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Raffaele Gerbi, Direttore Generale della Professional & Partners: noi prendiamo a cuore gli impegni assicurativi

Il caso che sta emergendo nella cronaca di questi giorni è uno dei mille casi di cittadini vittime di incidenti che sono costretti a lunghe e logoranti battaglie legali per essere risarciti dalle compagnie assicurative: quel che lo fa risaltare è la drammaticità della situazione, e specularmente la spaventosa insensibilità della Vittoria assicurazioni, la compagnia coinvolta. Agron Beqaj è un giovane papà ventisettenne kosovaro, che nel dicembre 2013, quando aveva soli 23 anni, vide la sua vita e la sua famiglia distrutta, a causa di un incidente stradale. Si trovava in auto con la sua giovane moglie Edona, e il loro figlioletto Blinard di soli nove mesi, quando furono investiti da un’altra vettura che viaggiava a 180 chilometri orari, in una strada con limite 110 chilometri all’ora, sotto una forte pioggia. Nel catastrofico impatto il figlioletto rimase miracolosamente illeso ma Agron ed Edona ebbero la peggio. La moglie perse la vita, mentre Beqaj riportò lesioni talmente gravi che da allora è invalido al 100%, ha dovuto affrontare costosissime cure mediche, e tutt’ora necessita di assistenza extra sanitaria 24 ore su 24.

Questa situazione così difficile per Beqaj e la sua famiglia, è resa ancora più drammatica dal rifiuto della compagnia di assicurazione Vittoria di riconoscere il giusto risarcimento. Le sole spese mediche e l’assistenza extra sanitaria successiva sono state quantificate in circa 2 Milioni e Mezzo, per non parlare dei tre anni di mancati guadagni per il fatto di non lavorare. L’indennizzo complessivo che l’assicurazione ha proposto è stato di soli 490.000 €. Le sole lesioni subite dal povero Beqaj, stando alle tabelle medie previste per gli indennizzi in seguito a incidenti stradali, comporterebbero un risarcimento pari a 830.000 €. Per non parlare della morte della povera moglie Edona. L’assicurazione ha provato a contestare il fatto che Beqaj non avesse colpa nell’incidente, cosa invece appurata dal Tribunale; in seguito ha provato a contestare che i due giovani fossero effettivamente conviventi; ha provato ancora ad appellarsi ad interpretazioni non ortodosse di altre norme di legge che permettessero scappatoie per diminuire l’entità dell’indennizzo. Raffaele Gerbi, Direttore Generale della Professional & Partners, si è preso a cuore il caso, ed ha provato a intavolare una trattativa con la Vittoria Assicurazioni. Per ora la compagnia assicurativa ha optato per la “tattica” di chiudere la porta a qualsiasi conciliazione, di modo da dilungare i tempi e fiaccare la determinazione della famiglia di Beqaj, di modo che si accontenti di un risarcimento inferiore. Considerato che siamo obbligati per legge a sottoscrivere costose polizze RC Auto, è poi questo quello a cui dobbiamo andare incontro, se malauguratamente rimaniamo vittime di gravi incidenti?

Già nel lontano 2004, lo IAIS (“International Association of Insurance Supervisors”) forniva una lunga lista di alert di cui tener conto, al fine di identificare transazioni sospette e/o di riciclaggio, nel settore assicurativo.

L’elenco include, in modo non esaustivo, casistiche quali:

  • la richiesta di una polizza da parte di un potenziale cliente che risiede e lavora lontano, e che può avere accesso alla stessa tipologia di polizza “più vicino a casa”;
  • la richiesta di polizze per coperture che vanno al di là delle normali attività della controparte; o, diversamente, la sottoscrizione di polizze assicurative con premi che superano i mezzi apparenti del cliente;
  • una serie di operazioni che implicano flussi con Paesi esteri a rischio;
  • presentazione da parte di un intermediario che opera in un paese non regolamentato o con un elevato livello di corruzione;
  • transazione che implica l’utilizzo e il pagamento di un prestito obbligazionario che si traduce in un pagamento cross-border, con transazioni con paesi a rischio;
  • grandi flussi di transazioni attraverso conti esteri;
  • la non disponibilità a fornire informazioni per consentire l’identificazione del cliente; oppure la richiesta di un prodotto assicurativo che non ha uno scopo visibile o la riluttanza a fornire la ragione dell’investimento;
  • il cliente accetta condizioni sfavorevoli, non correlate alla sua salute o età o in generale con le sue esigenze;
  • l’operazione coinvolge una parte terza, di cui non si fornisce l’identità; oppure si trasferisce il beneficio di una polizza ad una terza parte non correlata;
  • sistematici pagamenti anticipati dei premi assicurativi; cessioni anticipate di un prodotto, soprattutto in perdita;
  • il richiedente tenta di utilizzare denaro per completare una transazione, anche se potrebbe essere normalmente gestita tramite assegni o altri strumenti di pagamento;
  • il potenziale cliente sembra avere polizze con diverse compagnie;
  • il potenziale cliente utilizza un indirizzo al di fuori dell’area di attività della compagnia e durante il processo di identificazione si scopre che il telefono di casa è stato disconnesso.

L’ITER NORMATIVO IN ITALIA

In Italia, la revisione della normativa volta alla prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo nel settore assicurativo vede la sua tappa principale nel 2014, quando l’IVASS, dopo un procedimento di consultazione, emana nel mese di luglio il Regolamento N. 5 sulle modalità di adempimento degli obblighi di adeguata verifica della clientela e di registrazione da parte delle imprese di assicurazione e degli intermediari assicurativi.

Quando si parla di riciclaggio nel settore assicurativo non è facile trovare dati e trend e bisogna sempre distinguere tra il rischio proprio delle imprese e quello invece legato agli intermediari, essendoci una diversificazione sia in termini di profilo di rischio specifico, ovviamente maggiore nel caso delle imprese, sia in termini di vulnerabilità, più elevato per gli intermediari.

Tra le novità del Regolamento si trova l’obbligo di:

  • svolgere l’adeguata verifica della clientela, tenendo conto di una serie di fattori di rischio;
  • individuare le vulnerabilità della compagnia e dei controlli interni, adottando conseguentemente presidi adeguati al fine di mitigare i rischi individuati;
  • effettuare l’adeguata verifica del cliente, del beneficiario e dei titolari effettivi, di modo da attribuire a ciascuno un livello di rischio;
  • inviare tutti i rapporti continuativi e le operazioni all’Archivio Unico Informatico;
  • segnalare alla UIF i rapporti e le operazioni sospette.

Vi erano inclusi anche:

  • Specifiche indicazioni per la profilatura della clientela nell’ambito di Gruppi assicurativi;
  • L’obbligo di introdurre un processo dinamico e non statico di adeguata verifica, con un controllo costante del rischio;
  • L’obbligo di rafforzata verifica, nel caso in cui il cliente non sia presente fisicamente e nei casi per i quali sussista un elevato rischio di riciclaggio e/o di finanziamento del terrorismo;
  • La richiesta di introdurre un approccio basato sul rischio, ricorrendo anche a fonti affidabili e indipendenti;
  • La possibilità di applicare misure semplificate, nelle casistiche a basso rischio di riciclaggio.

LE NOVITÀ PIÙ RECENTI E GLI AGGIORNAMENTI DELL’IVASS

A seguito della nuova direttiva comunitaria, al “Forum Antiriciclaggio: la “Nuova 231/2007 – Impatti organizzativi, operativi e legali – L’adeguata verifica nel settore assicurativo: cliente, beneficiario e percipiente effettivo”, tenutosi a maggio dello scorso anno, si è condiviso che, dalle analisi e dalle ispezioni effettuate dal regolatore in questi anni:

I processi antiriciclaggio presentano margini, anche ampi, di miglioramento, specie nella qualità dei dati e delle informazioni utilizzate per la profilatura della clientela e nello sfruttamento delle informazioni dei questionari di adeguata verifica.

Ritardi e carenze sono stati rilevati, in diversi casi, nel funzionamento di procedure volte a selezionare operazioni anomale o inattese ai fini delle segnalazioni di operazioni sospette.

In generale, rileviamo l’esigenza di rafforzare le strutture organizzative dedicate; in presenza di carenze abbiamo indirizzato alle imprese richieste di interventi, anche rilevanti, volti a colmare le insufficienze riscontrate”.

In merito al processo di autovalutazione dei rischi, che le compagnie sono già tenute a fare, in base alla normativa nazionale, con il recepimento della IV Direttiva dovrà essere rivisto ed integrato.

Il 28 marzo 2018, l’IVASS ha inviato una lettera agli operatori sugli obblighi antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del terrorismo delle imprese assicurative dopo l’emanazione del D.Lgs. 90/2017.
Le previsioni riportate nella lettera sono applicabili dal 29 marzo 2018.

