Tag: mafia

Ostia, lavori alla ditta già indagata: primo atto della minisindaca Di Pillo

Affidato senza gara in somma urgenza il dragaggio del Canale dei Pescatori

093911945-4460f0e1-2e75-4dc5-bf42-31f532a2ebf9

Di che cosa stiamo parlando
Ad Angelo Salzano, imprenditore arrestato nel 2013 nella maxi inchiesta che portò a galla la commistione nel X Municipio tra mafia e pubblica amministrazione, il 12 dicembre scorso la giunta grillina guidata dalla neo presidente Giuliana Di Pillo, ha affidato in somma urgenza lavori per il dragaggio del Canale dei Pescatori. Condannato in primo grado a 8 mesi per truffa e falso in atto pubblico oggi la Sama srl di Salzano percepisce ancora dal X Municipio soldi pubblici

Un appalto in somma urgenza e l’assegnazione dei lavori a un imprenditore, Angelo Salzano, condannato in primo grado per truffa e falso in atto pubblico in concorso con l’allora direttore dell’ufficio tecnico di Ostia Aldo Papalini. L’uomo a cui la giunta grillina il 12 dicembre scorso ha assegnato i lavori è lo stesso che finì nella maxi inchiesta che scoperchiò il malaffare di Ostia e la commistione tra pubblica amministrazione e mafia.

Così, in barba alla trasparenza, alla regola di ferro a 5Stelle delle gare pubbliche e del contrasto a imprenditori collusi col malaffare (così è per i giudici dell’ottava sezione penale), il primo provvedimento della giunta guidata da Giuliana Di Pillo è stato affidare lavori pubblici alla stessa ditta finita nella bufera giudiziaria che, in un colpo solo, portò in carcere per corruzione con l’aggravante del metodo mafioso, poi confermato in primo grado, Armando Spada, l’ex leader di CasaPound Ferdinando Colloca, il numero uno del municipio Aldo Papalini, l’ex maresciallo della Marina Cosimo Appeso e gli imprenditori Antonio Amore e Angelo Salzano (quest’ultimo fu l’unico a non avere contestato l’articolo 7).

Per capire ancora meglio: i lavori assegnati dalla Sama di Salzano in somma urgenza due settimane fa, sono gli stessi per cui nel dicembre del 2013 fu arrestato. Il dragaggio del canale dei Pescatori appunto, ieri come oggi. Gli interventi sono stati affidati un mese e mezzo alla ditta appaltatrice Zoldan che ha vinto un regolare bando di gara per la manutenzione triennale. Ma, il 12 dicembre la neoeletta grillina Di Pillo con una somma urgenza ha affiancato alla Zoldan, la Sama di Salzano. L’importo, come ha scoperto la capogruppo municipale di Fratelli d’Italia Monica Picca con un accesso agli atti, è minimo. Ma la sostanza è tutto.

Perché a chi professa di voler cambiare passo e assicura di chiudere le porte a dinamiche in odor di malaffare una scelta simile non si perdona. “Valutata l’urgenza dell’intervento per la salvaguardia della pubblica e privata incolumità – si legge nel documento del Municipio X – si autorizza codesta impresa a intervenire nella giornata del 12 dicembre dalle 17.30 in poi e qualora se ne ravvisasse il bisogno nelle giornate successive, in concomitanza dell’impresa Zoldan”.

L’ordinanza del 2013 con cui Salzano finì alla sbarra racconta questo: l’imprenditore “con un falso atto” redatto insieme a Papalini “riceve l’appalto per il dragaggio della Foce del Canale dei Pescatori in cui si affermava, contrariamente al vero, “a seguito di un ribasso d’asta del 12.8″ quando invece i lavori erano già stati affidati direttamente senza svolgere alcuna gara” . E ancora, nel capo d’imputazione: “Con artifizi consistenti nel simulare l’inquinamento dei fondali della foce del Canale dei Pescatori, ponevano (Salzano e Papalini, ndr) in essere atti idonei a giustificare con le procedure di somma urgenza un appalto di rilevante importo al fine di procurarsi l’ingiusto profitto del pagamento di un’attività in realtà inesistente”.

Istantaneo,

una volta acquisite la carte, l’attacco di Picca, ex candidata a Ostia per il centrodestra: “In campagna elettorale i grillini hanno sbandierato che avrebbero fatto gare pubbliche, ma alla prima occasione hanno dimostrato incapacità e dilettantismo. Di Pillo, come Raggi, predica bene ma razzola male: la neo gestione grillina fa lavorare ditte in qualche modo collegate a scandali che hanno già distrutto il nostro territorio”.

