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M5S, il blog pubblica 2.600 profili di candidati per parlamentarie Ue: “Oltre il 70% di laureati”. C’è anche Giarrusso

L’ex Iena ci riprova: si sottopone al voto online in Sicilia. Con lui ci sono anche un ex generale, un imprenditore minacciato dalla mafia, il fidanzato di una deputata. “Tantissimi profili di eccellenza”, scrivono i 5StelleParte la corsa per le europarlamentarie dei 5Stelle. Il blog del Movimento ha pubblicato, sulla piattaforma Rousseau, i nomi di 2.600 candidati che dovranno essere sottoposti agli iscritti. Si voterà nei prossimi giorni ma sarà solo il primo step della selezione. La scrematura iniziale dei curriculum ha comunque ridotto il numero dei concorrenti rispetto al 2014, quando ad affrontare il voto online furono in 5 mila.

Tra i nomi spicca quello di Dino Giarrusso, ex Iena, che si era candidato alle Politiche nonché consulente del ministero dell’Istruzione. Nella scorsa estate scatenò polemiche, al momento della nomina al Miur, l’incarico attribuitogli di “controllore” dei concorsi universitari. Ma in corsa c’è anche un ex generale dell’esercito, Calogero Antonio Iacolino, che è il fratello dell’ex eurodeputato di Forza Italia Salvatore Iacolino, e Gianluca Maria Calì, un imprenditore di Casteldaccia (Palermo) minacciato dalla mafia. Nel suo curriculum Calì scrive: “Sono un cittadino che ha deciso di ribellarsi al pizzo e al malaffare, facendo il proprio dovere denunciando ogni fatto alle autorità competenti come previsto dalla legge. Da allora, ho ricevuto ogni tipo di minaccia ed attentati in ogni forma e grado oltre a delegittimazione e diffamazione.Tra i molti attacchi, quello piu pesante è stato quello rivolto ai miei figli di soli 7 e 8 anni, all’uscita di scuola”. Nell’elenco anche portaborse (Clementina Iuppa, collaboratrice del gruppo di M5S all’Ars) e congiunti di parlamentari in carica: Costantino Messina è il fidanzato della deputata Rosalba Cimino. Su Roma c’è il nome di Luca Marsico, che era stato avversario di Marcello De Vito nel Movimento nella capitale. Gli uscenti si ripresentano in massa: da Fabio Massimo Castaldo a Dario Tamburrano (entrambi eletto nel 2014 nella circoscrizione Centro), fino a Ignazio Corrao, che punta a riprovarci nel collegio delle isole.

Nel post introduttivo viene sottolineata la preparazione dei prescelti, si parla di “tantissimi profili d’eccellenza: medici, ingegneri, architetti, psicologi, astrofisici, professori universitari, imprenditori ed esperti. Una moltitudine di professionisti provenienti dai più svariati ambiti che oggi vuole contribuire con la propria esperienza e competenza al progetto del Movimento 5 Stelle in Europa”, scrivono i pentastellati.

E ancora: “Oltre il 70% dei candidati possiede una laurea, uno su sei il dottorato di ricerca e più di 1400 candidati vantano una conoscenza avanzata della lingua inglese scritta e parlata. Un candidato su due ha partecipato alle iniziative di formazione ufficiali  – come i Villaggi Rousseau o il tour degli Open Day – ed ha utilizzato la piattaforma e-learning per perfezionare le proprie competenze”.

Non tutti arriveranno al voto degli iscritti. Nel post si precisa infatti che “con la pubblicazione delle liste, ogni iscritto avrà così il tempo necessario per visionare con attenzione i profili di tutti i candidati. È un modo per conoscerli meglio e per esprimere la preferenza con maggiore consapevolezza. Allo stesso tempo, questa fase sarà utile anche per effettuare controlli più capillari. Gli iscritti, infatti, potranno inviare eventuali segnalazioni nell’apposito form di Segnalazioni”, sottolineano i Cinquestelle. Insomma, in caso di referenze negative, ci potrebbero essere esclusioni.

Tagli ai vitalizi, valanga di ricorsi

“Io ho già presentato giovedì scorso oltre 300 ricorsi contro i tagli dei vitalizi per gli ex deputati e ne presenterò un altro centinaio la prossima settimana, prima della scadenza che ritengo sia accreditabile l’11 settembre”. Lo annuncia all’Adnkronos Maurizio Paniz, ex parlamentare di lungo corso del Pdl (per tre legislature, 2001 2006 e 2008), ora avvocato, conosciuto ai più come pasdaran dei vitalizi. E’ lui, infatti, ad avere in mano i fascicoli degli ex colleghi, che chiedono la ‘restituzione’ delle loro indennità ed è pronto a dare battaglia: ”Punto ad ottenere l’annullamento della delibera dell’Ufficio di presidenza della Camera, che ha fortemente ridotto l’ammontare dei vitalizi in essere”. Una delibera, assicura, “che ritengo totalmente illegittima e palesemente incostituzionale”.

