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Fermo amministrativo su auto cointestata: come deve essere contestato?

 

Non hai pagato alcune cartelle esattoriali. L’importo non è particolarmente elevato da dover temere il pignoramento della casa (che scatta solo a partire dal 120mila euro e sempre che tu non abbia un solo immobile), tuttavia il tuo timore è che l’Agenzia Entrate Riscossione possa bloccare l’auto a te intestata. Fare opposizione contro le cartelle è ormai troppo tardi essendo trascorsi i canonici 60 giorni dalla notifica; inoltre, anche a voler contestare un eventuale preavviso di fermo (che dovrà arrivarti 30 giorni prima del blocco) potrebbe essere inutile visto che non hai più possibilità di sollevare censure sul merito del tributo per decorso dei termini. Hai però sentito dire che, se cointesti l’auto a un familiare o a qualsiasi altra persona, puoi evitare questo tipo di problemi. È davvero così oppure è una bufala? Si può contestare il fermo amministrativo su un’auto cointestatata? La riposta ai tuoi dubbi è stata già fornita numerose volte dalla giurisprudenza e, da ultimo, dalla Commissione Tributaria Regionale del Piemonte. Ecco cosa prevede la legge.

Fermo auto: cosa comporta

Come certamente già saprai, il fermo amministrativo dell’automobile è una misura che solo l’Agente della Riscossione può disporre per tutelare il proprio credito ed evitare che il debitore possa danneggiare o cedere a terzi il proprio veicolo. Anche se in teoria il fermo dovrebbe essere una misura volta a preservare il valore del mezzo e garantirne il successivo pignoramento, quasi mai ad esso consegue la procedura di esecuzione forzata: un po’ perché è una costosa e non sempre dà i suoi frutti; un po’ perché già il fermo stesso risulta sufficientemente convincente per costringere il contribuente a pagare o quantomeno chiedere una dilazione del pagamento. 

L’auto sottoposta a fermo non può innanzitutto circolare, a pena di una contravvenzione da 714 a 2859 euro e della confisca del mezzo (cosa che comporta l’automatico trasferimento della proprietà in capo allo Stato). L’auto con il fermo amministrativo non può essere nemmeno rottamata, benché abbia perso di valore e la sua presenza in un cortile è un problema per gli altri condomini. 

Nello steso tempo, se anche è vero che un’auto sottoposta a fermo può essere venduta, l’acquirente l’acquista con tutto il vincolo e non potrà né utilizzarla, né rottamarla fino a quando il debitore non paga le cartelle esattoriali scadute.

Fermo auto: come prevenirlo

L’Agente della Riscossione non può iscrivere il fermo auto se almeno 30 giorni prima non ha inviato al contribuente un preavviso di fermo. Questa comunicazione – che può essere comunque contestata entro 60 giorni davanti al giudice (leggi Preavviso di fermo amministrativo: opposizione e competenza) – consente all’interessato di prevedere il fermo e prevenirlo in vari modi:

  • pagando il debito prima della scadenza dei 30 giorni;
  • chiedendo una rateazione delle cartelle scadute e versando la prima rata;
  • proponendo opposizione al fermo amministrativo davanti al giudice e chiedendo che la misura venga sospesa per gravi e urgenti motivi. In verità, l’opposizione al fermo non può mettere in discussione di nuovo la cartella esattoriale visto che i termini per impugnare quest’ultima son ormai scaduta. Deve quindi trattarsi di vizi propri del fermo o del preavviso di fermo, cosa che però non sempre è facile rilevare (potrebbe essere il caso di omessa notifica della cartella o di sopravvenuta prescrizione del debito);
  • facendo presente di essere un imprenditore o un professionista e che l’auto è strettamente strumentale all’esercizio del proprio lavoro (pochi giudici hanno esteso lo stesso beneficio anche al lavoratore dipendente).

Per maggiori chiarimenti sul punto leggi anche Come evitare il fermo auto.

Fermo amministrativo sull’auto cointestata

Vediamo ora se si può iscrivere il fermo amministrativo sull’auto cointestata a due persone di cui una delle due non è debitrice delle cartelle esattoriali e qual è, nel caso contrario, il metodo per farlo cancellare.

Secondo la giurisprudenza [1], è illegittimo iscrivere un fermo amministrativo su un’auto cointestata anche a un soggetto non debitore. Ciò perché la misura cautelare finirebbe per pregiudicare anche quest’ultimo il quale, pur essendo completamente estraneo all’inadempimento, non potrebbe più circolare. Sicché l’Agente della Riscossione può iscrivere il fermo amministrativo solo a condizione che il proprietario dell’auto sia anche il debitore che non ha pagato del cartelle esattoriali. 