Grazie a tale documento, si fornisce un supporto alle Compagnie Assicurative che, a partire dal 31 marzo 2018, sono uscite dal periodo transitorio e che devono ora operare secondo le regole della nuova normativa antiriciclaggio e che nel frattempo devono attendere l’entrata in vigore della nuova normativa di attuazione dell’IVASS.

Le previsioni di IVASS sono indirizzate alle imprese di assicurazione, ma anche agli intermediari, alle succursali insediate di intermediari bancari e finanziari e di imprese assicurative, con sede legale e amministrazione centrale in un altro Stato membro o in uno Stato terzo, e anche agli intermediari bancari e finanziari e alle imprese assicurative aventi sede legale e amministrazione centrale in un altro Stato membro, stabiliti senza succursale sul territorio della Repubblica italiana come riportate nel Codice delle Assicurazioni private.

COME GESTIRE REQUISITI NORMATIVI IN CONTRASTO TRA VECCHIA E NUOVA DISCIPLINA

L’IVASS chiarisce che, in caso di contrasto tra la normativa attuativa emanata in base alle vecchie previsioni di legge e le nuove norme introdotte dal decreto legislativo n. 90 del 2017, occorre adottare le più recenti. In base a tale principio, si applica quanto segue.

Il Regolamento n. 41 del 15 maggio 2012 è generalmente compatibile con la nuova normativa e le sue previsioni sono generalmente applicabili. Ci riferiamo al “Regolamento concernente disposizioni attuative in materia di Organizzazione, Procedure e Controlli Interni volti a prevenire l’utilizzo delle imprese di assicurazione e degli intermediari assicurativi a fini di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, ai sensi dell’articolo 7, comma 2, del Decreto Legislativo 21 novembre 2007, n. 231.

Del Regolamento IVASS n. 5/2014, relativo alle “modalità di adempimento degli obblighi di adeguata verifica della clientela e di registrazione da parte delle imprese di assicurazione e degli intermediari assicurativi, ai sensi dell’articolo 7, comma 2, del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231”, rimangono applicabili le norme in materia di:

  • profilatura della clientela,
  • ambito di applicazione,
  • acquisizione di informazioni su scopo e natura del rapporto continuativo, sulle relazioni tra il cliente, l’esecutore e il beneficiario; per quest’ultimo, data e luogo di nascita; per i soggetti diversi da persone fisiche, il numero d’iscrizione nel registro delle imprese o delle persone giuridiche o, in mancanza, il codice fiscale,
  • controllo costante del rapporto,
  • obblighi rafforzati di adeguata verifica, incluso quanto previsto per l’operatività a distanza, con l’eccezione della parte sulle persone politicamente esposte cd. “domestiche” che, con la nuova normativa sono sottoposti agli obblighi generali di adeguata verifica rafforzata.

Invece, il Regolamento necessita di un aggiornamento sui seguenti temi:

  • gli adempimenti degli obblighi di adeguata verifica,
  • i criteri per la determinazione del titolare effettivo di clienti diversi dalle persone fisiche,
  • le misure semplificate e,
  • le misure rafforzate di adeguata verifica della clientela, per alcuni aspetti,
  • le regole in materia di esecuzione da parte di terzi dell’adeguata verifica.

Inoltre, la nuova normativa ha modificato la definizione di PEP, prevedendo in automatico l’applicazione delle misure di adeguata verifica rafforzata anche ai soggetti residenti in Italia (al contrario, il Provvedimento 3 aprile 2013 richiedeva agli intermediari di censire i PEP domestici e, solo in caso di effettivo rischio alto, applicare la procedura rafforzata) e prevedendo l’obbligo di sottoporre anche le operazioni occasionali effettuate da PEP agli obblighi rafforzati.

In merito al Provvedimento della Banca d’Italia del 3 aprile 2013 (“Disposizioni attuative per la tenuta dell’archivio unico informatico e per le modalità semplificate di registrazione di cui all’articolo 37, commi 7 e 8, del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231″) relativo alla tenuta dell’Archivio unico informatico, l’IVASS sostiene che non ha più ragion d’essere considerata l’abrogazione dell’obbligo di tenuta dell’AUI.

La nuova normativa mantiene l’obbligo di conservazione dei dati per l’assolvimento degli adempimenti antiriciclaggio e il potere della Banca d’Italia di emanare norme di attuazione indirizzate all’utilizzo di archivi informatizzati già istituiti presso i soggetti vigilati. Pertanto, l’utilizzo dell’AUI, in attesa dell’intervento della Banca d’Italia, pur su base volontaria, è considerato conforme al rispetto degli obblighi previsti dalla normativa.

Intervista al fondatore Privacy Garantita, rimuovere dati sensibili dalla rete oggi è possibile

Oggi per la rubrica dedicata al business abbiamo incontrato il reputation manager Cristian Nardi, fondatore della piattaforma web che si occupa del delicato compito di rimuovere contenuti indesiderati dal WEB.

 

Un’attività che sta diventando indispensabile per molti individui e professionisti: stiamo parlando della web reputation o meglio comunemente chiamata gestione reputazione Online. Con questa intervista vogliamo mettere a fuoco alcuni aspetti fondamentali della gestione della reputazione lasciando spazio ad un esperto in materia di rimozione di contenuti lesivi dalla rete.privacy garantita Vorrei iniziare nel rivolgere a Cristian questa prima domanda: cosa è privacy garantita?C.N Ci tengo a specificare che Privacy Garantita è stata pensata per rispondere ad un aspetto fondamentale che i greci definivano con la parola “anánki” quello che oggi traduciamo con il termine “necessità”, ed è proprio sulla base di questa necessità che nasce questo servizio, che ci ha permesso di comprendere, tra le tante cose, la complessità e le difficoltà che tanti imprenditori ed altre categorie affrontano ogni qual volta entrano in contatto con i media online. D’altronde, il nostro slogan di www.privacygarantita.com è “la reputazione prima di tutto”.Quanto è importate oggi la reputazione?C.N.

Determinate, basta immaginare che un datore di lavoro o un istituto di credito prima di prendere qualsiasi decisione su un possibile candidato o finanziamento da concedere tiene molto conto di ciò viene riportato in rete: le informazioni trovate nel web potrebbero influenzare positivamente o negativamente qualsiasi scelta.web reputation Qual è l’errore più grande che si commette quando si tenta di autogestire la propria reputazione online?C.N.  La gestione della reputazione è una cosa molto seria, improvvisarsi in questo settore non è così semplice, ci sono dinamiche ed imprevisti che possono causare danni irreparabili, oltre al fatto che sarebbe molto difficile e dispendioso in termini di tempo per qualcuno che non ha familiarità con SEO (acronimo inglese di Search Engine Optimation ovvero tutte le attività volte a migliorare il posizionamento dei risultati sui motori di ricerca nel web) o meglio ancora con strumenti legali, ecco perché in molti casi la cura migliore è la prevenzione. Voglio ricordare che essere ben posizionati nelle prime pagine di Google è strategico poichè il 96% delle persone non guarda oltre la prima pagina dei risultati, quindi, gestire la prima pagina su Google è fondamentale.Chi dovrebbe essere interessato a contattare la vostra società?C.N. La gestione della reputazione Online per molti aspetti riguarda tutti: privati professionisti, aziende, medici, manager, personaggi dello spettacolo ecc, poiché  tutti hanno il diritto di difendere l’onore e la propria reputazione, quindi la cura dell’immagine on line in un’era così tecnologica è fondamentale.

Purtroppo, c’è da dire che in Italia la tendenza è quella di correre ai ripari solo quando il danno è già stato fatto, tutto sotto gli attenti occhi dei dipendenti, dei partner e dei potenziali clienti.  Cioè in altri termini quando qualcuno digita il tuo nome su Google verificando i contenuti “sfavorevoli”, la prima cosa che scatta in automatico nella mente è di evitare qualsiasi rapporto professionale con la persona lesa.  In effetti la nostra azienda è nata per fare fronte a questo tipo di situazioni ed emergenze dove ad avere la peggio è l’immagine. Cerchiamo di dare informazioni accurate e aggiornate condividendo la nostra esperienza nel settore del web reputation.  Nel nostro nuovo sito potete trovare i servizi ed altri approfondimenti ovvero un’ opportunità per conoscere meglio il nostro modus operandi. Basta sfogliare le pagine nella sezione  CHI SIAMO per sapere chi siamo e cosa facciamo.

