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Ha Senso Trattare Covid-19 In Casa?

I trattamenti domiciliari e la medicina territoriale rappresentano in generale un ottimo approccio alla cura del paziente. Ma non ha senso contrapporre i farmaci che si possono somministrare in casa ai vaccini, e per diversi dei trattamenti anti-Covid più chiacchierati non ci sono prove di efficacia (foto: Sharon McCutcheon/Unsplash)Quella del trattamento dei pazienti affetti da Covid-19 direttamente tra le mura di casa è una delle questioni più discusse fin dall’inizio della pandemia. E ancora oggi, a più di 14 mesi dai primi casi di contagio registrati in Italia, il dibattito sembra tutt’altro che concluso, ma anzi sta assumendo valenze e significati che vanno ben oltre gli aspetti strettamente medici e scientifici. Se da un lato è fin troppo ovvio quanto assistere una persona da casa sia – quando possibile – una soluzione ottimale, dall’altro non ha molto senso contrapporre le cure domiciliari ai trattamenti preventivi di immunizzazione come i vaccini, quasi come se una cosa escludesse l’altra. Un tema, però, che si è caricato ora anche di attenzione politica, e come tale ha alimentato la polarizzazione e la formazione di schieramenti d’opinione radicalmente opposti.

Su tutto ciò che riguarda lo stato dell’arte nella ricerca di terapie efficaci contro l’infezione da Sars-Cov-2 abbiamo appena dedicato un approfondimento ad hoc qui su Wired, mentre di seguito ci concentreremo soprattutto sul contesto. Vale a dire, su quegli aspetti comunicativi, cognitivi e (talvolta) di vera e propria disinformazione che rischiano di spostare le discussioni su un piano più ideologico che sostanziale.

Cosa vuol dire cure domiciliari per il Covid-19 Come ben noto, nella grandissima maggioranza dei casi l’infezione da Sars-Cov-2 si risolve con sintomi lievi o blandi, tali da non richiedere necessariamente un ricovero ospedaliero. Si parla, dati alla mano, perlomeno del 95% delle persone che risultano positive al tampone oro-rino-faringeo. In pratica, le cure domiciliari sono adatte a chiunque non manifesti sintomi così gravi da avere bisogno di una terapia intensiva, a patto che si venga seguiti passo passo dal medico anche quando la malattia non compromette le funzioni vitali del paziente. Ossia che si realizzi la vigile attesa, non l’aspettare passivamente che il quadro clinico degeneri, bensì seguire attentamente l’evoluzione dei sintomi e dell’infezione.

In termini pratici, la cura domiciliare si concretizza anzitutto nel monitoraggio dei parametri vitali, non solo come febbre o altri sintomi evidenti ma anche con l’ausilio di un saturimetro per verificare il livello di saturazione dell’ossigeno nel sangue. Il calo di questo valore, infatti, può essere indicativo di un’infezione polmonare. In questo senso possono essere svolte a casa anche operazioni leggermente più complesse, come la verifica della possibile polmonite tramite un ecografo. Poi naturalmente c’è la possibilità di adoperare specifici farmaci e ausili, come l’eparina quando il paziente ha un rischio specifico di sviluppare trombosi, oppure un antibiotico quando può esserci una sovra-infezione batterica che potrebbe dare complicanze, o ancora somministrare l’ossigeno quando la sua concentrazione nel sangue diminuisce.

Ciò significa, in particolare, che si può pensare di continuare a seguire un paziente a casa in tutte quelle situazioni in cui il quadro clinico è stabile, o perlomeno non ci sarebbe differenza tra le cure domiciliari e i trattamenti che si riceverebbero in ospedale. I benefici di questo approccio sono evidenti: far restare i pazienti – soprattutto se anziani o fragili – in un ambiente più protetto e accogliente, evitare di esporre al rischio di contrarre altre infezioni in ospedale e ridurre la pressione sulle strutture sanitarie, garantendo cure in generale migliori a chi ne ha davvero bisogno, dunque riducendo la letalità complessiva di Covid-19.

Questo approccio richiede però una presenza forte della medicina territoriale, tra medici di famiglia posti nelle condizioni di seguire i pazienti con la giusta attenzione e strutture distribuite in modo da essere davvero vicine alle persone. Un tema tanto infrastrutturale quanto culturale, che dipende dagli investimenti ma anche dalla formazione dei medici di medicina generale, che sono chiamati a individuare le terapie più adatte al paziente sulla base dei sintomi e del quadro clinico. Sapendo, naturalmente, che non può esserci un trattamento universale valido per tutti.