La figlia di Riina in tv: “La latitanza di papà? Andava in giro senza camuffarsi”

Maria Concetta intervistata dalle Iene racconta la vita della sua famiglia: “Non prendo le distanze da mio padre, ai miei occhi non è il mostro che vedete voi”

riina

La latitanza di Totò Riina? “Usciva normalmente, senza trucchi, senza maschere”. Girava anche per Palermo: “Sì, anche. Quando c’era bisogno uscivamo, per andare a fare la spesa, in farmacia”. A raccontarlo è Maria Concetta, figlia del “capo dei capi”. In un’intervista rilasciata alle Iene, che andrà in onda domenica sera su Italia 1, rivela che l’uomo ricercato numero uno d’Italia girava anche per Palermo: “Sì, anche. Quando c’era bisogno uscivamo, per andare a fare la spesa, in farmacia”.

IL COMMENTO. A chi parla la figlia di Riina. Ovvero, i segreti di papà sono al sicuro, ma i complici stiano attenti

Faceva, insomma, una “vita normale”: “Io, mio padre, mia madre e i miei fratelli siamo stati sempre insieme durante la latitanza. Non andavamo a scuola, era mia madre a farci da insegnante perché giravamo sempre, di continuo, non ci fermavamo mai. Lui diceva che per il lavoro dovevamo andarcene in un altro posto. Non lo capivamo, magari eravamo pure piccoli. Non avevamo questa percezione di una cosa brutta, negativa, tipo che fossimo braccati. Non ci diceva ‘dobbiamo scappare’ di notte oppure ‘dobbiamo allontanarci perché siamo seguiti o siamo braccati’. No, lui ci diceva con calma ‘dobbiamo andarcene’. E così facevamo le valigie e ce ne andavamo”. Non mancavano però le vacanze: “Sì, andavamo al mare. Stavamo una, due settimane”. E tutto, dice Maria Concetta Riina, senza incappare in posti di blocco: “La verità? Neanche uno, mai. Li abbiamo visti però non ci fermavano. Nella vita siamo stati magari fortunati per 20 anni. Giravamo e non ci fermava mai nessuno”.

Racconta anche che “quando ci fu la strage di Capaci l’abbiamo saputo dal tg. Eravamo tutti sul divano. Mio padre era normale, non era nè preoccupato nè felice. E non è vero, come hanno detto, che ha brindato con lo champagne”.

Maria Concetta – il cui marito è stato arrestato per truffa nei giorni scorsi – rifiuta di dare un giudizio sul padre: “Io – chiarisce – non posso prendere le distanze da mio padre, perché mio padre ai miei occhi era un’altra persona, non è il mostro che vedete voi, che vede l’Italia intera. E’ stato un buon padre. E poi penso che ci sono delle cose che in cuor mio non sono state commesse. Non lo so se era uno stinco di santo, non lo devo giudicare io, sarà il Signore a giudicarlo. L’ha già giudicato del resto, è morto il 17 novembre. Se non era uno stinco di santo sarà all’inferno, se lo era starà in paradiso. Non lo so dove sarà. Per me è

stato un buon padre. Io – sottolinea ancora – ho le mie buone ragioni per pensare che mio padre in certe cose non c’entra. Non ha potuto fare – rimarca – tutto quello da solo”. Non svela però verità occulte: “Il problema è che nel momento in cui lo dico vengo attaccata, perché mio padre ha fatto comodo a tante persone. Si è accollato tante cose che altrimenti avrebbero dovuto accollarsi altri. Era – conclude – un parafulmine”.

Ostia, nuovo blitz nel feudo degli Spada: perquisizioni e controlli a tappeto

arando zeppieri_

L’operazione, a meno di 24 ore da quella di martedì, è scattata in piazza Gasparri e nelle vie limitrofe

Ancora un blitz della polizia e dei carabinieri nel “feudo” degli Spada: perquisizioni e controlli dall’alba a piazza Gasparri a Ostia. Nel mirino della squadra mobile e del nucleo investigativo dei carabinieri ci sono 30 persone, tra cui anche alcuni esponenti del clan.
Il blitz, a meno di 24 ore della vasta operazione di martedì in cui sono state verificate 353 persone, è scattato a piazza Gasparri e nelle vie limitrofe: perquisizioni e controlli a tappeto nelle abitazioni.