In che modo un’azienda o un individuo può trarre vantaggio dai vostri servizi?C.N.  Vuoi diventare un leader in un qualsiasi settore? o essere tra le prime pagine di Amazon con la vendita di un prodotto? Esiste un modo e noi possiamo farlo, questa è la nostra ricetta. Come ho detto pocanzi viviamo in un’epoca dove la presenza online sta diventato rilevante, sempre più persone utilizzano i motori di ricerca per fare business online, per offrire suggerimenti al consumatore e per avere un’idea di un qualsiasi soggetto o società.Quanto tempo occorre per riparare ad un danno d’immagine?C.N Ogni caso è unico e dipende dalla gravità del danno, a tutti piacerebbe che le notizie negative potessero sparire in una notte ma non è così. La maggior parte delle reputazioni online può migliorare su una tempistica di 6-12 mesi.Qual è il miglior consiglio che potresti dare a qualcuno che inizia a muovere i primi passi verso il web reputation?C.N Non mi sento di dare un consiglio vero e proprio, ma è fondamentale far comprendere alle persone “nel vero senso della parola” che quando si tratta di reputazione online stiamo parlando di un mondo “virtuale” dove tutto è “potenzialmente” possibile: aziende come la nostra sono specializzate nel riparare i danni subiti a seguito di una lesione dell’immagine, sotto questo punto di vista ci sono molte aziende SEO o PR che affermano di fare “gestione della reputazione” come quelle che offrono la de-indicizzazione, ovvero rimuovere completamente i risultati nei motori di ricerca. Ma in realtà quando si entra nel vivo dell’operazione le cose sono diverse e soprattutto molto delicate, in special modo se bisogna gestire i rapporti con i quotidiani Online e con le notizie riportate dalla stampa.

Secondo la Cassazione, chi cambia sesso può scegliersi il nuovo nome: diritto all’oblio ha consentito ad Alessandro di diventare Alexandra

Gli ermellini hanno consentito ad Alessandro di diventare Alexandra, e non Alessandra come aveva sancito la corte di Appello di Torino secondo cui doveva acconternarsi del nome “derivante dalla mera femminilizzazione del precedente”

ROMA. Alessandro ha cambiato sesso, e il nuovo nome potrà sceglierlo lei. Lo ha deciso la Cassazione assicurando un diritto che non era affatto garantito, fino a ieri: era consentito solo declinare il proprio nome, maschile o femminile che fosse, nella sua versione opposta. Alessandro, per esempio, dopo aver cambiato sesso in Sardegna si sarebbe dovuto chiamare Alessandra, ma voleva un nome diverso e aveva scelto quello di Alexandra. La Corte di Appello di Torino aveva sancito che non ne avesse il diritto.

Per la Cassazione, che ha dato ragione ad Alexandra, chi cambia sesso ha diritto a scegliersi un nuovo nome senza accontentarsi del cambio di desinenza – dal maschile al femminile o viceversa, a secondo della transizione sessuale – di quelle avuto alla nascita. Per la Cassazione il nome è “uno dei diritti inviolabili della persona”, un “diritto insopprimibile”, e deve “essere assicurato anche un diritto all’oblio, inteso quale diritto ad una netta cesura con la precedente identità”.

Per i giudici piemontesi non esistevano i presupposti per “un voluttuario desiderio di mutamento del nome”, e occorreva accontentarsi di “quello derivante dalla mera femminilizzazione del precedente”. Ma gli ermellini hanno ribaltato la sentenza, dando il beneplacito non solo ad Alexandra ma anche a tutti coloro che transitando da un genere all’altro desiderino un nome anche radicalmente diverso. Senza considerare il sollievo di chi, cambiando sesso, debba lasciarsi alle spalle un nome la cui declinazione di sesso opposto non esista, come nel caso di Marco o Graziella.

Diritto all’oblio: le grandi difficoltà per sparire della rete

La direttiva dell’Unione Europa sul diritto al non comparire online non mette spalle al muro Google e tutti gli altri motori di ricerca. Ecco perché eclissarsi dal web è un’impresa (quasi) impossibile

Ecco perché chi vuole eclissarsi dal web, togliendo il proprio nome e il proprio cognome dai “risultati” indicizzati, è chiamato a un’impresa (quasi) impossibile. Si chiama diritto all’oblio.

Per spiegarlo, ecco a voi la definizione di Wikipedia. Ops, è l’enciclopedia libera online, proprio come volevasi dimostrare…
Con “diritto all’oblio” si intende quella forma di garanzia che prevede la non diffusione di informazioni che possono costituire un precedente pregiudizievole dell’onore di un essere umano. Solitamente, si tratta di informazioni che riguardano specialmente i precedenti giudiziari di una persona. Precedenti giudiziari riportati per filo e per segno online nonostante quella stessa persona abbia ottenuto persino la riabilitazione dal tribunale. La riabilitazione, per inciso, è quell’istituto legale che – per certe tipologie di reati – ripulisce la fedina penale. Per cui non si dovrebbe neanche discutere sul fatto che Google intervenga o meno, perché l’oblio dovrebbe essere garantito giù di default. Ma il problema è a monte: noi ormai viviamo in un mondo digitale – e vi siamo entrati – senza avere però in mano e in Costituzione regole per una democrazia digitale.

Su questo punto il “radicale” Marco Cappato, sensibile alla tematica, è quanto mai chiaro: “Non deve esistere la condanna di infamia, che perseguita per sempre persone che hanno regolato i conti con la giustizia. Altrimenti si accetterebbe una sorta di pena accessoria, incompatibile con la finalità costituzionale di recupero del reo al vivere civile”.

Spieghiamo ancora: nella pratica, rispettando questo (poco rispettato) principio dell’oblio non dovrebbe essere peraltro legittimo diffondere informazioni relative a condanne ricevute da un soggetto e altri dati sensibili di analogo argomento, a meno che si tratti di casi di cronaca o di attualità. Il principio, inoltre, sostiene che il risalto a quelle “info” sia proporzionato anche all’importanza del fatto e al tempo trascorso da quando è accaduto.

Bene, in teoria, esiste una direttiva dell’Unione Europea volta a tutelare le persone, riconoscendo questo diritto. Nella pratica, però, il regolamento Ue non obbliga Google e i giganti del web a ottemperare celermente alle richieste degli utenti. E così questi ultimi si ritrovano a vivere una propria Odissea prima di riuscire, tra una consulenza legale e l’altra – con tanto di ricorso al Garante della Privacy: se ne avete bisogno, è questa la soluzione – a vedersi riconosciuto quello che è un diritto (all’oblio).

Camillo Milko Pennisi, che si occupa personalmente di diritto all’oblio (avendolo vissuto sulla propria pelle per una vicenda di dieci anni fa) e che con il sito reputationpartners.it aiuta altre persone in tal senso, ci spiega: “Al di là dell’esistenza della direttiva europea, non c’è – o meglio, c’è, ma in modo estremamente macchinoso – l’automatico riconoscimento del diritto all’oblio a seguito di una richiesta avanzata. L’articolo 17 del Regolamento generale sulla protezione dei dati dell’Ue, nei fatti, non impone nulla a Google; solamente, dice che Big G deve provvedere alla rimozione, ma lo dice in modo molto generico, senza obblighi appunto…”. Pennisi puntualizza: “E quando Mountain View risponde alle richieste lo fa spesso e volentieri con risposte standardizzate”.

Nel mentre però il flusso di Internet continua a scorrere incessante. Tutti (ti) “googlano” e il problema della rete è che qualsiasi persona può reimmettere in circolo notizie vecchie e appunto cancellate in seguito a una specifica istanza di rimozione. Insomma, qualsiasi notizia può tornare in auge: non vi è una regolamentazione da questo punto di vista. E sarebbe anche ora che vi fosse, perché – sottolinea ancora Pennisi – “il diritto all’oblio è legato a doppio filo al diritto alla privacy e ad altri parametri della Costituzione. Ed è proprio qui il peccato originale: stiamo vivendo in un mondo digitale senza averne le regole di una democrazia digitale in Costituzione. Non siamo ancora attrezzati per il passaggio dal mondo Gutemberghiano della carta stampata al mondo digitale”. Insomma, è un problema dentro un problema ancora maggiore, giuridico e democratico.

Contattiamo Google: ci allega il Transparency Report di Google e ci risponde ponendo l’accento proprio alla sezione dedicata alle Richieste di rimozione di contenuti ai sensi delle leggi europee sulla privacy: “Valutiamo ogni richiesta caso per caso. In alcuni casi potremmo chiedere ulteriori informazioni alla persona. Abbiamo sviluppato attentamente criteri basati sulle linee guida del Gruppo di lavoro ex Articolo 29. Google, in aggiunta, ci chiarisce i motivi della mancata rimozione“Alcuni fattori materiali che ci spingono a non rimuovere le pagine sono l’esistenza di soluzioni alternative, motivi tecnici o URL duplicati. Possiamo anche determinare che la pagina contiene informazioni molto rilevanti per l’interesse pubblico. Determinare se i contenuti sono di interesse pubblico è complesso e può comportare la considerazione di diversi fattori, tra cui a titolo esemplificativo se i contenuti sono relativi alla vita professionale del richiedente, a un crimine del passato, a una carica politica o a una posizione nella vita pubblica, se i contenuti sono stati creati autonomamente, se sono documenti pubblici o se sono di natura giornalistica”.