Il problema dell’efficacia delle terapie Quando si è di fronte a un farmaco nuovo o a una patologia nota da poco, definire se e quanto un trattamento sia efficace non è un’operazione semplice. Lo abbiamo visto per i vaccini: le sperimentazioni in generale prevedono (come minimo) che ci sia un confronto tra un gruppo di persone che riceve il trattamento e un altro (con le stesse caratteristiche) che non lo riceve, in modo che si possa fare un confronto sensato ed evidenziare se ci siano o meno differenze statisticamente significative.

Spesso però, a livello di discussione, si confonde il concetto di prova scientifica di efficacia con altre valutazioni non sistematiche, citando dei singoli casi o delle esperienze individuali come se fossero sufficienti a dimostrare qualcosa di generale. Dato che fortunatamente Covid-19 si risolve in molti casi con la guarigione completa, si può creare una distorsione cognitiva per cui, somministrando ai pazienti qualche trattamento, questo sembrerebbe in ogni caso avere indotto la guarigione.

Per esempio, se somministrassimo a tutti i pazienti Covid-19 un bicchiere d’acqua con una zolletta di zucchero, in ogni caso il 95% circa di questi guarirebbe, e si potrebbe avere l’impressione che il merito sia dell’acqua miracolosa. Sostenere che i propri pazienti trattati a casa non siano finiti in ospedale, o che quelli trattati con un certo farmaco siano guariti tutti, non è affatto una prova sufficiente a far concludere che la strategia adottata sia davvero efficace. Anzi. Per moltissimi dei trattamenti più discussi nel corso dell’ultimo anno, pubblicazioni alla mano, le prove scientifiche di efficacia sono ancora scarse o del tutto nulle (come per il caso dell’idrossiclorochina), e addirittura per alcuni trattamenti sono state raccolte piuttosto delle prove di inefficacia.

Va da sé che, in un contesto di rapida evoluzione delle conoscenze scientifiche a disposizione, le nuove evidenze hanno portato più volte a rivedere le linee guida, talvolta anche con differenziazioni a livello regionale. Il che però non dovrebbe scandalizzare, ma anzi essere la prova evidente di come il metodo scientifico non ci permetta di avere delle verità assolute e immutabili, quanto piuttosto un progressivo raffinamento delle nostre conoscenze.

A complicare il quadro dei tanto discussi protocolli per le cure domiciliari ci sono poi altri tre elementi. Il primo è che in generale per Covid-19 è difficile prevedere a priori il livello di rischio di ciascuna persona, perché anche i più noti fattori di rischio (età avanzata, obesità, patologie pregresse,…) non sono affatto associati in modo chiaro allo sviluppo di complicanze. Dunque non è facile capire a chi somministrare che cosa prima che si manifesti una determinata condizione. Secondo, almeno per alcuni dei trattamenti, la somministrazione delle terapie può portare effetti collaterali di varia natura, perciò somministrare farmaci alla cieca già nelle prime fasi della malattia può essere poco sensato, oltre che controproducente in casi specifici (come l’uso di un cortisonico come il desametasone) in cui il trattamento può compromettere la risposta immunitaria del paziente.

E infine c’è la solita confusione più o meno involontaria tra correlazione e causa-effetto: il fatto che qualcosa accada subito dopo qualcos’altro non basta per indicare che a causare l’effetto sia stato il primo dei due elementi. Ciò vale in positivo, come quando si sostiene che la vitamina C o la D guarisca da Covid-19, oppure in negativo, affermando che un vaccino causi determinati effetti avversi. Il che in generale è comunque possibile (come è stato per il caso delle rarissime trombosi associate a VaxZevria), ma va dimostrato con una seria analisi dei dati, e non con valutazioni aneddotiche o emozionali.

Le strambe argomentazioni sulle terapie domiciliari Se fino a qui la questione può sembrare perlopiù di natura accademica e regolatoria, in realtà le direzioni in cui spesso la discussione e il dibattito degenerano sono anzitutto partitiche e speculative, per non dire in certi casi complottiste. Non sono mancati nemmeno negli ultimi giorni gli esempi di prodotti di comunicazione tipicamente a tesi, che partono da un’assunto e portano argomentazioni unidirezionali per dimostrarlo.

Non si tratta di cherry picking della letteratura scientifica, ma di qualcosa di più astratto e generico. “Il governo vuole tenerci chiusi in casa”, “ci ricattano con i vaccini, facendo valere le restrizioni finché non ci vacciniamo tutti”, “le case farmaceutiche vogliono lucrare il più possibile sulla pandemia”, “impediscono di usare le cure domiciliari perché allora non servirebbero più i vaccini”, “le persone sono morte di Covid-19 solo perché sono state trattate con le terapie sbagliate”, tanto per citarne alcune molto comuni.