L’operazione rientra nel “piano Minniti” scattato martedì mattina: «Non possiamo consentire che il litorale della capitale possa essere condizionato dalle mafie» aveva commentato il ministro dell’Interno Marco Minniti all’indomani dei cinque colpi di pistola esplosi contro la porta di Silvano Spada, cugino di Roberto, finito in carcere di massima sicurezza in Friuli perl’aggressione al giornalista Daniele Piervincenzi e il suo operatore, che secondo i magistrati è avvenuta con metodo mafioso

È morto Totò Riina, il ‘capo dei capi’. Il boss mafioso da 24 anni era al 41 bis

Il capo della mafia siciliana è deceduto alle 3,37 nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma. Gli ultimi misteri del padrino di Corleone nelle sue intercettazioni in carcere

041231243-8adb2b9f-fbeb-46ad-ba9c-0a805c069007.jpg

Alle 3,37 Totò Riina ha smesso di vivere, non è sopravvisuto agli ultimi due interventi e a cinque giorni di coma. E si è portato per sempre nella tomba i suoi segreti. “Ne dovrebbero nascere mille l’anno come Totò Riina”, ripeteva in carcere al suo compagno dell’ora d’aria, il boss pugliese Alberto Lorusso. Tre anni fa. E poi si vantava della morte di Giovanni Falcone: “Gli ho fatto fare la fine del tonno”.

• IL ‘CAPO DEI CAPI’ E LA GUIDA DAL CARCERE
La stessa fine che invocava per il pm Nino Di Matteo: “Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono”. Come sempre, manie di grandezza mafiosa, ma non solo. Il capo dei capi della mafia siciliana ha sempre perseguito una lucida strategia in carcere, quasi un’ossessione: ribadire il ruolo che ha svolto nell’Italia degli ultimi quarantanni e allontanare l’idea che sia stato un pupo, un burattino nelle mani di forze occulte annidate dentro lo Stato.

“Sono diventato una cosa immensa, sono diventato un re – sussurrava a Lorusso – se mi dicevano un giorno che dovevo arrivare a comandare la storia… sono stato importante”. Lui e solo lui, Totò Riina.  E, allora, anche la trattativa con uomini dello Stato, di cui parlò per la prima volta ai magistrati il suo pupillo Giovanni Brusca nel 1996, gli stava stretta. Lo disse chiaramente Riina agli agenti della polizia penitenziaria, mentre stava per essere portato nella saletta delle videoconferenze per assistere al processo di Palermo, di cui non ha perso un’udienza: “Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me”.

IL RITRATTO: Totò ‘u curto’, il boss che fece la guerra allo Stato

Quella voglia di esternazioni portò i pubblici ministeri di Palermo a disporre le intercettazioni dei colloqui durante l’ora d’aria, per cogliere ancora meglio i pensieri di Riina, che in carcere parlava e straparlava con il compagno di passeggiate (solo all’aperto, mai nella saletta della socialità), davanti ai giudici invece non apriva bocca. Così, microspie e telecamere hanno fatto emergere la vera natura di Cosa nostra. Che pone ancora tanti interrogativi.

Morto il boss Riina, Bolzoni: “L’uomo che ha trasformato Cosa nostra in Cosa sua”

• ORDINO’ LA MORTE DI FALCONE, BORSELLINO E DALLA CHIESA
Riina ha confermato quanto Giovanni Falcone ripeteva: ufficialmente, Cosa nostra non prende ordini da forze esterne. Ma qualcuno, in Cosa nostra, ha avuto intense relazioni con uomini della società civile, della politica e delle istituzioni. Relazioni ancora avvolte da tanti, troppi misteri. Lo diceva anche Riina.

Si vantava dell’omicidio del generale Dalla Chiesa: “Quando ho sentito alla televisione, promosso nuovo prefetto di Palermo, distrugge la mafia… prepariamoci gli ho detto, mettiamo tutti i ferramenti a posto, il benvenuto gli dobbiamo dare”. Ma in un’altra occasione, Riina precisava che Cosa nostra non c’entra niente con le carte scomparse dalla cassaforte del prefetto.

“Io ho fatto sempre l’uomo d’onore, la persona seria”, diceva. E ancora: “Io sono un gran pensante. Io sono orgoglioso di tutto quello che ho fatto”.

Lo ribadiva anche per Borsellino. Rivendicava la strage nel corso di quelle ultime intercettazioni, ma teneva a precisare: “I servizi segreti gliel’hanno presa l’agenda rossa”. E in un altro passaggio ricordava la risposta data al procuratore di Caltanissetta Sergio Lari durante un interrogatorio in cui gli era stato chiesto di suoi eventuali contatti con i servizi segreti: “Se mi fossi incontrato con questi, non mi chiamerei più Salvatore Riina”.

L’ANALISI: I misteri che verranno sepolti con lui

Nella “versione di Riina”  lui era sempre il boss duro e puro. Ma poi gettava ombre sui suoi compagni. “Mi spiace prendere certi argomenti – diceva dell’amico di sempre, parlando della stagione delle stragi – questo Binnu Provenzano chi è che gli dice di non fare niente? Qualcuno ci deve essere che glielo dice. Quindi tu collabori con questa gente… a fare il carabiniere”. Negli ultimi tempi, Riina accusava anche i fedelissimi Madonia di rapporti con uomini dello Stato: “Erano confidenti dei servizi segreti”. E pure al pupillo Matteo Messina Denaro dava del “carabiniere”.