“In Italia, sono migliaia le persone che fanno domanda per ottenere l’oblio: ecco, Google deve esaminare caso per caso, e capire se si può applicare o meno il diritto alla cancellazione. Oltre al fatto che Big G possa far fatica a seguire tutti i casi, c’è poi sempre il problema di chi poi va a reinserire quello stesso contenuto”, prosegue Pennisi, che indica qual è l’iter da seguire per un cittadino che vuole far valere i propri diritti: “Dopo aver bussato alla porta di Google, la cosa che si deve fare per ottenere qualcosa è il ricorso al Garante della Privacy: però ti devi prendere l’avvocato e non tutti possono permetterselo. E comunque lo ripeto ancora: anche il giorno dopo la cancellazione (che, se arriva, arriva con tempi biblici), l’hater di turno può ripubblicare tutto sul web, vanificando così ogni sforzo”. La stortura, insomma, è fin troppo palese…

Ignazio La Russa, vicepresidente del Senato, ci fa sapere che proprio a Palazzo Madama si è creata una commissione (presieduta dalla dem Anna Rossomando) sul diritto all’oblio per quanto concerne, almeno per il momento, l’aspetto delle attività parlamentari: “Sarebbe corretto allargare il discorso e far sì che su questo tema vengano accesi i riflettori: oggi il luogo di informazione maggiore è Internet e con esso i social network. Quindi, dovrebbe essere riconosciuto, a chi lo chiede, il diritto che non rimangono online informazioni immotivate e nocive allo sviluppo della propria persona, della propria attività lavorativa e delle proprie relazioni. Chi ricorre all’oblio deve ottenere facilmente – e sottolineo facilmente – il riconoscimento di tale diritto”.

fonte:il giornale.it

Rimuovere una notizia da internet ci pensa Il diritto all’oblio

A seguito del riconoscimento del diritto all’oblio in ambito comunitario ogni persona deve avere il diritto di rettificare i dati personali che la riguardano e il “diritto alla cancellazione e all’oblio”, se la conservazione di tali dati non è conforme al Regolamento.

In particolare, l’interessato deve avere il diritto di chiedere che siano cancellati e non più sottoposti a trattamento i propri dati personali che non siano più necessari per le finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati, quando abbia ritirato il consenso o si sia opposto al trattamento dei dati personali che lo riguardano o quando il trattamento dei suoi dati personali non sia altrimenti conforme al Regolamento.

 

Tale diritto è particolarmente rilevante se l’interessato ha dato il consenso quando era minore, e quindi non pienamente consapevole dei rischi derivanti dal trattamento, e vuole successivamente eliminare questo tipo di dati personali, in particolare da Internet.

L’interessato dovrebbe poter esercitare tale diritto indipendentemente dal fatto che non è più un minore. Tuttavia, dovrebbe essere lecita l’ulteriore conservazione dei dati qualora sia necessaria per esercitare il diritto alla libertà di espressione e di informazione, per adempiere un obbligo legale, per eseguire un compito di interesse pubblico o nell’esercizio di pubblici poteri di cui è investito il titolare del trattamento, per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica, per finalità di archiviazione nel pubblico interesse, per finalità di ricerca scientifica e storica o finalità statistiche o per accertare, esercitare o difendere un diritto in sede giudiziaria.

Per rafforzare il “diritto all’oblio” nell’ambiente on line, è opportuno che il diritto di cancellazione sia esteso in modo da obbligare il titolare del trattamento che ha pubblicato dati personali a informare i responsabili del trattamento che stanno trattando tali dati affinché cancellino qualsiasi link verso tali dati personali o copia o riproduzione di detti dati. Per garantire l’informazione sopramenzionata, è opportuno che il titolare del trattamento prenda misure ragionevoli, tenuto conto della tecnologia disponibile e dei mezzi a sua disposizione, anche di natura tecnica, per informare i responsabili del trattamento che stanno trattando i dati della richiesta dell’interessato.

Il diritto all’oblio è un concetto tornato prepotentemente alla ribalta in ambito internazionale e principalmente europeo con l’avvento della Rete e diverse sono le definizioni fornite dalla dottrina.

Secondo la nota enciclopedia della Rete Wikipedia “il diritto all’oblio è una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità di precedenti pregiudizievoli, per tali intendendosi propriamente i precedenti giudiziari di una persona. In base a questo principio, non è legittimo diffondere dati circa condanne ricevute o comunque altri dati sensibili di analogo argomento, salvo che si tratti di casi particolari ricollegabili a fatti di cronaca. Questa garanzia è variamente riconosciuta ed applicata a seconda degli ordinamenti.

Secondo un’altra impostazione dottrinaria il diritto all’oblio è il diritto di un individuo ad essere dimenticato, o meglio, a non essere più ricordato per fatti che in passato furono oggetto di cronaca. Il suo presupposto è che l’interesse pubblico alla conoscenza di un fatto è racchiuso in quello spazio temporale necessario ad informarne la collettività, e che con il trascorrere del tempo si affievolisce fino a scomparire. In pratica, con il trascorrere del tempo il fatto cessa di essere oggetto di cronaca per riacquisire l’originaria natura di fatto privato. Ecco che un rapinatore potrà invocare il diritto all’oblio se il fatto che lo portò alla ribalta dieci anni prima venisse riproposto in tv.

Secondo altri il diritto all’oblio è quindi la naturale conseguenza di una corretta e logica applicazione dei principi generali del diritto di cronaca. Come non va diffuso il fatto la cui diffusione (lesiva) non risponda ad un reale interesse pubblico, così non va riproposta la vecchia notizia (lesiva) quando ciò non sia più rispondente ad una attuale esigenza informativa.

Il diritto all’oblio, secondo altra dottrina (ZAMMATARO) può essere visto come uno dei molteplici aspetti in cui si manifesta il diritto alla riservatezza. Alcuni autori l’hanno inteso come difesa dal ritorno del rimosso, dal presentarsi di ricordi dolorosi. Ecco dunque che il diritto all’oblio – inteso come tutela dell’interesse del soggetto a che non vengano riproposte vicende ormai superate dal tempo – si pone in diretta correlazione e contrapposizione con l’interesse alla conoscenza, nel senso che, in virtù di esso, si pretende che non debba essere più divulgato un fatto che non abbia più attualità nel presente.

Il diritto all’oblio secondo Corasaniti è il diritto a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all’onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all’informazione. «Non è tanto inibire il dato – afferma Corasaniti – quanto la circolazione non autorizzata del dato». Ma è importante ricordare che il Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica (1998) distingue chiaramente cosa sia o meno di interesse pubblico. «Importante è l’art. 6 del Codice, che parla di essenzialità dell’informazione – ricorda Corasaniti – chiarendo che una notizia può essere divulgata, anche in maniera dettagliata, se è indispensabile in ragione dell’originalità del fatto, della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti».

Altra dottrina ritiene che il cuore del contenuto del diritto all’autodeterminazione informativa (a questo ci si riferisce quando si parla di privacy nelle moderne società dell’informazione) consiste nel potere attribuito all’interessato di ottenere la rettifica o l’aggiornamento dei propri dati personali inesatti o non aggiornati, oppure la cancellazione di informazioni trattate violando la legge. Solo attraverso questi strumenti è possibile mantenere il controllo sulla circolazione delle informazioni che ci riguardano, anche al fine di tutelare la nostra identità. Ciò significa, tra l’altro, poter chiedere la cancellazione dei dati che riflettono un’immagine di noi stessi così risalente nel tempo da non corrispondere più al nostro attuale modo di essere: in questi casi, e a determinate condizioni, è giusto riconoscere il cosiddetto diritto all’oblio.

Altra dottrina più recente (SCORZA) sostiene che per diritto all’oblio, si intende il diritto a che nessuno riproponga nel presente un episodio che riguarda la nostra vita passata e che ciascuno di noi vorrebbe, per le ragioni più diverse, rimanesse semplicemente affidato alla storia.

In realtà, sostiene questa dottrina, ci sono due diritti all’oblio. Il primo è quello tradizionale, sul quale abbiamo già una giurisprudenza. Per fare un esempio: se un regista decide di fare un film su un ex-terrorista – che magari ha espiato la sua condanna e si è rifatto una vita –  riportando nell’attualità una vicenda che è sepolta nella memoria dei più, ha dei limiti imposti dal diritto. La giurisprudenza, in questo caso, salvo un interesse attuale nella riproposizione di questa storia, sostiene che prevale il diritto del singolo.