Si potrebbero in proposito ribadire le solite argomentazioni, come il fatto che i vaccini non siano affatto le prncipali fonti di reddito da parte delle case farmaceutiche (mentre lo sono per esempio integratori e vitamine) o che i vaccini sarebbero comunque utili anche se avessimo cure super efficaci (perché sarebbe preferibile evitare la malattia che ammalarsi e sperare di guarire), ma il punto sta altrove. Ossia che la salute delle persone venga utilizzata per fare propaganda. Come se il ritenere che le cure domiciliari siano efficaci o meno fosse una questione di credo politico anziché di evidenza scientifica.

Nelle versioni più azzardate, poi, il tema della regolazione delle terapie domiciliari sarebbe diventato – si legge e si ascolta qua e là – la prova della censura messa in atto dal governo per dare concretezza alla cosiddetta dittatura sanitaria. Un modo per mettere a tacere quelle voci indipendenti che propongono metodi alternativi di cui millantano l’efficacia. Con l’effetto finale di confondere il ragionevole dibattito scientifico su come trattare al meglio i pazienti a casa con un più caotico disquisire di terapie domiciliari come avversarie dei vaccini, o di trasformare un trattamento che si è dimostrato inefficace nell’elisir miracoloso che i poteri forti vogliono fare sparire.

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Come Funziona Il Test Salivare Per Il Coronavirus

Via libera del ministero della Salute all’utilizzo dei test salivari per individuare il coronavirus, ma il gold standard rimangono i tamponi molecolari (immagine: Pixabay)Il ministero della Salute, in una circolare firmata dal direttore generale della Prevenzione sanitaria Gianni Rezza, ha detto sì ai test sulla saliva per rintracciare il coronavirus. Alla luce delle ultime evidenze scientifiche, gli esperti ritengono che i meno invasivi test salivari siano sufficientemente affidabili, e quindi utilizzabili in precise situazioni: in caso non ci sia la possibilità di eseguire un tampone nasofaringeo o orofaringeo (che rimane il gold standard) o in caso di necessità di test ripetuti o su bambini, anziani e disabili. Ecco come funzionano, vantaggi e limiti.

I test disponibili Innanzitutto bisogna chiarire di che tipo di test si sta parlando. Al momento sulla saliva possono essere eseguiti dei test molecolari, ossia che ricercano il genoma (rna) virale, oppure test antigenici (cioè che ricercano proteine del virus) di laboratorio, ma, in poche parole, non sono test rapidi. In realtà esistono anche test antigenici rapidi sulla saliva, che tuttavia non sono ancora stati inclusi nell’elenco dell’Health Security Committee dell’Unione Europea.

“Al momento, il repertorio disponibile di tali test marcati CE-IVD per la matrice salivare è limitato, ma è in corso di ampliamento”.

Prelievo del campione I test sui campioni di saliva sono meno invasivi dei tamponi. Tuttavia la raccolta corretta del materiale è cruciale, scrivono gli esperti del ministero. “I campioni di saliva possono essere eterogenei (saliva orale, saliva orofaringea posteriore) e le diverse tecniche e sedi di raccolta possono avere un impatto sulla sensibilità del metodo. Inoltre i campioni di saliva possono essere mucosi e viscosi, determinando difficoltà di lavorazione con i metodi e le attrezzature automatizzate di estrazione dell’rna o di estrazione/amplificazione esistenti”.

Sensibilità La qualità del campione e la tecnica di raccolta possono influenzare la sensibilità del test, che dunque risulta variabile. “Una sensibilità maggiore è stata rilevata nella saliva orofaringea posteriore del primo mattino”, si legge nella circolare ministeriale, “mentre una sensibilità inferiore è stata osservata con la tecnica del ‘general spitting’ (lo sputo, ndr)”.

Chi può fare il test salivare Per il momento i test salivari possono essere impiegati quando non c’è disponibilità di tamponi, oppure in bambini (i dati in età pediatrica sono limitati ma alcuni studi attestano la sensibilità del test tra il 53 e il 73%), anziani e disabili, o ancora in contesti di screening ripetuto per motivi professionali. Potrebbero trovare ampio margine di utilizzo nelle scuole.

Il test su campione di saliva può essere eseguito sia su persone sintomatiche (preferibilmente entro i primi 5 giorni dalla comparsa dei sintomi) sia su persone asintomatiche o pre-sintomatiche.