Riina ha continuato a essere il mafioso di sempre, ha provato fino all’ultimo a dire tutto e il contrario di tutto. Per non far distinguere la verità, quella che cercano ancora i magistrati. “Bisognerebbe ammazzarli tutti”, diceva lui. “C’è la dittatura assoluta di questa magistratura”. Sono state le sue ultime parole intercettate. Adesso, molti dei segreti di Riina li conserva uno dei suoi rampolli, cresciuto accanto a lui durante la stagione delle stragi: il superlatitante Matteo Messina Denaro, ormai diventato un fantasma da quei giorni del 1993.

Ostia, dopo l’aggressione al cronista cittadini in piazza contro le mafie. Bucate le gomme a troupe di La7

l presidio in piazza Anco Marzio indetto da Libera e Fnsi dopo le botte al giornalista Daniele Piervincenzi e all’operatore Edoardo Anselmi da parte di Roberto Spada. La conduttrice Myrta Merlino denuncia su Twitter: “Nostra auto danneggiata”

Manifestazione contro le mafie e la libertà di stampa in piazza Anco Marzio a Ostia, indetta da Libera e Fnsi dopo l’aggressione al giornalista Daniele Piervincenzi e all’operatore Edoardo Anselmi da parte di Roberto Spada all’indomani del primo turno delle elezioni municipali. Centinaia di persone hanno partecipato al presidio, a cui hanno aderito anche Cgil, Cisl e Uil, e che ha raccolto adesioni bipartisan dal centrodestra al centrosinistra al M5S. Presenti anche numerosi giornalisti sotto scorta insieme con Daniele Piervincenzi, vittima dell’aggressione a Ostia. Ma al termine degli interventi dal palco su Twitter arriva la denuncia della conduttrice della trasmissione di La7 L’Aria che Tira che pubblica la foto di una gomma squarciata e spiega: “Sono ad #Ostia con @GianmariaPica alla manifestazione organizzata da Libera FNSI e dall’Ordine dei Giornalisti. Ed ecco la sorpresa che abbiamo trovato tornando alla macchina della troupe…”

“Dobbiamo fare in modo che possiamo tornare tutti a fare le domande senza essere aggrediti, a parlare di tutto. Credo che Ostia stasera stia mandando un segnale importante in questo senso e la ringrazio”, aveva detto nel suo intervento dal palco Piervincenzi.

“Né con la mafia né con i fascisti. Non siamo tutti uguali, c’è chi sta con la Costituzione e chi ne fa strage – ha detto il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti – Il primo saluto lo voglio fare non alle istituzioni ma ai cittadini e alle cittadine di Ostia, a tutte le associazioni che ogni giorno combattono per la legalità: qui non ci sono solo clan ma uomini e donne che ogni giorno portano avanti una battaglia per la legalità. Questa piazza deve avere una penna, la libertà di informazione è la Costituzione – ha aggiunto – ogni divisione rischia di aprire la strada ad avventure pericolose”.

Voto Ostia, Roberto Spada aggredisce inviato di Nemo

“Noi oggi parleremo di giornalisti minacciati – ha aggiunto – è fondamentale che non si spengano i riflettori, che sia accesa la scorta mediatica, che si parli non solo di corrotti ma anche di studenti e cittadini comuni, e vorrei ringraziare tutte le donne e gli uomini delle scorte che rischiano la vita tutti i giorni”. Il riferimento è alla collega di Repubblica Federica Angeli che vive sotto scorta proprio per il suo impegno professionale su Ostia.

Ostia, nel bar di Roberto Spada: “Dopo la testata, il reporter andava preso a calci”

“Qui ad Ostia c’è una presenza di forme di illegalità di corruzione, una presenza mafiosa e io mi stupisco, piuttosto, di chi si stupisce. Si tratta di una storia che arriva da lontano: i segnali c’erano tutti e ci sono vicende giudiziarie in corso per dimostrare tutto questo. Ma qui c’è anche una marea di gente che si è mossa e si mette in gioco per fare la propria parte. Bisogna distinguere e far emergere le cose positive senza sottrarci nella denuncia delle cose che non vanno”, ha detto Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera.

In piazza anche il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e la sindaca di ROma Virginia Raggi. “Oggi era importante essere qui. Era una giornata dovuta per far sentire la vicinanza di tutti a chi è stato offeso e perchè la libertà di stampa è fondamentale. Ora però è importante tornare a ostia anche nei prossimi giorni, nei prossimi mesi e nei prossimi anni affinchè questo territorio non si senta abbandonato”, ha detto Zingaretti. “È importante essere qui perché i riflettori non si devono mai spegnere”, ha ribadito anche la sindaca di Roma Virginia Raggi. “Il X Municipio è un territorio sano e noi siamo qui a testimoniare la nostra presenza come istituzione – ha poi aggiunto – per garantire che la parte sana del decimo municipio, che c’è ed è la maggior parte, sia supportata dalle istituzioni e questo lo si fa perseguendo e applicando la legge con grande rigore”.