Tale affermazione è stata condivisa anche dalla Commissione Tributaria Regionale del Piemonte secondo cui è illegittimo il fermo sull’auto in comproprietà. Deve cioè «oggettivamente inapplicabile» il fermo di un’auto comune a più proprietari quando non tutti sono debitori verso l’agente della riscossione.

Si può cointestare l’auto per evitare il fermo amministrativo?

Come abbiamo anticipato la gran parte dei giudici condivide l’interpretazione secondo cui l’Esattore non può bloccare l’auto in comproprietà. Il che fa agevolmente desumere che, se vuoi evitare il fermo amministrativo, puoi cointestare il mezzo ad un familiare. In teoria, però, trattandosi di una vera e propria donazione della metà del valore del bene, potrebbe essere un atto potenzialmente revocabile entro cinque anni dalla sua realizzazione. A prevederlo è lo stesso codice civile che consente la revocatoria di tutti gli atti a titolo gratuito (tra cui appunto la donazione) quando questi comportano un depauperamento dei beni del debitore. In alternativa l’Agente della Riscossione dovrebbe agire con l’azione volta a dimostrare la simulazione dell’atto, cosa però non sempre facile.

Alla fine dei conti, l’Esattore si limita a verificare a chi è intestato il mezzo e, nel caso di comproprietà, si astiene dall’eseguire fermi. O almeno così dovrebbe essere. 

Privacy, gigantesca voragine nel portale delle imprese: chiunque può scaricare 6 milioni di dati personali – VIDEO

Privacy, gigantesca voragine nel portale delle imprese: chiunque può scaricare 6 milioni di dati personali – VIDEO

Chi vuole può citofonare a Casaleggio, Montezemolo o all’ad delle Ferrovie per lamentarsi di persona dei ritardi. Si possono anche scaricare i dati in modo massivo per usarli a fini commerciali o rivenderli a terzi. Mentre entra in vigore il General Data Protection Regulation (GDPR) che impone la stretta ai gestori di banche dati di tutta Europa in Italia si scopre una gigantesca falla nel portale delle imprese voluto dal governo. Si rischiano multe fino a 10 milioni di euro. Immediata la segnalazione al Garante della Privacy

I clienti delle Fs potranno lamentarsi di persona con chi le amministra, basta seguire l’indirizzo e citofonare “Mazzoncini”. Idem quelli di Amsa e A2a e di multinazionali come Sky, Ikea, Siemens, Edison, Suzuki, Toyota e Luxottica. Qualche buontempone potrà suonare il campanello di CasaleggioDe Benedetti e Montezemolo o attaccarsi a quello del politico paracadutato ai vertici di società pubbliche. Il servizio è gratuito e privo di rischi, grazie al contributo di Palazzo Chigi e Camere di commercio. Volevano semplificare la vita agli imprenditori, hanno finito per esporre ai quattro venti i loro dati personali, comprese le residenze private, di milioni di amministratori, procuratori e consiglieri iscritti al Registro delle Imprese.

Merito di un portale istituzionale che regala all’Italia un bel primato: anche i sassi sanno che oggi, 25 maggio 2018, diventa operativo il General Data Protection Regulation (GDPR), il nuovo regolamento europeo che impone maggiori obblighi e cautele, nonché sanzioni fino a 10 milioni di euro ai gestori di dati che per evitarle stanno bombardando utenti e clienti di richieste a rinnovare il consenso. Il nostro Paese lo celebra con un data-breach di proporzioni epiche e dai risvolti inesplorati. A beneficio dei curiosi che s’annidano tra 200mila utenti mensili del sito e di chi volesse utilizzarli a fini commerciali propri o rivenderli a terzi. Magari dopo averli scaricati comodamente in blocco con un semplice script da ragazzini dell’Itis di Monza. Lo abbiamo fatto.

Se Snowden chiede una pratica edilizia
Il Codice dell’amministrazione digitale dice che per accedere ai servizi della PA si devono usare esclusivamente sistemi sicuri, come SPID o la CNS, ma il gestore del sito – prima falla – evidentemente non lo sa e consente di registrarsi come si vuole, senza un sistema di autenticazione. Noi lo facciamo usando il nome Edward Snowden, l’informatico e attivista statunitense che ha rivelato lo scandalo intercettazioni. Luogo e data di nascita sono su Wikipedia e di strumenti per calcolare il codice fiscale è pieno Internet. Il nostro Edward può ora presentare pratiche presso tutti i Comuni italiani convenzionati. Ne sceglie uno a caso, il Comune di Milano e segue le istruzioni. Clicca sul bottone “Compila una pratica” e arriva una pagina dove deve inserire i dati anagrafici dell’azienda. E qui siamo alla seconda falla.