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Non Solo Vaccini: Contro Covid-19 Ci Servono Anche Terapie Efficaci

Per lasciarci alle spalle la pandemia i vaccini, per quanto efficaci, non bastano: servono anche terapie che riducano i rischi di sintomi gravi, ospedalizzazioni e morti. Ecco a che punto siamo (Immagine: Unsplash)Stando agli ultimi dati epidemiologici, i vaccini stanno funzionando. E stanno funzionando bene – almeno nella parte fortunata del pianeta, i Paesi più ricchi che si possono permettere di comprarli e distribuirli: l’ultimo monitoraggio settimanale della Fondazione Gimbe, per esempio, fa sapere che in Italia si registrano dati “in netto miglioramento”, una diminuzione del 34,1% dei nuovi casi rispetto alla settimana precedente e un calo del 17% e del 19% dell’occupazione dei posti letto in aerea medica e terapia intensiva. E nella giornata di domenica 16 maggio i decessi sono scesi sotto le 100 persone per la prima volta dallo scorso ottobre. Tutto, o quasi, grazie ai progressi della campagna di immunizzazione in corso. Nonostante questo, dobbiamo fare i conti con il fatto che arrivare a somministrare i vaccini a tutte le persone che ne avrebbero bisogno, a livello globale, è al momento una chimera, e probabilmente lo resterà ancora a lungo: in quasi tutti i Paesi a basso e medio reddito, infatti, le vaccinazioni procedono a ritmi lentissimi, con quote di popolazione vaccinata ancora sotto l’1%. E dato che non si riuscirà a vaccinare tutti, è importante anche capire come fermare la malattia in chi l’ha contratta, o per lo meno mitigarne i sintomi più gravi per ridurre ospedalizzazioni e morti. In altre parole, abbiamo assoluta necessità di individuare terapie efficaci contro Covid-19, e di farlo alla svelta.

Al momento non esistono ancora trattamenti dall’efficacia accertata. Tuttavia, i trial clinici condotti finora ci hanno aiutato a identificare alcune molecole che sembrano più promettenti di altre e ad accantonare approcci che si sono rivelati poco efficaci. Le classi di farmaci su cui ci siamo concentrati sono sostanzialmente tre: gli antivirali, quelli che cercano di impedire che il virus entri nelle cellule e/o si replichi (per esempio quelli usati per il trattamento dell’hiv o dell’epatite), gli imitatori del sistema immunitario, che dovrebbero potenziare le difese naturali del nostro organismo (per esempio gli anticorpi monoclonali e il plasma iperimmune) e gli antinfiammatori, che invece raffreddano il sistema immunitario, dal momento che si è visto che i sintomi più gravi di Covid-19 sembrano essere legati proprio a un’eccessiva risposta immunitaria e al conseguente stato fortemente infiammatorio.

Gli antivirali sono stati i primi farmaci a essere studiati. Già a marzo scorso l’Organizzazione mondiale della sanità aveva avviato una sperimentazione per testare quattro diversi trattamenti (il remdesivir, l’idrossoclorochina, la combinazione di lopinavir e ritonavir, già usati contro l’Hiv, e l’interferone, che invece è un immunomodulatore) che, a fine ottobre, era arrivata a coinvolgere oltre 11mila partecipanti da 30 nazioni diverse. Sfortunatamente, nessuna di queste terapie si è mostrata di significativa utilità nel salvare vite o ridurre le ospedalizzazioni da Covid-19: i risultati della sperimentazione suggeriscono che i farmaci antivirali possono avere una moderata efficacia solo se somministrati nelle primissime fasi dell’infezione, subito dopo un tampone positivo.

Stesso discorso per gli anticorpi monoclonali e per il plasma iperimmune. I primi sono saliti agli onori delle cronache grazie a Donald Trump, paziente illustrissimo cui sono stati somministrati a ottobre 2020, quando si ammalò di Covid-19. Trump ricevette un preparato messo a punto dalla biotech americana Regeneron, composto da due anticorpi monoclonali, casirivimab e imdevimab, estratti da un paziente di Singapore e ottenuti in laboratorio isolando la proteina spike del coronavirus nell’organismo di un topo modificato geneticamente per fornirgli un sistema immunitario umano. Tuttavia, gli studi finora pubblicati non consentono ancora di arrivare a conclusioni definitive sull’efficacia di questi trattamenti: quello che sappiamo è che non funzionano nelle fasi avanzate della malattia, ma vanno somministrati nelle fasi precoci, e che comunque non sembrano ridurre più di tanto ospedalizzazioni e decessi. Questo elemento, insieme ad altre criticità legate alla difficoltà di somministrazione e all’alto costo di produzione di questi farmaci, ha per il momento raffreddato le aspettative della comunità scientifica rispetto al trattamento. Stesso discorso per il plasma dei guariti, che stando ai risultati dello studio clinico italiano Tsunami, promosso dall’Istituto superiore di sanità e dall’Agenzia italiana per il farmaco, sembra non apportare benefici ai pazienti; al più qualche timido vantaggio, ancora da confermare, potrebbe ridurre i sintomi nei pazienti con Covid lieve o moderato.