Oggi, invece, quando si parla di diritto all’oblio in Rete lo si fa con un’accezione un po’ diversa, e questo è parte del problema anche dal punto di vista giuridico. In questo caso non si parla più del diritto di ciascuno a che altri non ripropongano fatti del passato, ma si discute anche della circostanza che ognuno avrebbe il diritto a riprendersi, diciamo così, dei tasselli della propria storia che sono pubblicati on line.

Con questa definizione, quindi, si affronta il concetto più moderno ed attuale del diritto all’oblio in rete che ha portato il noto studioso e blogger Peter Fleisher ad individuare gli 8 punti cardinali per la privacy online:

  1. Se posto qualcosa sul web, ho poi il diritto di cancellarlo?
  2. Se qualcuno copia il mio contenuto, ho il diritto di cancellarlo anche dall’altro sito?
  3. Se qualcun altro posta qualcosa su di me, ho il diritto di cancellarlo?
  4. Le piattaforme online hanno l’obbligo di cancellare le informazioni personali?
  5. Se si dopo quanto tempo?
  6. Internet deve imparare a dimenticare?
  7. Internet deve essere ripensato per essere più vicino alla mente umana?
  8. Chi ha il compito di decidere cosa può essere ricordato e cosa deve essere dimenticato?
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Ma cerchiamo di ritornare a quello che è un concetto più ampio di diritto all’oblio per poi tornare al fenomeno Internet.

L’oblio è un diritto che va oltre la tutela della privacy e solo da poco ha trovato trova legittimazione nell’ordinamento nazionale ed europeo.

Frutto di elaborazioni dottrinarie, giurisprudenziali (In Italia assumono rilevanza alcune decisioni della Corte di Cassazione come Cass., 9/4/1998, n. 3679; Cass., 25/6/2004, n. 11864;  Cass., 05/04/2012, n. 5525Cass. 26/06/2013, n. 16111Cass. 24/06/2016, n. 13161) e principalmente delle Autorità Garanti europee è da intendersi quale diritto dell’individuo ad essere dimenticato; diritto che mira a salvaguardare il riserbo imposto dal tempo ad un notizia già resa di dominio pubblico.

Come fondamento normativo del diritto all’oblio, il Codice della Privacy prevede che il trattamento non sia legittimo qualora i dati siano conservati in una forma che consenta l’identificazione dell’interessato per un periodo di tempo superiore a quello necessario agli scopi per i quali sono stati raccolti o trattati (art. 11 d.lgs. n. 196/2003). Lo stesso interessato ha il diritto di conoscere in ogni momento chi possiede i suoi dati personali e come li adopera, nonché di opporsi al trattamento dei medesimi, ancorché pertinenti allo scopo della raccolta, ovvero di ingerirsi al riguardo, chiedendone la cancellazione, la trasformazione, il blocco, ovvero la rettificazione, l’aggiornamento, l’integrazione (art. 7 d.lgs. n. 196/2003).

Il diritto all’oblio si colloca, quindi, nel quadro dei diritti della personalità come una particolare forma di garanzia connaturata al diritto alla riservatezza e si distingue dal diritto all’identità personale che può essere definito come l’interesse di ogni persona a non vedere travisato o alterato all’esterno il proprio patrimonio intellettuale, politico, sociale, religioso, professionale, a causa dell’attribuzione di idee, opinioni, o comportamenti differenti da quelli che l’interessato ritenga propri e abbia manifestato nella vita di relazione.

Il diritto all’identità personale è relativo alla tutela dell’immagine pubblica della persona, o comunque dell’immagine di sé che il soggetto intende proiettare nel mercato delle relazioni sociali (intendendo immagine in senso metaforico), mentre il diritto all’oblio attiene alla protezione di una sfera intangibile di intimità e riserbo dell’individuo, da mettere al riparo da intrusioni altrui. Quest’ultimo è stato invocato da parte di soggetti che, dopo aver conosciuto i loro quindici minuti di celebrità essendo stati protagonisti – talvolta loro malgrado – di fatti eclatanti, episodi di cronaca nera, e così via, sono stati successivamente “riscoperti” dai media (inchieste giornalistiche, documentari, film-verità, ecc.) e riportati così all’attenzione del pubblico. Si tratta quindi del diritto dell’individuo a non veder “risuscitare”, e proiettare agli occhi del pubblico, una propria identità ormai appartenente al passato, e che magari si è cercato faticosamente di emendare.

Nonostante la stretta contiguità tra riservatezza e oblio, i due concetti però non coincidono. Il diritto all’oblio può essere considerato in qualche misura speculare rispetto al diritto alla riservatezza, dal momento che il problema del diritto all’oblio si pone relativamente a situazioni che, per loro natura, nel momento in cui si sono verificate, non rientravano nell’ambito della tutela della riservatezza. E’ in ogni caso il tempo, il fattore che consente di distinguere i due concetti. Richiamandosi al diritto all’oblio s’intende, infatti, impedire che la notizia già pubblicizzata, resa nota, sfuggita alla sfera privata del soggetto, venga pubblicizzata nuovamente a distanza di un considerevole lasso di tempo. Il diritto all’oblio tuttavia non è rivolto a cancellare il passato, ma a proteggere il presente, a preservare il riserbo e la pace che il soggetto abbia ritrovato. Il diritto all’oblio è quindi il diritto di un soggetto a vedersi per così dire “dimenticato” dalle banche dati, dai mezzi di informazione, dai motori di ricerca che detengono i suoi dati in relazione ad un’attività di trattamento che sono autorizzati a compiere dal diretto interessato o dalla legge. Si pensi ad esempio al diritto di cronaca e ai dati immessi in rete da quelle testate giornalistiche che sempre più numerose si sono organizzate per rendere leggibili i loro articoli online.

Il problema del diritto all’oblio nasce storicamente in rapporto all’esercizio del diritto di  cronaca giornalistica. Difatti, presupposto perché un fatto privato possa divenire legittimamente oggetto di cronaca è l’interesse pubblico alla notizia. La collettività va informata con tempestività, in modo da poter conoscere l’accaduto in tempo reale e con completezza, così da fornirle una chiara visione del fatto.

Ma una volta che del fatto il pubblico sia stato informato con completezza, cessa l’interesse pubblico in quanto la collettività ha ormai acquisito il fatto. Non vi è più una notizia. Riproporre l’accadimento sarebbe inutile, poiché non vi sarebbe più un reale interesse della collettività da soddisfare. Non solo inutile per la collettività, ma anche dannoso per i protagonisti in negativo della vicenda.

Il diritto all’oblio è quindi la naturale conseguenza di una corretta e logica applicazione dei principi generali del diritto di cronaca. Come non va diffuso il fatto la cui diffusione (lesiva) non risponda ad un reale interesse pubblico, così non va riproposta la vecchia notizia (lesiva) quando ciò non sia più rispondente ad una attuale esigenza informativa.

Ma un ulteriore fondamento del diritto all’oblio va rinvenuto nell’art. 27, comma 3°, Cost., secondo cui “Le pene […] devono tendere alla rieducazione del condannato”. E’ il principio della funzione rieducativa della pena. Questa, cioè, non deve avere soltanto la funzione di punire, ma anche (e soprattutto) quella di favorire il reinserimento sociale del condannato, la sua restituzione alla società civile. Ebbene, la pena non potrebbe assolvere alla funzione di restituire il condannato alla società civile se in quest’ultima rimanesse ben saldo il ricordo di quanto quel condannato ha fatto. Ricordo che sarebbe rafforzato proprio dalla riproposizione dello stesso fatto. E ciò dovrebbe valere tanto per i reati minori, quanto per quelli più efferati.

Ma con dei limiti. Vi sono fatti talmente gravi per i quali l’interesse pubblico alla loro riproposizione non viene mai meno. Si pensi ai crimini contro l’umanità, per i quali riconoscere ai loro responsabili un diritto all’oblio sarebbe addirittura diseducativo. O ad altri gravi fatti che vengono riproposti proprio perché non vengano dimenticati. O anche a vicende che si può dire abbiano modificato il corso degli eventi diventando Storia, come l’attentato al Papa, il “caso Moro”, i fatti più eclatanti di “Tangentopoli”. Qui non si può parlare di diritto all’oblio perché i fatti non diventano mai “privati”. Al contrario, sarebbe proprio la loro mancata riproposizione a porsi in contrasto con l’interesse pubblico, che qui prevale sempre sul diritto del singolo individuo a non essere più ricordato. Ma ad eccezione dei casi in cui l’interesse pubblico è destinato a non affievolirsi, il diritto all’oblio scatta sempre, a partire dal momento in cui cessa l’interesse pubblico intorno ad un fatto perché ormai acquisito. Per il protagonista in negativo della vicenda, quel fatto diventa “privato” ed acquista pienezza il suo diritto alla riservatezza.