Il servizio ha poi una funzione compilazione automatica del modulo, così che a Snowden basta inserire un codice fiscale aziendale (sono tutti pubblicati per legge nella homepage dei loro siti Internet) per vedersi comparire a schermo la relativa scheda anagrafica estratta dal Registro delle Imprese, con tutti i dati rel​ativi al rappresentante legale dell’azienda. Potrà inserire, ad esempio, il codice fiscale di NTV – Italo treno: 09247981005. Cliccando sul bottone “recupera dati” magicamente otterrà l’indirizzo dell’abitazione di Luca Cordero di Montezemolo. Lo stesso può fare con la Casaleggio e associati per avere l’indirizzo di Davide Federico Dante Casaleggio e così via. Certo, si può anche fare tramite le visure camerali, ma bisogna accreditarsi e pagare lasciando traccia delle operazioni. Si può andare fisicamente allo sportello della Camera di Commercio, dove non chiedono documenti, ma richiede tempo e si paga per ogni pratica. Qui si fa tutto in rete, gratis e senza limiti. Ma ecco il terzo svarione che perfeziona il pasticcio: il data-breach, cioè la possibilità di scaricare, copiare e trasmettere in maniera massiva dati personali.

Il data-breach 
casalingo, la reazione dell’ente
Scaricare a mano 6milioni di schede aziendali, l’intera banca dati delle Camere di Commercio, in effetti può risultare noioso. Fortunatamente Edward conosce Giggino, che frequenta la terza all’ITIS informatici di Monza che è un maghetto col Javascript. In quattro e quattr’otto Giggino gli prepara uno script che scarica diecimila record alla volta.
 Ecco qui i primi diecimila in un file Excel, li manderemo a Antonello Soro, il Garante della privacy per sentire cosa ne pensa.
 Ma è mai possibile che dati personali siano trattati con tanta leggerezza dalla società delle camere di Commercio? A sera chiama il dirigente di UnionCamere responsabile del servizio. Luca Candiani ci ringrazia della segnalazione e poi spiega che l’ente ha scelto di non limitare l’accesso a credenziali sicure perché “vista la scarsa diffusione di identità digitali tra gli italiani avremmo fortemente limitato l’operatività del servizio”. Eppure il governo e la sua Agenda digitale spingono da anni nella direzione opposta, a incentivare il più possibile la diffusione di sistemi di autenticazione sicuri come Spid e Cns. Resta allora da capire quanto la pretesa “operatività del servizio” faccia rima con i più sostanziosi incassi che un accesso non controllato garantisce ogni anno all’ente camerale.

L’esperto: “Se confermate, inadempienze gravi”
“Se le cose stanno in questi termini siamo davanti a una serie di inadempienze gravi”, spiega Fulvio Sarzana, giurista che da anni si occupa di diritti digitali e privacy. “Sembra potersi profilare una violazione del principio di accountability ovvero dell’adozione di comportamenti proattivi e tali da dimostrare la concreta adozione di misure finalizzate ad assicurare l’applicazione del nuovo quadro comunitario alla base del Regolamento Europeo in materia di protezione dei dati personali. Va ricordato che il Regolamento è in vigore dal maggio 2016 e dal maggio 2018 è solo prevista l’operatività in tutti i paesi dell’Unione. Ancora, va ricordato come l’adozione di misure di sicurezza per il trattamento dei dati personali volte ad evitare rischi di diffusione incontrollata di dati, sia oggetto anche di una specifica disposizione penale, come già previsto dall’art 169 del codice della privacy. E’ bene verificare con attenzione cosa sia successo”.

PS 1- L’unico vero ostacolo che il nostro Edward ha incontrato sulla sua strada è stato al momento della  registrazione: dopo aver fallito con diversi browser ha scoperto che il sito funziona solo con alcuni. Questo nonostante le linee guida per la realizzazione dei siti web della PA raccomandino di verificarne il funzionamento su tutti i browser più diffusi.

PS 2 – La sera prima della pubblicazione abbiamo segnalato la falla a UnionCamere che è il titolare del servizio per consentirle di prendere le giuste contromisure ed evitare eventuali abusi.