Il presidente del Senato Pietro Grasso ha inviato una lettera inviata al presidente dell’Fnsi sulla manifestazione alla quale, spiega, “per impegni precedentemente assunti non potrò partecipare. Voglio però che giunga fortemente a tutti voi il mio sostegno ideale all’iniziativa. Giornalisti, cittadini, istituzioni: occorre marciare insieme per difenderci da chi cerca di mettere a tacere la verità con la violenza, da chi vuole nascondere il malaffare con il sopruso”, ha scritto Grasso. Vicinanza ai manifestanti è arrivata anche  del ministro della Salute Beatrice Lorenzin:  “Sono vicina alla manifestazione che si sta tenendo in queste ore a ostia per ribadire il concetto di una necessità di avere una stampa libera, indipendente, autonoma e in grado di svolgere pienamente il proprio lavoro. È Anche l’occasione per tornare su quello che è accaduto (alla troupe televisiva della rai, ndr) e che ritengo veramente molto grave”, ha detto Lorenzin in un video pubblicato su Facebook.

Il tesoro intoccabile sottratto ai clan Ville, attici e garage restano inutilizzati. La Regione: ora usiamoli per progetti di edilizia sociale

3KKWX2HH5160-kYDH-U1101456704983X8E-1024x576@LaStampa.it.jpg

C’è un tesoro ancora nascosto. Poco noto e meno ancora utilizzato. Impigliato tra le maglie della giustizia e degli interminabili ricorsi e controricorsi amministrativi che i codici italiani hanno partorito negli anni. E dentro c’è un po’ di tutto: ville con piscina, rustici rosicchiati dai rovi, appartamenti più o meno appetibili, attici, garage, vecchie cascine, terreni agricoli o edificabili, capannoni, villette a schiera. Perché per i boss della ’ndrangheta e per i suoi fiancheggiatori investire i soldi dei traffici illeciti in beni materiali e durevoli è sempre stato il passaggio obbligato di una strategia criminale molto più complessa di quanto appare.

Va da se che l’Italia del Nord – in questo segmento e non solo – è stata la più grande lavatrice delle holding calabresi, regine del narcotraffico mondiale, capaci di importare tonnellate di cocaina per piazzarle nelle metropoli della pianura padana. A Torino e provincia, l’elenco è costellato di 146 «voci» (576 particelle complessive se si contano le cosiddette «pertinenze»). Il valore non è quantificabile. Ma – tra immobili, appezzamenti e denaro contante – supera ampiamente i 100 milioni di euro. Sono tutte proprietà finite nelle maglie degli 811 processi penali negli ultimi anni contro la criminalità calabrese – solo a Torino e provincia – o delle misure «patrimoniali» istruite dai magistrati della Dda e dalle diverse polizie giudiziarie sabaude, uno dei distretti più attivi del Nord che ha segnato il passo della lotta al crimine organizzato aggredendone gli immensi patrimoni.

 

UN BANDO REGIONALE

E così la Regione ha deciso che questo sconfinato tesoro debba essere riutilizzato per scopi sociali. «Vogliamo destinare le abitazioni acquistate con il denaro frutto di attività criminose ad iniziative che saranno in grado di aiutare concretamente le fasce più deboli della popolazione» – chiarisce il governatore Sergio Chiamparino. Per questo, tutti i Comuni hanno tempo fino al prossimo 30 ottobre per aderire al bando che prevede l’acquisizione e il riutilizzo di questi beni. Per adesso le risorse stanziate sono di 200 mila euro, con una quota di cofinanziamento per gli interventi a carico del Comune del 50%. Il tetto massimo assegnabile sarà di 50mila euro per ciascun intervento. «Capisco che non sia una grande somma ma, l’importante era partire e dare un segnale forte – ammette Monica Cerutti, l’assessore regionale alle Pari Opportunità -. Abbiamo innescato un circolo virtuoso che mi auguro possa far partire altri progetti in questa direzione». Tutte le domande saranno esaminate da un comitato tecnico di valutazione.