Gli antinfiammatori sembrano invece più promettenti. A giugno 2020 lo studio Recovery, condotto nel Regno Unito, ha mostrato che il desametasone, un corticosteroide dagli effetti antinfiammatori e immunosoprressori, riduce la mortalità dei pazienti Covid-19 ventilati; un altro trial, il Remap-Cap, ha scoperto che le molecole che bloccano il recettore di una proteina chiave del sistema immunitario (la cosiddetta interleuchina-6, IL-6) possono ridurre la mortalità nei pazienti con forme gravi della malattia. Per queste ragioni, oggi i trattamenti a base di desametasone, da solo o in combinazione con gli inibitori del recettore IL-6, sono diventati lo standard terapeutico d’emergenza in molti paesi del mondo. Ma non è abbastanza: “Alcuni pazienti”, ha commentato a Nature Anthony Gordon, anestesista dello Imperial College di Londra, “restano malati anche dopo questi trattamenti”.

Per questo motivo, l’Organizzazione mondiale della sanità ha appena avviato un nuovo trial, Solidarity, che ha l’obiettivo di studiare ancora più a fondo l’efficacia dell’approccio antinfiammatorio a partire dai risultati promettenti osservati nei pazienti ospedalizzati. Il trial, in particolare, si concentrerà su tre molecole: l’infliximab, un farmaco usato per il trattamento di disturbi autoimmuni come il morbo di Crohn e l’artrite reumatoide, che funziona bloccando una proteina chiamata fattore di necrosi tumorale (TNF-α); l’imatinib, un antitumorale che – si spera – possa combattere sia l’infezione che l’infiammazione, bloccando l’infiltrazione del virus nelle cellule e riducendo l’attività delle citochine, proteine che promuovono l’infiammazione, ed evitare la fuoriuscita di fluidi dai vasi sanguigni che circondano i polmoni; l’artesunato, un antimalarico dai potenziali effetti antinfiammatori. Ciascuno di questi farmaci sarà somministrato insieme alle terapie standard, e i primi risultati del trial dovrebbero essere disponibili nei prossimi mesi.

Nel frattempo, anche Remap-Cap andrà avanti nelle sperimentazioni, testando un altro farmaco che si concentra sul Tnf-α e il namilumab, una molecola che potrebbe ridurre l’attività delle citochine. L’importante è stare attenti a non esagerare: il rovescio della medaglia dell’approccio del raffreddamento del sistema immunitario sta nel fatto che se si sopprime troppo la difesa dell’organismo i pazienti potrebbero diventare vulnerabili ad altre infezioni. I risultati dei trial ci aiuteranno a capirlo.

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Di Cosa Parliamo Quando Parliamo Di Medicina Di Genere-Specifica

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Uomini e donne non sono uguali: solo considerando le differenze fisiologiche, biochimiche e socioculturali potremo curarci al meglio. E c’è una buona notizia: l’Italia è l’unico paese al mondo ad avere una legge per la medicina di genere (foto: Adobe Stock)Lo sapevamo da tempo, ma Covid 19 e i vari vaccini realizzati per arginare la pandemia ce lo hanno ricordato in modo lampante: i corpi di uomini e donne sono diversi e diversi sono i modi in cui si presentano le patologie e le risposte ai farmaci. È questo che studia la medicina di genere, un termine che ultimamente stiamo sentendo sempre più spesso. Ma di cosa si tratta veramente? E a che punto siamo in Italia? Iniziamo col dire che in questo articolo parleremo di medicina genere-specifica perché, come spiega a Wired Giovannella Baggio, presidente del Centro studi nazionale su salute e medicina di genere di Padova e prima docente a tenere una cattedra sulla materia in Italia, dal 2012 al 2017 (all’Università di Padova), “questo termine oggi è più corretto, perché tutte le specialità, trasversalmente, devono essere declinate e praticate con un’attenzione di genere”. Non si tratta, quindi, di una branca della medicina a sé stante, o che riguarda solo le donne. È inoltre un ambito nel quale il nostro paese è all’avanguardia: siamo stati i primi al mondo ad aver approvato una legge sulla materia (la cosiddetta legge Lorenzin, del 2018) e ad aver istituito, per la sua attuazione, un Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere sul territorio nazionale e un osservatorio presso l’Istituto superiore di sanità.