Essendo il diritto all’oblio subordinato al perdurare della mancanza dell’interesse pubblico, può accadere che a distanza di tempo sorga un interesse pubblico alla riproposizione del fatto medesimo. E’ il caso di chi, essendo stato condannato per stupro anni prima, commette un’altra violenza sessuale appena uscito dal carcere.

Qui diventa legittima non soltanto la diffusione della notizia relativa all’ultima violenza, ma anche la rievocazione del vecchio delitto, poiché stimola nell’opinione pubblica l’inevitabile dibattito sulla funzione rieducativa del carcere, nonché sulle misure da adottare per contrastare un’autentica piaga sociale. Come è stata legittima la rievocazione, a distanza di trent’anni, del massacro del Circeo ai danni di Angelo Izzo, dopo che questi ne aveva replicato la ferocia smentendo così ogni ipotesi di ravvedimento.

Al diritto all’oblio, quindi, deve essere contrapposto il cd. “diritto alla storia”. In effetti, proprio sulla scorta di quanto affermato in sede di giurisprudenza comunitaria il diritto ad essere “dimenticati”, in tutto o in parte, va visto con particolare attenzione. Non sempre è giusto rimuovere dallo spazio pubblico un’informazione reale, veritiera e corretta, che quando è stata pubblicata era di sicuro interesse di cronaca e di sicuro interesse pubblico. E il tutto in nome dell’interesse del singolo.  A tale interesse può contrapporsi un interesse maggiore di carattere pubblicistico. In realtà la nostra storia ormai ci viene raccontata su Internet, o comunque in digitale.

Facendo passare, quindi, incondizionatamente questo principio che ciascuno di noi può riprendersi tutte le informazioni che lo riguardano pubblicate da terzi, fra quindici anni quando qualcuno (ammesso che Internet esista ancora) volesse ripercorrere la storia degli anni Duemila attraverso l’informazione on line, probabilmente trarrebbe l’errata conclusione che la nostra è stata un’età felice vissuta da gente per bene. È ovvio, infatti, che potendo, ciascuno andrà a togliere quello che non gli piace, in modo da avere la migliore “reputation” on line possibile.

L’attività giornalistica è stata modificata dallo sviluppo di Internet. La possibilità di raccogliere, incrociare, scambiare e archiviare informazioni personali si è enormemente accresciuta, consentendo una straordinaria circolazione e diffusione di conoscenze e di opinioni. La conseguenza è che oggi è divenuto estremamente difficile esercitare il diritto all’oblio in quanto le legittime richieste di cancellazione o aggiornamento devono anche tener conto dei diversi luoghi virtuali in cui tali informazioni compaiono: sul sito, sulla copia cache della pagina web, sui titoletti che costituiscono il risultato della ricerca tramite motore di ricerca.

Ognuno di questi luoghi ha un titolare di trattamento diverso e per i gestori dei motori di ricerca extraeuropei c’è l’ostacolo della disciplina applicabile. Una volta entrati nel circuito elettronico della rete, insomma, è davvero difficile far valere i propri diritti.

Nel testo del Regolamento il diritto all’oblio è recepito dall’art. 17 dove viene sancito che l’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo e il titolare del trattamento ha l’obbligo di cancellare senza ingiustificato ritardo i dati personali, se sussiste uno dei motivi seguenti:

a) i dati non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati;

b) l’interessato ritira il consenso su cui si basa il trattamento e non sussiste altro motivo legittimo per trattare i dati;

c) l’interessato si oppone al trattamento dei dati personali e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente per procedere al trattamento;

d) i dati sono stati trattati illecitamente;

e) i dati devono essere cancellati per adempiere un obbligo legale previsto dal diritto dell’Unione o degli Stati membri cui è soggetto il titolare del trattamento;

f) i dati sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione.

Inoltre sempre l’art. 17 chiarisce che il titolare del trattamento, se ha reso pubblici dati personali ed è obbligato a cancellarli, tenendo conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione prende le misure ragionevoli, anche tecniche, per informare i responsabili del trattamento che stanno trattando i dati della richiesta dell’interessato di cancellare qualsiasi link, copia o riproduzione dei suoi dati personali.

Come cambia la legge sulle intercettazioni

Nuove regole per magistrati (e giornalisti). L’utilizzo di virus Trojan sarà consentito solo nelle indagini su mafia e terrorismo. Stop alla trascrizione di conversazioni irrilevanti

Mai più trascrizioni di intercettazioni irrilevanti per le indagini; regole per l’utilizzo dei virus-spia come il Trojan; solo “brani essenziali” e quando “è necessario” nelle ordinanze di custodia cautelare; un nuovo reato nel codice penale: la “diffusione di riprese e registrazioni di comunicazioni fraudolente”, punito con la
reclusione fino a 4 anni, accesso legittimo dei giornalisti alle ordinanze del gip, una volta che le parti ne hanno avuto copia. Questi i punti essenziali della nuova legge sulle intercettazioni, prevista dalla delega contenuta nella riforma del processo penale varata la scorsa estate.  Ecco, nel dettaglio, cosa prevedono i 9 articoli del provvedimento, un decreto legislativo approvato in via preliminare il 2 novembre scorso in Consiglio dei ministri e oggi giunto al via libera definitivo, dopo alcune modifiche introdotte a seguito dei pareri delle Commissioni parlamentari competenti. 

Diffusione fraudolenta di registrazioni o conversazioni: pena fino a 4 anni

Reclusione fino a 4 anni per “chiunque, al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute
fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte riservatamente in sua presenza o alle quali comunque partecipa”. Non c’è punibilità se la diffusione delle riprese o delle registrazioni è conseguente alla loro utilizzazione in un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca. Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Divieto di trascrizione degli ascolti irrilevanti

Il testo prevede il divieto di trascrizione “anche sommaria” delle “comunicazioni o conversazioni irrilevanti ai fini delle indagini, sia per l’oggetto che per i soggetti coinvolti”. Nel verbale delle operazioni va indicato solo data, ora e dispositivo su cui la registrazione è intervenuta.

Archivio in mano al Pm

A conservare verbali e registrazioni sarà il pubblico ministero in un archivio e sarà sempre il pm entro 5 giorni dalla conclusione delle operazioni a occuparsi
del deposito di tutti gli atti, formando un elenco delle conversazioni rilevanti ai fini di prova. Nel caso in cui vi sia un rischio di “grave pregiudizio per le indagini”, il giudice può autorizzare il pm a ritardare il deposito, ma non oltre la chiusura dell’inchiesta. I verbali e le registrazioni delle intercettazioni acquisite nel fascicolo di notizie di reato non sono coperti da segreto: il resto – le registrazioni non acquisite – sarà conservato nell’archivio del pm e sarà possibile chiederne la distruzione.

Uno strumento valido per cancellare articoli lesivi dalla rete

Si chiama privacygarantita.it una piattaforma web che si  occupa di cancellare contenuti indesiderati nel web. Con internet sempre più parte integrante della vita di tutti i giorni, l’Abruzzo si adegua alle nuove esigenze legate alla web reputation: nasce così  privacygarantita.it  il progetto imprenditoriale del  Manager Cristian Nardi. Si tratta di una piattaforma che consente di eliminare i contenuti indesiderati dal web mediante inscrizione al sito, una ‘attività assolutamente legata alla “reputazione online”, ormai fondamentale per molti professionisti e utenti della rete.

“La reputazione prima di tutto” è lo slogan del progetto della piattaforma intuitiva e veloce con soluzioni facilmente accessibili ai potenziali clienti. D’altra parte in un momento in cui la presenza “online” è sempre più rilevante e il web è utilizzato per business anche attraverso motori di ricerca, è diventato fondamentale che le ricerche non facciano emergere contenuti lesivi che possano danneggiare l’immagine dei professionisti e conseguentemente i loro business, in rete e non. Il percorso è complesso e può condurre a portare a un miglioramento della reputazione online dai 6 ai 12 mesi. La piattaforma privacygarantita.it consente a chi ha esigenze di questo genere di affidarsi a professionisti del settore che mettono in campo le proprie competenze, anche seguendo quanto stabilito dalla Corte Europea sul “diritto all’oblio“.

Alessandro Biancardi Prima Da Noi: Diritto all’oblio, morte del giornalismo

Nel vuoto legislativo che regola ( o meglio non regola) la materia, un giornale online abruzzese, Primadanoi, uno dei più attenti e prestigiosi e non solo a livello regionale, rischia la chiusura dopo la pesante sentenza di un giudice.