 

I SOGNI DEI SINDACI

A Paolo Biavati, il sindaco di San Maurizio Canavese la villetta confiscata ad un usuraio nel 1999 farebbe molto comodo. «Avevamo chiesto l’assegnazione un po’ di anni fa, poi tutto è finito nel dimenticatoio – riflette Biavati -. Ora pensavo di sistemare lì la sede di varie associazioni, peccato che, per rimuovere l’amianto e ripulire gli arbusti cresciuti intorno all’edificio, malcontati occorreranno 10mila euro». A Volpiano, autentica roccaforte delle famiglie originarie di Platì, (dove un bene confiscato già nel 1993 è diventato la sede dei vigili del fuoco, protezione civile con la scuola nazionale cinofili) in un alloggio mansardato, a due passi dalla tangenziale, il primo cittadino Emanuele De Zuanne spera: di costruirci «una casa rifugio per donne vittime di violenza». Perché, come ha sottolineato l’assessore regionale alle Politiche Sociali, Augusto Ferrari: «Riutilizzare i beni confiscati per fini sociali, come case rifugio per le vittime di violenza e per accogliere dei profughi rappresenta la miglior risposta che la Regione possa dare alla criminalità». E il deputato Pd Davide Mattiello plaude all’interventismo della Regione, ma precisa: «Bisogna investire sui beni confiscati senza considerare questo un costo, ma un investimento per l’intera comunità».

 

LEGGI ANCHE: ’Ndrangheta fra Piemonte e Calabria, undici arresti

 

IL TASTO DOLENTE

Molti immobili sono ancora occupati da boss e gregari dell’organizzazione. E questo accade perché – nonostante gli sforzi – l’agenzia nazionale dei beni confiscati, unico soggetto deputato a dare gambe agli sgomberi, deve smaltire migliaia di pratiche in Italia. In queste maglie troppo larghe è capitato anche che quattro alloggi riconducibili a un boss della ‘ndrangheta dalle parti dell’ospedale San Giovanni Bosco siano stati «occupati» da alcuni sbandati quando già il regime di sequestro era passato al vaglio dei giudici. È anche successo che patrimoni già confiscati in Cassazione siano stati oggetto di una richiesta di revisione da parte degli ex proprietari. Al netto delle doglianze burocratico-forensi, resta un’opportunità enorme sulla quale l’associazionismo difficilmente può fare di più.

A Ostia la mafia c’è, condannati 7 affiliati del clan Spada

ZEPPERI_VEROLI_FROSINONE_ARNALDO.jpgA Ostia la mafia c’è. Almeno secondo la sentenza emessa dai giudici di piazzale Clodio. Il tribunale chiamato a esprimersi sul processo “Sub Urbe” ha infatti condannato sette imputati del clan Spada ad oltre 56 anni di carcere. Inoltre gli imputati, ai quali è stata riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso, saranno costretti a sborsare un il cospicuo risarcimento richiesto dalle parti civili: Libera, la Regione Lazio, Roma Capitale, l’Associazione Caponnetto, Sos impresa e le famiglie delle vittime.
“Gli episodi violenti si caratterizzano come affermazione di supremazia sul territorio. Sono espressione di una strategia articolata che vede un’organizzazione criminale su base familiare, quella degli Spada, cercare di affermarsi su Ostia”, avevano affermato i pm durante la requisitoria, al momento termine della quale erano stati richiesti 93 anni di carcere e 209 mila euro di multa.

E ancora: “Depotenziare i Baficchio. Acquisire gli ambiti criminali e territoriali dove operavano. Realizzare fatti con modalità tali da rendere palese la successione criminale”. L’omertà delle vittime, le intimidazioni, gli schiaffi umilianti in pubblica piazza, le estorsioni, le gambizzazioni, la gestione delle case popolari e le spedizioni punitive. L’antica rivalità tra i Fasciani e i Triassi, lascia il posto a quelli che un tempo erano i loro alleati: Gli Spada e i Baficchio. Gli scontri erano all’ordine del giorno. Le azioni dimostrative avrebbero il loro peso: “Dopo il duplice omicidio avvenuto in pieno giorno e in pubblica via (quello di Galleoni e Antonini ndr) – aveva spiegato in aula la procura – Massimo Cardoni è stato gambizzato proprio fuori dal supermercato che ‘proteggeva’”. Sono vicende terribili quelle raccontate dai collaboratori: “Giovanni Galleoni portò “Lelli” (Massimo Massimiani ndr) presso un garage. Giovanni aveva la disponibilità di un piccolo magazzino insonorizzato con della gomma piuma, da lui utilizzato come ‘stanza delle torture’”. Massimiani, accusato di “essere passato dalla parte degli Spada”, era riuscito a scappare. Così “dopo l’omicidio di Giovanni Galleoni il ruolo di leader nella zona della “vietta” (via Antonio Forni, una piazza di spaccio ndr) è stato assunto proprio da Massimo Massimiani”. I Galleoni furono messi in minoranza. Gli alloggi popolari diventarono terreno di scontro: “le case di diritto pubblico – continuavano i pm – vengono gestite e assegnate da chi non ha l’autorità pubblica”, per controllare le strade e “umiliare i Baficchio cacciandoli di casa”. “La sentenza riconosce l’ottimo lavoro degli inquirenti. I cittadini hanno conferma che lo Stato è pronto a dare sostegno a chi denuncia le mafie radicate sul territorio”, afferma Giulio Vasaturo, l’avvocato che rappresenta l’associazione Libera, costituitasi parte civile. “Questa è la vera mafia capitale. La regione Lazio è a fianco dei cittadini in difesa della legalità”, commenta l’avvocato Luca Petrucci, che rappresenta la Regione Lazio.