La sindrome di Yentl e la medicina genere-specifica In un racconto del premio Nobel Isaac Bashevis Singer, Yentl. The yeshiva boy, la protagonista, una ragazza polacca dei primi del Novecento, si finge maschio per poter studiare il Talmud. Nel 1983 dal testo fu tratto il primo film diretto da Barbra Streisand. Qualche anno dopo, la cardiologa americana Bernardine Healy parlò per la prima volta della sindrome di Yentl sul New England Journal of Medicine: nell’articolo Healy constatava che nel suo reparto le donne affette da cardiopatie, con patologie o sintomi diversi da quelli maschili, rimanevano vittime di errori diagnostici e terapie inefficaci che potevano risultare anche fatali. Inoltre sottolineava che le donne erano per nulla o poco rappresentate nelle sperimentazioni farmacologiche.

Fu un momento molto importante, che diede un impulso fortissimo allo sviluppo della medicina genere-specifica. Ovvero, un approccio alla materia che tiene conto delle differenze fisiologiche, biochimiche e anche socioculturali legate al sesso. Un approccio disruptive, considerando che per secoli la medicina si è basata sulla convinzione che i corpi maschili rappresentassero l’umanità intera (tranne in pochi campi, come ovviamente la ginecologia). Nel caso specifico dell’infarto del miocardio, stiamo parlando della prima causa di morte tra le donne (48%), che muoiono molto più degli uomini, nonostante in questi ultimi le malattie cardiovascolari siano più frequenti (dati dal Libro Bianco Onda, Medicina di genere, 2019).

“Nella donna l’infarto si presenta in modo totalmente diverso rispetto all’uomo e, siccome non tutti lo sanno, spesso i sintomi vengono ignorati – spiega Baggio–: contrariamente all’immagine che associamo all’infarto, generalmente non abbiamo dolore al petto; più frequentemente proviamo dolore posteriore o un po’ di ansia. Inoltre i fattori di rischio hanno un impatto diverso: una donna diabetica ha tre volte più probabilità di sviluppare un infarto di un uomo che ha il diabete; incidono anche il sovrappeso, il fumo o l’aver avuto parti pre termine”.

30 anni dopo: Covid visto dalla prospettiva di genere Covid-19 è stata la conferma più recente di quanto nel decorso di una malattia ci possano essere differenze importanti tra uomini e donne. Tutti gli studi condotti finora (da Nature Communications, Science, Global Health 50/50 e dallo stesso Istituto superiore di sanità italiano, per citarne alcuni) hanno confermato che gli uomini rischiano di finire in terapia intensiva e di morire più delle donne. Solo dopo i 90 anni la situazione si ribalta, ma semplicemente perché in quella fascia di età le donne sono più numerose. Questo accade nonostante le donne si ammalino di più (probabilmente perché più coinvolte in lavori di cura, come le professioni infermieristiche, sanitarie e mediche).

Potrebbe dipendere sia da fattori biochimici (la proteina Ace2, più espressa nelle donne perché codificata dal cromosoma X, aiuterebbe le cellule a difendersi dal virus; inoltre la sua azione sarebbe stimolata dagli estrogeni) che da abitudini (le donne fumano di meno e tenderebbero a rispettare di più le regole che riducono le possibilità di contagio). “Abbiamo un sistema immunitario più forte di quello maschile, ma poi lo scontiamo con un’esposizione alle malattie autoimmuni molto più elevata”, sottolinea Baggio. Se solo ora si stanno cominciando a raccogliere dati differenziati per genere specifici sulle terapie contro Covid-19 (“all’inizio la pandemia ci ha colti di sorpresa e abbiamo avuto difficoltà a curare tutti, figuriamoci a distinguere per sesso”), è invece vero che “nella fase di sperimentazione dei vaccini entrambi i sessi erano presenti in modo bilanciato”, spiega Baggio. E questo è molto importante, in un momento in cui ancora resiste una certa diffidenza verso i vaccini.