Primadanoi dovrà pagare una multa di circa 17 mila euro in nome di uno strano “diritto all’oblio” invocato dal tribunale per conto di un ricorrente.

“Il giudice unico del Tribunale di Ortona, Rita Di Donato, con una sentenza fotocopia rispetto a quella firmata dal giudice Rita Carosella, dello stesso tribunale, a marzo del 2011”, riferisce Ossigeno per l’informazione,l’Osservatorio sui giornalisti minacciati in Italia promosso dalla Federazione italiana della stampa e dall’Ordine dei giornalisti, “ha condannato PrimaDaNoi.it al pagamento di oltre 17mila euro (tra risarcimento danni e spese legali) riconoscendo il diritto all’oblio, che in Italia non è ancora regolamentato da nessuna legge, e la prevalenza del diritto alla privacy sul diritto di cronaca”.

Sembra incredibile, ma “il giudice ha accolto la domanda dei ricorrenti sostenendo che la notizia, pur essendo vera e corretta”, andava cancellata dal sito, in contrasto con la tesi del giornale e del suo direttore Alessandro Biancardi, “che ha invece affermato l’interesse pubblico di conoscere i fatti anche a distanza di tempo”.

L’Espresso si è già occupato della questione e della sua pericolosità per l’esercizio pieno della libertà di informazione e del diritto dei cittadini ad essere informati, nel disinteresse generale dei politici e, soprattutto, dei giornalisti.

Già, perché il silenzio degli addetti ai lavori è quello che fa più scandalo. Pensate alle conseguenze se passasse in tutti i tribunali la linea dei magistrati abruzzesi: in pochi anni vedremmo sparire dagli archivi online le malefatte di tutti i mascalzoni italiani, a cominciare dai più noti che si annidano nei rami alti delle nostre screditate istituzioni e che non vedono l’ora di rifarsi una verginità cancellando il passato.

Cosa aspettano la Federazione della stampa e l’Ordine dei giornalisti a promuovere, magari proprio a Pescara, una manifestazione nazionale sul tema per sollecitare l’attenzione dei cittadini e magari pure quella, cosi distratta, dei politici, a cominciare da quelli abruzzesi?

Di mezzo non c’è solo il destino di una testata giornalistica, ma i principi  fondamentali del nostro ordinamento.

primadanoi

La candanna:

Il quotidiano PrimaDaNoi.it è stato condannato dal tribunale di Ortona per aver tenuto on line un articolo vero e corretto (17 mila euro tra risarcimento danni e spese legali)». A comunicarlo, attraverso una nota, è il direttore e editore della testata Alessandro Biancardi.

«La notizia contestata – spiga il giornalista – era relativa ad un fatto di cronaca avvenuto nel 2008 all’interno di un locale pubblico pescarese che ha avuto anche un risvolto penale. I personaggi coinvolti, titolari dell’impresa, avevano chiesto la rimozione dell’articolo.

Il giudice ha accolto la domanda dei ricorrenti sostenendo che la notizia (vera e corretta, si ribadisce) andava cancellata a differenza di quanto sostenuto dal giornale che ne ha sempre riconosciuto l’interesse pubblico, anche a distanza di tempo dai fatti».

Secondo quanto riferito da Biancardi il giudice avrebbe ritenuto che «Il persistere dei dati personali dei titolari del ristorante e il nome dell’esercizio abbia determinato una lesione al diritto alla riservatezza e della reputazione in relazione alla peculiarità dell’operazione di trattamento, caratterizzata da sistematicità e capillarità della divulgazione dei dati e alla natura degli stessi dati trattati, particolarmente sensibili attenendo a vicenda».

«Questa sentenza ci condanna per aver voluto difendere il diritto di ogni cittadino di conoscere e di sapere», commenta la redazione in un articolo. «Ci condanna perché siamo convinti che se un fatto è accaduto debba essere anche ricordato a beneficio di tutti. Ci spiace per i giudici ma la storia, i fatti, la memoria non si cancellano a colpi di sentenze. Siamo stati condannati perché ci hanno detto che quello che scriviamo ha una data di scadenza ma nessuno sa dirci qual è questa data. Il Ddl sul diritto all’oblio, pure messo a punto dalla politica di casa nostra ma mai divenuto legge, viene già applicato: chi vuole ripulire la propria immagine da notizie scomode può stare tranquillo».

«La Redazione da questo momento proclama uno sciopero a tempo indeterminato e nelle prossime ore si deciderà se riprendere gli aggiornamenti o concludere per sempre questa esperienza editoriale – commenta il direttore della testata – PrimaDaNoi.it è nato a settembre del 2005. Conta ogni giorno oltre 25 mila utenti ed è uno dei punti di riferimento dell’informazione abruzzese. In archivio ha oltre 90 mila articoli, inchieste e approfondimenti».

L’ORDINE DEI GIORNALISTI –

«Per la seconda volta lo stesso Tribunale, quello di Ortona (Chieti), con due sentenze di due giudici diversi, nello spazio di poco meno di un anno, ha condannato la stesso testata on line, primadanoi.it, per aver conservato una notizia di cronaca nel suo archivio elettronico.

Per la seconda volta l’ Ordine dei giornalisti d’ Abruzzo, nell’ esprimere solidarietà non formale ai colleghi della testata, ribadisce il concetto che in assenza di norme di legge sul diritto all’ oblio nel mondo di Internet, il vuoto legislativo non può essere colmato da una giurisprudenza territoriale che finora non ha trovato riscontri di sorta a livello nazionale. Se anche primadanoi.it avesse tolto la notizia il giorno successivo alla sua pubblicazione i motori di ricerca l’ avrebbero indicizzata ed oggi sarebbe comunque nella disponibilità dei fruitori della rete. Se anche primadanoi.it avesse accolto immediatamente la richiesta degli interessati ad oscurare la notizia dal proprio sito essa sarebbe comunque rintracciabile in rete nei siti di altre decine di organi di informazione.

Come si comporterebbe il tribunale di Ortona di fronte agli archivi elettronici che, a pagamento, consentono di accedere alle notizie di decenni addietro? Il diritto dei cittadini ad essere informati sui fatti della vita è un valore universale indiscutibile, come lo è quello del dovere dei giornalisti a non nascondere le notizie in loro possesso. Nel caso specifico tale diritto-dovere non è neppure mitigato dal vulnus alla persona o alla riservatezza del dato sensibile poiché si è trattato di un fatto di cronaca nera che attiene al più generale interesse pubblico. Siamo, dunque, in presenza, di una sentenza, reiterata, che colpisce con una certa ostinazione un mezzo di informazione che sta svolgendo correttamente la sua funzione pubblica».

SOLIDARIETÀ DI ASSOSTAMPA – «Il Sindacato giornalisti abruzzesi, pur non entrando nel merito della vicenda giudiziaria che ha visto soccombere in giudizio Primadanoi, esprime solidarieta’ al direttore e al corpo redazionale scesi in sciopero per difendere il diritto di cronaca rispetto al diritto della privacy, allorquando sono correttamente riportati i fatti anche in base a risultanze processuali.

Allo stesso modo il Sindacato giornalisti abruzzesi solleva con forza la necessita’ di una normativa chiara e senza zone d’ombra che disciplini il giornalismo sul web, per evitare in futuro il ripetersi di situazioni come quella di Primadanoi, che augura di vedere al più presto nuovamente a far sentire la sua voce indipendente e libera».

PAISSAN, LA PRIVACY NON C’ENTRA NULLA – «O è uno scherzo o è un attacco al diritto-dovere di informare». Non ha dubbi Mauro Paissan, docente di Deontologia del giornalismo alla Sapienza di Roma e per undici anni componente del Garante privacy, nel commentare la sentenza con cui il Tribunale di Ortona ha condannato la testata on line primadanoi.it.

Secondo Paissan «la normativa sulla privacy viene tirata in ballo a sproposito per imporre una data di scadenza a un servizio giornalistico. Neanche fosse un medicinale. Chi stabilisce, e con quale criterio, che dopo un certo periodo di tempo (dieci anni, due mesi, due giorni?) una certa informazione non può più essere mantenuta nell’archivio di un giornale? Una cosa è sottrarre la reperibilità di un articolo ai motori di ricerca per tutelare i diritti di una persona, tutt’altra cosa è intaccare l’intangibilità degli archivi storici, siano essi cartacei o on line. Nessuna decisione del Garante privacy e nessuna sentenza emessa al di fuori della provincia di Chieti è mai arrivata a tanto. Secondo la logica adottata dal magistrato di Ortona – osserva Paissan – dovrebbero essere chiusi tutti gli archivi elettronici dei maggiori quotidiani italiani (e delle maggiori testate internazionali), che rendono accessibili le pagine di svariati decenni, pagine che inevitabilmente contengono notizie sgradite a questo o a quello». «Mi auguro che la sentenza contro primadanoi.it possa essere rapidamente riformata», conclude Mauro Paissan.