Mafia di Gela, scattano 37 arresti: in manette anche un avvocato e due carabinieri

Maxi operazione dalla Sicilia alla Lombardia e alla Germania contro il clan Rinzivillo. I militari avrebbero passato informazioni riservate ai boss.

Trentasette arresti in Sicilia, Lazio, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Germania e sequestro di beni e società per oltre 11 milioni di euro. E’ il bilancio di una  maxi operazione antimafia coordinata dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo e disposta dalle Direzioni distrettuali antimafia di Roma e di Caltanissetta. Nel mirino, la famiglia mafiosa di Gela, nella sua articolazione territoriale, ovvero il clan Rinzivillo.

Ci sono anche un avvocato romano e due carabinieri tra i 37 arrestati. Nei confronti dei due militari l’accusa è di accesso abusivo alle banche dati delle forze dell’ordine: in sostanza avrebbero passato notizie riservate ai membri del clan, da sempre alleato dei Madonia e con i corleonesi. L’avvocato sarebbe invece il trait d’union tra i mafiosi e i professionisti.

Delle 37 misure cautelari eseguite da Finanza, Polizia e Carabinieri nei confronti di presunti appartenenti al clan mafioso Rinzivillo a Gela, ben dieci portano la firma del gip del tribunale di Roma che, su richiesta della Dda, ha disposto l’arresto, tra gli altri, anche del boss gelese Salvatore Rinzivillo, da tempo residente nella capitale, per intestazione fittizia di società al fine di eludere la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniali, traffici di droga sull’asse Germania – Italia, destinati a rifornire il mercato romano ed un grave episodio estorsivo, aggravato dalle modalità mafiose. Intercettazioni ambientali e telefoniche e una serie di verifiche di natura economico-patrimoniale, hanno consentito agli investigatori di documentare tutte le fasi dell’estorsione compiuta a carico della famiglia Berti, che gestisce il Cafè Veneto, rinomato locale nella centralissima via Veneto. Non solo, ma Rinzivillo, sollecitato dal co-mandante gelese Santo Valenti, assistito da un nutrito numero di compartecipi, con il ruolo di “ambasciatori” delle richieste estorsive, ha posto pure in essere chiare minacce volte a condizionare la gestione di forniture nell’ambito del mercato ortofrutticolo di Roma.

Più nel dettaglio, anche giovandosi dei rapporti instaurati con due infedeli “uomini di Stato”, come Marco Lazzari e Cristiano Petrone, impiegati dal boss per l’acquisizione illecita di notizie sulla vittima attraverso l’abusivo accesso alle banche dati in uso alle forze di Polizia, nonchè, solo Lazzari, anche per l’effettuazione di sopralluoghi presso il Cafè Veneto, Rinzivillo e Valenti, con l’aiuto di pregiudicati e non come i romani Angelo Golino, deputato alla consegna dei ‘pizzini’ minatori, e Salvatore Iacona, che aveva la disponibilità di armi, e il siciliano Rosario Cattuto, responsabile di diretti atti intimidatori e minacce verbali, compivano atti diretti ad ottenere

dalla famiglia Berti, indebitamente, la somma di 180.000 euro.

La vittima dell’estorsione, Aldo Berti da un lato, aveva presentato una denuncia contro gli estortori e, dall’altro, al fine di dirimere la controversia, si era rivolto al pregiudicato mafioso palermitano Baldassarre Ruvolo, prima collaboratore di giustizia e poi estromesso dal programma di protezione, già appartenente alla famiglia mafiosa di Cosa Nostra dei Galatolo dell’Acquasanta di Palermo.

Con Caffeina si accendono le luci sul campo di Villanova. Attori e vecchie glorie danno il calcio d’inizio

Foto di gruppo per la Nazionale attori (in bianco) e le vecchie glorie della Viterbese
di Andrea Arena
Ore 19.13, e luce fu. L’accende il vescovo Lino Fumagalli, arrivato col quarto d’ora episcopale di ritardo (causa cresime) in questo spicchio di città tra la Cassia e i palazzoni, quartiere Villanova, una delle prime appendici di quella periferia residenziale viterbese che oggi è diventata più grande e forse pure meno verace.