Un approccio di genere, per curare al meglio sia donne che uomini Su Covid-19 nel giro di un anno abbiamo raccolto molti dati, e questi saranno utilissimi nell’affinare sempre di più i protocolli di cura. Purtroppo non avviene lo stesso con altre patologie. Caroline Criado Perez nel libro Invisibili (Einaudi) denuncia la carenza di dati diversificati nella ricerca medica (nella sperimentazione sia animale che clinica), nonostante enti e organismi scientifici internazionali impongano da tempo nelle loro linee guida e codici etici un approccio di genere. “Abbiamo un’enorme carenza di informazioni sul corpo femminile, un vuoto di dati che purtroppo continua a crescere”, scrive, un deficit che si traduce in diagnosi e cure sbagliate, e spesso anche in episodi in cui le donne non vengono ascoltate o credute dai medici quando raccontano i loro sintomi. Eppure la carenza di dati diversificati influisce negativamente sulla capacità offrire cure adeguate anche agli uomini.

Alcuni esempi, citati dalla dottoressa Baggio: “è vero che la depressione nelle donne ha un’incidenza 2-3 volte più alta rispetto agli uomini, ma in tutto il mondo questi si suicidano dalle 3 alle 4 volte in più”. E ancora: “gli uomini sopra i 75 anni possono soffrire di osteoporosi, e la loro mortalità dopo una frattura è 4 volte superiore a quella delle donne. Ma quanti uomini vengono sottoposti a una densitometria ossea o a una terapia contro l’osteoporosi?”.

A che punto siamo in italia In Italia, con la Legge Lorenzin del 2018, ci siamo dotati di un Piano per la medicina di genere e di un Osservatorio presso l’Istituto superiore di sanità per la sua realizzazione. Gli obiettivi del Piano riguardano quattro ambiti fondamentali: non solo la rivisitazione dei percorsi clinici di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, ma anche ricerca e innovazione, formazione e aggiornamento professionale e comunicazione. La sfida che ha davanti a sé l’Italia, ora, “è applicare veramente questa legge – spiega Baggio –. Finora i passi avanti fatti si sono avuti indipendentemente dal Piano, grazie alla rete che abbiamo faticosamente creato nel tempo con ospedali, società scientifiche, enti, centri per la medicina di genere”. Eppure la nostra legge è “importantissima e unica al mondo, fondamentale per attuare la rivoluzione di cui abbiamo bisogno per implementare un approccio di genere in tutte le specialità mediche”.

Ora la palla passa alle regioni: “Ce ne sono alcune che sono avanti, come Toscana ed Emilia Romagna, e altre che fanno fatica”, prosegue Baggio. “Senza uniformità sarà difficile vedere effetti concreti nell’attuazione del Piano. Ma la legge impone loro di mettersi al passo, perciò sono fiduciosa”. E allora quanto potrebbe volerci per vedere finalmente applicata una medicina genere-specifica che vada oltre i buoni propositi e curi veramente tutti al meglio? “Ho molta fiducia nei giovani medici e negli studenti di medicina, tra una generazione potremo avere finalmente la rivoluzione che i pazienti, di qualunque sesso, meritano da tempo”.

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Medicina estetica di questi tempi: esclusiva a Monica Gabetta Tosetti chirurgo, fashion influencer e marketing manager

Un momento difficile per l’Italia. Siamo con Monica Gabetta Tosetti medico chirurgo e titolare della BB Clinique. Come ci si rapporta alle clienti in questo periodo di “allarmismo” e incertezze?

Cercando di dare un po’ di tranquillità. Naturalmente si deve stare in casa, si devono osservare tutte le norme d’igiene e di sicurezza! Questo è indispensabile ma non si devono avere atteggiamenti di panico. Non resteremo senza cibo ed il personale sanitario (già lo stiamo vedendo) sta facendo di tutto per sopperire ad ogni esigenza e necessità! Quindi in casa sì, con attenzione ma un po’ più tranquilli!

Produzione di mascherine di seta e con filtro sanitario. E’ una cosa utile? Sono in vendita da voi? Si potranno prenotare e acquistare?

Essendo in ambito medico, ho voluto creare una mascherina (come l’ha definita un’amica) “smart e glam”. Seta di Como, per una mascherina con una tasca interna nella quale inserire un filtro creato con una carta-tessuto trattata con uno speciale sanificante in grado di aumentare la sicurezza.
Quindi maggior sicurezza e design accattivante! Più che utile, sicuramente.
C’è la possibilità di acquistarle in Atelier (telefonare o scrivere per accertarsi degli orari e dei giorni di apertura) oppure direttamente on-line.

Visite on-line. La consulenza estetica e medica non cesserà. Come sarà adottata? Gli interventi più “urgenti” saranno comunque effettuati?