L’avvocato online: perché e come scegliere la consulenza legale a portata di click

Sempre più utenti, ormai anche in Italia, cercano l’avvocato online. Cerchiamo di capire perché lo fanno, quali sono i servizi più richiesti ad un avvocato online, i vantaggi riscontrati e gli errori da non fare per conoscere meglio questa realtà che ormai ha preso piede nella ricerca avvocati in Italia.

In altri Paesi quella della ricerca degli avvocati su internet è una realtà consolidata da molti anni. Non solo: negli USA si tengono regolarmente udienze via skype, in Olanda sono stati aperti anche studi legali esclusivamente virtuali per servizi di consulenza giuridica personalizzata a tempi record. Non bisogna cercare fisicamente lo studio dell’avvocato né prendere appuntamento per una consulenza legale. E in Italia?

Basta dare un’occhiata rapida ai motori di ricerca per rendersi conto che molti utenti cercano avvocati online. La comparazione permette di scegliere tra i nominativi dei professionisti nella propria città e per la materia di specializzazione oppure in alternativa si può porre un quesito e lasciare che sia l’avvocato online esperto in quel settore a fornire un parere legale orientativo.

A livello pratico i vantaggi della consulenza legale online sono facilmente intuibili: si ottimizzano tempo e denaro.

Come emerge dall’analisi dei motori di ricerca e dalla presenza degli avvocati online, sono molto ricercati studi legali a Milano, a Roma e nelle altre grandi città. La ragione è facile da comprendere: prima di tutto è intuitivo che gli avvocati a Roma o Milano sono più numerosi che in città più piccole e quindi per i professionisti internet diventa uno strumento importante per distinguersi dalla concorrenza; d’altra parte per chi vive in città così grandi sarebbe impensabile bussare di porta in porta a tutti gli studi legali di Milano. Anche circoscrivendo la ricerca dell’avvocato in città ad alcune zone, la selezione potrebbe diventare estenuante: e sappiamo bene quanto nelle materie legali il tempismo possa essere determinante. Uno dei vantaggi della consulenza legale online è proprio la rapidità dei tempi di risposta.

Tuttavia non si deve commettere l’errore di pensare che la ricerca di avvocati online sia una soluzione utile potenzialmente solo per chi vive in realtà dispersive. Immaginiamo il caso diametralmente opposto, ovvero quello dell’utente che vive in un piccolo centro abitato dove l’unico studio legale è specializzato in una branca del diritto diversa da quella che attiene al suo caso o in cui lavori un professionista al quale, per ragioni personali di diversa natura, non si voglia affidare la propria difesa.

Abbiamo visto sopra come, contattando un avvocato online, sia possibile ottimizzare il tempo dedicato alla ricerca di un buon avvocato, il che si traduce anche indubbiamente in un risparmio economico (anche perché per la consulenza legale su internet il professionista non dovrà sostenere alcuni dei costi di gestione dello studio legale).

Ma attenzione a non cadere nell’errore di considerare la consulenza legale online come una prestazione dovuta a titolo gratuito e quindi a non pretendere il servizio dell’avvocato gratis. Ne parliamo con cognizione di causa perché sono molte le persone che a volte cercano una consulenza online gratuita per evitare di pagare l’onorario al professionista. Internet ha avuto il grande merito di rendere l’informazione accessibile su larga scala ma, contemporaneamente, anche la disinformazione è dilagata.

Un esempio tipico è quello delle diagnosi mediche: nel 99% dei casi ormai chi accusa dei sintomi di malessere fisico si affida alla rete in cerca di una spiegazione senza verificare l’attendibilità della fonte medica; lo stesso vale per il settore legale. Questa è una delle ragioni per le quali è auspicabile la presenza di professionisti in rete che mettano a disposizione degli utenti competenza e preparazione. E questa è la differenza in termini di attendibilità tra forum di consigli tra utenti e consulenze legali online fornite da avvocati.

La reputazione Digitale

Inseguendo il numero di follower, clic e mi piace, abbiamo dimenticato che nel mondo digitale, il più importante non è la popolarità, ma la reputazione. Per il vocabolario Treccani “la reputazione è la stima e la considerazione in cui si è tenuti dagli altri”. Molti credono che nella reputazione digitale ci siano tutti i dati e le notizie che si trovano online su una persona o un marchio. Che è solo parzialmente vero. Questa, se non altro, è l’identità digitale e viene creata con dati volontari e non intenzionali e metadati generati da ciascun utente. Quindi, qual è la reputazione digitale? Come spiega Matteo Flora durante una lezione al Wired Festival, “la reputazione è una percezione che non ha nulla a che vedere con la realtà. In un mondo perfetto, la realtà e la reputazione dovrebbero coincidere, ma non è questo il caso. “Accade raramente che le due cose coincidano in parte.
Pertanto, possiamo creare la nostra identità digitale con le nostre azioni sul web e social e questo può aiutarci a costruire una parte della nostra reputazione, ma non dobbiamo dimenticare che stiamo soffrendo. Solo una leggerezza, solo un tweet o una frase sfortunata scritta su Facebook, solo una foto o un video che ci ritrae mentre facciamo o diciamo cose che sono eccessive o sbagliate e che possiamo essere sopraffatti. Senza pietà Perché la massa giudica, condanna e distrugge tutto ciò che incontra senza possibilità di appello.
Sfortunatamente, ci sono molti casi simili, passati e recenti. Lo scrittore John Ronson loro raccolti nel libro “Lei è stato vergognoso pubblicamente,” raccontare storie di persone che hanno perso il lavoro e avevano la loro vita precipitare a causa di errori numerici, più o meno gravi. Perché “Internet non dimentica” e, quindi, anche quando la tempesta perde la sua intensità, la trama rimane “online”. E ogni nuovo datore di lavoro o potenziale nuovo amico e / o fidanzato o fidanzata, prima o poi, fa una ricerca su Google per scoprire chi è di fronte a lui. E molto spesso – anche senza raggiungere i limiti che ho appena menzionato – quello che trova non è esattamente ciò che l’argomento della ricerca avrebbe su di lui.
Per non parlare di quelli che deliberatamente distruggono la vita degli altri con il digitale. Molti ricorderanno la tragedia di Tiziana Cantone, Napoli 31 anni che si è suicidato nel settembre 2016, dopo la distribuzione di video hot pubblicate online e rimbalzò sui social network, generando migliaia di commenti a dir poco vergognoso. La gente ha urlato e giudicato. E lei è stata uccisa per la vergogna. E Alfredo M. che si è svegliato un anno fa coperto di insulti. Lui non ha fatto nulla. Ma un messaggio falso si diffuse su Facebook e WhatsApp lo accusò di essere un pedofilo. In poco tempo, più di 20.000 persone hanno rilanciato questo falso messaggio e Alfredo si è trovato sopraffatto dagli insulti e dagli attacchi sociali nella vita reale (auto vandalizzate per crimini personali). Come lui stesso ha detto a Vice: “Trovare la persona che ha iniziato tutto è molto difficile e danneggiare un messaggio che è diventato virale è una missione praticamente impossibile per chiunque. Ancora più aspra e sconvolgente la conclusione di Alfredo: “Come ti difendi da una accusa che semplicemente non esiste?”
Non puoi davvero fare qualcosa per difenderti? A parte la polizia postale per denunciare gli abusi, cosa può fare un cittadino? Secondo Flora, deve “essere pronto”. In altre parole, dobbiamo imparare a implementare i “processi di reputazione”. Perché se in precedenza “il problema della reputazione digitale era la prerogativa che le figure pubbliche oggi sono un problema che può colpire tutti, nessuno la esclude”. Pertanto? “Dobbiamo osservare ciò che viene detto su di noi e aprire e gestire la nostra presenza sociale con intelligenza e cautela sempre maggiori”. Avere una forte reputazione digitale è il primo argine in caso di attacchi. Perché “la reputazione digitale non può essere comprata e quando è compromessa, è molto difficile da ricreare”, soprattutto perché i semplici mortali non hanno i mezzi di giganti come la Volkswagen per dimenticare il loro “dieselgate” . Poiché Internet non dimentica, la massa è sempre stata animata dalla pietà e, secondo Flora, la reputazione “è una percezione che non ha nulla a che fare con la realtà”. Per Pier Luca Santoro di DataMediaHub invece “la reputazione ha una dimensione sociale, dipende da come ciò che facciamo / diciamo viene percepito dagli altri e da come gli altri parlano di noi [in una parola]. è molto concreto anche se “immateriale”. “Pensaci.