“Un gol per l’oratorio”, si chiama questo sabato sera lontano dagli spritz. Siamo al campo sportivo parrocchiale, creato da don Armando Marini quarant’anni fa e oggi ereditato da don Emanuele Germani, il padrone di casa, quello che lo ha reso moderno, comodo, sicuro. E infatti oggi sono tutti qui per accendere le luci, il nuovo mirabolante impianto di illuminazione a led finanziato dalla Fondazione Caffeina (e dal suo socio della prima ora Carlo Rovelli) e pronto a risplendere. Un sistema all’avanguardia, basso consumo e grande resa, che toglierà dal buio le lunghe serate invernali dei bambini e i ragazzi che vengono a fare calcio in questo posto, anche coi colori del neonato Villanova Fc.

«Buona partita a tutti», dice sua eminenza dopo la benedizione, e si comincia a giocare, per la partita inaugurale. Da una parte, le vecchie glorie della Viterbese: una carrellata di ex giocatori che attraversa gli anni Ottanta (Aspromonte, Bettiol, Coletta, Carbone, Checco Arcangeli, Siddi, Turchetti, Proietti Palombi), accarezza i Novanta (Fimiani, Del Canuto, Barbaranelli, Guernier, Valentini) e sfonda nei Duemila (Riccardo Bonucci, Ingiosi, Santoruvo). Dall’altra, la Nazionale italiana attori, squadra itinerante che si muove per scopi benefici e che per l’occasione schiera reduci dai vari reality come Brice Martinet e Andrea Preti, attori come Fabrizio Rocca, sportivi come Stefano Pantano (idolo della spada olimpica) e registi come Giulio Base. Allenatore, l’ex portiere della Lazio Fernando Orsi, detto Nando. Tutti, comunque, applauditissime dalle ragazzine (e dalle mamme) in tribuna, che evidentemente conoscono le loro gesta. L’arbitro è viterbese: Rinaldo Menicacci, assistenti Prota e Pepponi.

Inni nazionali – quello pontificio per primo – saluto delle autorità e della ex miss Italia Alice, fotografatissima, spettacolo degli sbandieratori e della banda musicale di Bassano in Teverina, e via, si gioca. Passano tre minuti e la Viterbese è in vantaggio: segna Vincenzo Santoruvo, e nella testa del tifoso nostalgico si aprono praterie di ricordi e di illusioni. Per gli attori, pareggia Fabrizio Romondini, che in realtà è un ex calciatore pure lui, ed ex gialloblu pure (pochi mesi nella prima squadra della gestione Camilli, cinque anni fa). La storia che s’incrocia, si mischia con le prime gocce di pioggia, prima che si perda il conto dei gol, in una serata in cui il risultato non conta, ma conta solo la luce.

Ruba il fucile a un cacciatore e spara per minacciarlo

di Andrea Arena
Stava partecipando nei boschi di Viterbo a una battuta di caccia con gli amici, ma invece di un cinghiale, si è imbattuto in un agricoltore molto arrabbiato. Che prima gli ha sottratto la radio con cui si teneva in contatto con gli altri membri della sua squadra (così funziona la cacciarella, specialità che attrae tanti appassionati nell’Alta Tuscia e non solo), poi gli ha sottratto il fucile col quale ha sparato un colpo di minaccia. Un brutto spavento, quello capitato nel dicembre di tre anni fa ad un cacciatore, e ora il presunto responsabile di quell’aggressione è finito a processo. Accusato di violenza, minacce e danneggiamento.

L’uomo, un 47enne di Cellere già conosciuto per i suoi eccessi (e attualmente detenuto per altra causa) avrebbe dovuto presentarsi ieri in aula al tribunale di Viterbo davanti al giudice monocratico Giacomo Autizi. Ma per un difetto di notifica in carcere l’udienza è stata rinviata al prossimo 21 dicembre. I fatti risalgono al 27 dicembre 2014, a Cellere. Secondo quando ricostruito, il 47enne avrebbe accusato i cacciatori di essersi introdotti in un terreno di sua proprietà all’inseguimento – o alla ricerca – di un cinghiale.

La sua reazione sarebbe stata esagerata: prima avrebbe strappato il fucile dalle mani di un cacciatore, poi anche l’auricolare della radio che indossava, interrompendo così il collegamento con gli altri compagni di squadra, infine minacciando l’uomo sparando un colpo col fucile. Fortunatamente un colpo in aria, a quanto se ne deduce dal capo d’imputazione, altrimenti l’uomo sarebbe stato accusato di reati ben più gravi. E forse ci sarebbe scappata la tragedia. I fatti dei quali è chiamato a rispondere, comunque, restano pesanti. Più di un grosso esemplare di cinghiale, che per una volta potrà sorridere di certi eccessi degli esseri umani.