicare in Sicilia. In vista di un possibile rimpasto da parte del presidente Musumeci, si parlava anche di Tusa come di un possibile “vittima”. Ma nessuno poteva aspettarsi una uscita di scena così drammatica. 

Etiopia, anche 8 italiani sul Boeing precipitato. Era diretto a Nairobi con 157 passeggeri: ecco tutti i nomi delle vittime

Tre volontari onlus, un assessore siciliano, due funzionarie Onu tra le otto vittime italiane del disastro aereo del volo Rt 302 dell’Ethiopian Airlines, precipitato 6 minuti dopo essere decollato da Addis Abeba. A quanto apprende l’Adnkronos, si tratterebbe di tre volontari della Africa Tremila Onlus di Bergamo: il presidente Carlo Spini, la moglie Gabriella e il tesoriere Matteo Ravasio. I primi due abitano nell’aretino, il terzo, un commercialista, sarebbe residente a Bergamo. Spini e la moglie sono due cittadini di San Sepolcro, originari di Arezzo. Lui medico in pensione dall’ospedale di San Sepolcro, lei infermiera. Lo ha confermato all’Adnkronos il sindaco della cittadina, Mauro Cornioli: “Carlo Spini – ha detto con commozione il sindaco – era una persona bellissima che ha lavorato anni nel nostro ospedale. In pensione aveva intensificato il suo amore per l’Africa e con la moglie Gabriella aveva trasmesso alla comunità la sua passione”. Da oltre 10 anni la coppia “collaborava con la onlus bergamasca in cui sono coinvolti tanti medici ed infermieri della nostra zona: si tratta di un mondo che avevano stimolato e coinvolto loro. Erano trascinatori, grandi trascinatori”.
Nella lista delle vittime italiane del disastro, anche l’assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana, l’archeologo Sebastiano Tusa. Tusa era diretto a Malindi, in Kenya, per una conferenza internazionale promossa dall’Unesco con la partecipazione di archeologi provenienti da tutto il mondo. L’assessore, che era già andato in Kenya lo scorso Natale insieme alla moglie Valeria Patrizia Livigni, era stato chiamato per la sua grande competenza nel settore dell’archeologia marina.

Morto nel disastro aereo anche Paolo Dieci, presidente del Cisp, Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli. Lo confermano all’Adnkronos fonti dell’organizzazione non governativa. E sempre a quanto apprende l’Adnkronos, sono due le funzionarie Onu tra le vittime: si tratta di Maria Pilar Buzzetti e Virginia Chimenti.

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I NOMI – A quanto si apprende da fonti diplomatiche, questo l’elenco dei nomi di tutte le vittime italiane del disastro aereo di questa mattina in Etiopia: Paolo Dieci, Sebastiano Tusa, Gabriella Viciani, Matteo Ravasio, Maria Pilar Buzzetti, Virginia Chimenti, Rosemary Mumbi, Carlo Spini.Joana e Djordje: dal lavoro a Roma allo schianto in Etiopia

IL CORDOGLIO – “Ho appena ricevuto la conferma ufficiale dell’Unità di crisi del ministero degli Esteri: l’assessore Sebastiano Tusa era sull’aereo precipitato in Etiopia. Sono distrutto. E’ una tragedia terribile, alla quale non riesco ancora a credere: rimango ammutolito. Perdo un amico, un lavoratore instancabile, un assessore di grande capacità ed equilibrio, che stava andando in Kenya per lavoro. Un uomo onesto e perbene, che amava la Sicilia come pochi. Un indimenticabile protagonista delle migliori politiche culturali dell’Isola”. Questo il messaggio di cordoglio del presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, per l’improvvisa scomparsa dell’assessore Tusa.

“Grande commozione per la strage di oggi e la perdita tra gli altri anche di due aretini “nostri concittadini. Siamo molto addolorati e colpiti di fronte a una simile tragedia e per la loro perdita”, ha commentato all’Adnkronos il sindaco di Arezzo, Alessandro Ghinelli, a proposito dello schianto del Boeing 737.

“Sono addolorato perché, anche se questa associazione ‘Africa Tremila’ non è una grande onlus, coinvolge tante persone della nostra città, da sempre impegnate a fare del bene. Ovviamente è grande anche il dispiacere per le altre vittime ma il cordoglio per l’associazione bergamasca, da sempre molto sostenuta da Confartigianato, ci coinvolge particolarmente”, dice all’Adnkronos il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, commentando la morte di tre volontari della onlus bergamasca.

Il Cisp annuncia “con immenso dolore la perdita di Paolo Dieci, uno dei suoi fondatori, uno dei suoi più appassionati soci e più competenti cooperanti, il suo Presidente. Il nostro meraviglioso amico. Il mondo della cooperazione internazionale – si legge sul sito della Ong – perde uno dei suoi più brillanti esponenti e la società civile italiana tutta perde un prezioso punto di riferimento”.

“La visione di una società più giusta, coesa, egualitaria, che ha guidato Paolo nel suo impegno in Italia e nel mondo continuerà a guidare il nostro lavoro. Ci stringiamo attorno alla moglie, ai figli e alla famiglia tutta di Paolo e promettiamo loro di continuare ad onorare la sua memoria mettendo in pratica tutto ciò che da lui abbiamo imparato, provando ad avere la sua stessa lucidità nell’analizzare i problemi delle società contemporanee, la sua stessa perseveranza e pazienza nel provare a risolverne almeno una parte, la sua stessa preparazione e competenza nella realizzazione di ogni singola azione, progetto, programma. Oggi -è il testo del messaggio diffuso online- ci sentiamo tutti soli. Da domani, però, ricominceremo a lavorare per affermare i diritti di ogni essere umano in qualsiasi parte del mondo si trovi, così come avrebbe fatto Paolo, con instancabile tenacia”.