Nel mondo della chirurgia e della medicina estetica, la maggior parte dei medici ha adottato la chiusura temporanea per consentire ai pazienti di approcciarsi ad un intervento di bellezza in assoluta sicurezza e serenità. Per tutti coloro che vorranno trascorrere queste giornate pensando ad un futuro intervento di chirurgia estetica, quindi, abbiamo deciso di offrire la possibilità di effettuare visite on line con i migliori esperti del settore. A giorni sarà pronto anche il mio kit e la mia consulenza TOO GOOD TO DO per offrire la possibilità di tornare alla normalità…Perfette!

Per quanto concerne tutti i trattamenti urgenti, naturalmente non di chirurgia estetica, saranno assicurati. Alcuni interventi, come ben sappiamo, non possono essere rimandati.

Palermo, la pediatra dà forfait: di nuovo in crisi i paesi delle Madonie

L’addio dopo appena una settimana di servizio. Per i genitori dei bambini di sette comuni l’unica possibilità è l’ospedale di Petralia Sottana

Sette comuni delle alte Madonie rimangono di nuovo senza pediatra. All’ultimo appello dell’Asp aveva risposto una specialista, ma dopo appena una settimana ha rinunciato all’incarico. Sono stati 258 i medici che l’Asp di Palermo ha convocato, attingendo dalla graduatoria regionale, ma nessuno alla fine ha voluto accettare l’incarico. E ora diventa un’impresa far curare i bambini.

Ha resistito solo una settimana la pediatra ragusana, ma di origini madonite, Rachele Cunsolo, che aveva accettato di svolgere il servizio pediatrico per i comuni di Alimena, Blufi e Bompietro (gli altri centri in difficoltà sono Petralia Sottana, Petralia Soprana, Gangi e Geraci Siculo). Il direttore del distretto sanitario di Petralia Sottana, Gianfranco Licciardi, ieri si è visto costretto a trasmettere una nota ai vertici dell’Azienda sanitaria provinciale, comunicando che anche l’unica specialista che aveva accettato l’incarico ha deciso di abbandonare.

L’Asp di Palermo ora dovrà correre ai ripari per trovare prima possibile una soluzione. Intanto si prospettano gravi disagi per le mamme che senza un medico saranno costrette a rivolgersi, anche per un banale consulto, all’ospedale Madonna Santissima dell’Alto di Petralia Sottana, dove c’è una guardia medica attiva 24 ore e dove anche il primario  è costretto a fare i turni come i colleghi. Nei giorni era stato lanciato anche un appello al presidente della Regione, Nello Musumeci: si sottolineava che per ogni necessità i genitori dei piccoli pazienti di diversi comuni madoniti debbono raggiungere il punto pediatrico dell’ospedale, a diversi chilometri di distanza, con le immancabili difficoltà negli spostamenti che nei paesi di montagna diventano insormontabili durante la stagione invernale.

Usa, primo Dna modificato su un paziente. “Così cureremo alcune malattie metaboliche”

L’esperimento a Oakland (California) su un 44enne affetto da una rara malattia metabolica. L’esito del trattamento sarà noto fra tre mesi. La tecnica verrà testata per altre malattie, inclusa l’emofilia

Un ‘nuovo’ Dna per curare un paziente. Il primo esperimento è stato fatto lunedì scorso a Oakland, in California, su Brian Madeux, 44enne affetto da una rara malattia metabolica congenita chiamata sindrome di Hunter. I medici sono intervenuti tentando l’editing dei geni direttamente all’interno del suo corpo con l’obiettivo di “aggiustare” il gene che ha causato la patologia di cui soffre sin dalla nascita. Bisognerà attendere tre mesi per capire se il trattamento è riuscito o meno, anche se dopo i primi trenta giorni si avranno i primi segnali dell’esito. “Sono disposto a correre questo rischio e spero di aiutare altre persone malate”, ha detto il paziente all’Associated Press.

La modifica del Dna non era mai stata tentata sino ad ora ”in corsa”, ossia direttamente nel corpo di un uomo. Il rischio è che il gene ”correttivo” si inserisca in modo imprevisto nella sequenza del genoma, causando nuove anomalie – e quindi altre possibili patologie, come il cancro – invece di sanare il difetto all’origine. La tecnica, sperimentata con successo sugli animali, verrà testata anche per altre malattie, inclusa l’emofilia.

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E’ come avere inviato un mini chirurgo nel corpo del malato per intervenire su di lui, ha spiegato il dottor Sandy Macrae, presidente della Sangamo Therapeutics, società californiana che sta testando la terapia per curare due malattie metaboliche, oltre all’emofilia.

La tecnica di manipolazione del genoma umano, usando Crispr-Cas9, è stata applicata con successo in Cina per curare un malato di cancro. In quel caso, il codice genetico era stato mutato in modo efficace, senza produrre mutazioni indesiderate.