LA ONLUS – L’associazione ‘Africa Tremila’ – di cui facevano parte tre delle otto vittime – ha sede a Bergamo, dove è stata fondata nel 1995 come “organizzazione non lucrativa di utilità sociale” e iscritta all’anagrafe delle onlus presso l’Agenzia delle Entrate. “Realizziamo programmi umanitari a breve e medio termine – si spiega nel suo sito – elezione, formazione e impiego di volontari spontanei; attività di formazione in loco di cittadini dei Paesi in via di sviluppo”.

Fra i Paesi dove sono attivi progetti della onlus Africa Tremila, oltre al Kenya dove era diretto l’aereo decollato dall’Etiopia e poi precipitato, figurano Eritrea, Sud Sudan, Malawi, Zimbabwe, Congo ma anche nazioni non africane come India e Cuba.

Etiopia, precipita aereo diretto a Nairobi con 157 persone a bordo

Il Boeing 737 era partito da Addis Abeba ed era diretto verso la capitale del Kenya

Un Boeing 737 della Ethiopian Airlines è precipitato questa mattina mentre era in volo fra Addis Abeba e Nairobi: a bordo, secondo quanto riferito dalla compagnia etiope, c’erano 149 passeggeri e 8 membri dell’equipaggio. Secondo le prime valutazioni della compagnia aerea, il Boeing sarebbe precipitato vicino Bishoftu, nella regione di Debre Zeit, a circa 62 chilometri a Sud-Est di Addis. L’aereo era decollato alle 8,38 e i contatti radio si sono interrotti alle 8.44 locali, 6 minuti dopo il decollo.

Il volo ET302 era uno dei numerosi collegamenti quotidiani fra la capitale etiopica e quella del Kenya, Nairobi. La notizia del disastro è stata confermata ufficialmente dall’ufficio del primo ministro etiope Abiy Ahmed, che ha espresso “a nome del governo e del popolo etiope le più sentite condoglianze alle famiglie di coloro che hanno perso i loro cari”. Al momento la causa dell’incidente non è ancora chiara.

L’Ethiopian Airlines è conosciuta per essere una delle migliori compagnie africane, con piloti di altissimo livello professionale e una flotta di aerei moderni e costantemente manutenuti. Il Boeing 737-800 MAX che è precipitato oggi è un aereo simile a quello della compagnia indonesiana “Lion Air” precipitato in mare lo scorso ottobre, 13 minuti dopo il decollo da Giacarta, facendo 189 morti. Nel 2018 l’Ethiopian ha trasportato 10,6 milioni di passeggeri e il suo ultimo incidente di rilievo è stato quello del Boeing 737-800 precipitato nel 2010 al decollo da Beirut. L’ufficio del primo ministro ha anche confermato che sono state inviate squadre di soccorso nella zona ed è stata aperta un’inchiesta.

Giappone: terremoto di magnitudo 6.8. Almeno otto vittime e 40 dispersi

E’ di almeno otto morti, 126 feriti e 40 dispersi il bilancio del terremoto di magnitudo 6.8 che nel cuore della notte ha colpito l’isola dell’Hokkaido, nel nord del Giappone, lasciando quasi 3 milioni di abitazioni senza luce.

La potente scossa ha provocato frane e smottamenti nella cittadina di Atsuma, situata vicino l’epicentro.

Giappone: terremoto di magnitudo 6.8. Almeno otto vittime e 40 dispersi

L’aeroporto di Sapporo rimarrà chiuso per l’intera giornata, ha informato il ministero dei Trasporti, e subiranno restrizioni anche i servizi dei treni super veloci Shinkansen. Il black out durante la notte ha riguardato anche 40 ospedali della regione, le linee telefoniche e il segnale di trasmissione dei canali televisivi locali.

Il governo ha istituito un’unita di crisi, approvando l’invio di 25mila uomini delle forze di Autodifesa, la cui priorità – ha reso noto il premier Shinzo Abe – è quella di salvare vite umane.

Toronto, sulle strade spari : morti e quattordici feriti .

Coinvolta anche una bambina. Il bilancio è ancora provvisorio. Una delle vittime è l’uomo che ha aperto il fuoco. Alcuni dei feriti sono stati medicati in strada, mentre altri sono stati trasportati negli ospedali.


Almeno quindici persone, tra cui anche una bambina, sono state colpite dai proiettili esplosi con una pistola in strada a Toronto, la città più popolosa del Canada e capoluogo della Regione dell’Ontario. Secondo un primo bilancio le vittime accertate sono due, tra le quali l’uomo che ha aperto il fuoco, e i feriti sono 14.

A confermare la notizia la polizia della città con un tweet. Secondo il portavoce Mark Pugash è troppo presto per affermare con certezza se la sparatoria sia legata a un episodio di terrorismo. Il killer, che avrebbe esploso oltre 20 proiettili ricaricando più volte la sua pistola, sarebbe morto durante lo scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Una tv locale aveva invece riferito che l’uomo si sarebbe suicidato. La vittima sarebbe invece una giovane donna.

L’episodio è avvenuto alle 22 locali, nella zona tra Danforth e Logan avenues vicino alla Brass Taps Pizza Pub, nel quartiere greco della città.

Toronto, due morti e quattordici feriti in una sparatoria

Alcuni dei feriti sono stati medicati in strada, mentre altri sono stati trasportati negli ospedali della zona.