Paniz, uno dei cinque legali che assistono i ricorrenti per un totale di quasi 700 ricorsi, è convinto che i giudici gli daranno ragione e il presidente della Camera, Roberto Fico (in prima fila per i ‘tagli’ e il recupero in termini di risparmi pari a circa 40 mln di euro) dovrà arrendersi: ”Penso di vincere al 100% nel lungo percorso, perché l’illegittimità della delibera è assolutamente palese. Lo ha confermato anche il Consiglio di Stato nel parere che ha recentemente dato alla presidenza del Senato, indicando le condizioni per un possibile intervento che qui alla Camera non sono state in alcun modo rispettate”.

Paniz rifiuta l’etichetta di ‘avvocato dei privilegiati’: ”Io sono il legale che difende un principio fondamentale in uno Stato di diritto e che in questo caso interessa tutti i 18 milioni di pensionati italiani, perché il principio che riguarda gli ex parlamentari, riguarda anche tutti i nostri pensionati. Non si tratta di privilegi, ma di diritti acquisti, non certamente voluti dagli attuali beneficiari, ma decisi molti decenni fa da altri autorevoli esponenti della vita politica italiana.” Gli “stessi – spiega- che hanno deciso molte delle baby pensioni attualmente in vigore, che interessano circa 9milioni di italiani e che nessuno può permettersi di toccare”.

Non si tratta di privilegi – insiste Paniz -. Autorevoli esponenti come i professori Cheli e Cassese, che sono stati punti di riferimento della Corte costituzionale, hanno dichiarato in recenti interviste a importanti quotidiani nazionali, che i diritti acquisiti dai cittadini, quali essi siano – ex parlamentari o cittadini normali – non possono essere modificati. Il risparmio previsto dalla Camera è nell’ordine di 40 milioni di euro, cioè una briciola nel panorama pensionistico nazionale. Ma deve essere chiaro che nessuno lotta per un profilo economico, ma tutti lottano perché siano rispettate le regole fondamentali come è quella dell’irretroattività dei provvedimenti”. I tempi dei ricorsi? “Sarà il Consiglio di giurisdizione della Camera (nominato da Fico lo scorso 27 luglio) a decidere la tempistica di trattazione”, replica Paniz.

Rifiuti Livorno, archiviata l’inchiesta: cadono le accuse per Nogarin, Lemmetti (ora in Campidoglio) e Cosimi (Pd)

Non c’è prova del dolo, alcuni reati sarebbero già prescritti e nel falso in bilancio manca la querela necessaria per poter esercitare l’azione penale: cadono le accuse per tutti gli indagati nell’inchiesta su Aamps. Tra loro anche funzionari comunali, dirigenti dell’azienda partecipata e e un ex assessore delle giunte di centrosinistra. Il sindaco: “Mai avuto dubbi”. Per la stabilizzazione di alcuni precari, ipotizzato il danno erariale: le carte alla Corte dei Conti di Firenze

Non c’è prova del dolo, alcuni reati sarebbero già prescritti e nel falso in bilancio manca la querela necessaria per poter esercitare l’azione penale. Per questo la Procura di Livorno ha chiesto e ottenuto dal gip Antonio Del Forno l’archiviazione, tra gli altri, del sindaco di Livorno Filippo Nogarin, dell’ex assessore al Bilancio Gianni Lemmetti (passato un anno fa ad occupare lo stesso incarico nella giunta Raggi a Roma) e dell’ex primo cittadino del Partito Democratico Alessandro Cosimi nell’ambito dell’inchiesta su Aamps, la partecipata del Comune che si occupa di raccolta dei rifiuti urbani portata in concordato preventivo dall’amministrazione 5 Stelle. L’inchiesta nominata “Città Pulita” era partita nel 2016 quando la Procura aveva notificato gli avvisi di garanzia a 17 persone, tra cui appunto il vecchio e il nuovo sindaco, l’assessore al Bilancio Lemmetti, i manager dell’azienda e alcuni assessori della vecchia giunta targata Pd. La richiesta di archiviazione, che risale al 12 luglio scorso, però mette in luce una generale malgestione dell’azienda con comportamenti di carattere amministrativo e contabile che potrebbero far pensare ad un possibile danno erariale: a deciderlo sarà la Corte dei Contidi Firenze a cui è già stato trasferito il fascicolo.

Il sindaco Nogarin e l’assessore al Bilancio Lemmetti erano stati indagati due anni fa con l’accusa di abuso d’ufficio e bancarotta semplice per aver aggravato il dissesto di Aamps, ritardato la procedura concorsuale dell’azienda e omettendo di ricapitalizzare la società nonostante le richieste del collegio dei revisori. La Procura di Livorno però non ha trovato evidenza del dolo con cui sarebbero stati compiuti questi comportamenti. Per quanto riguarda il reato di abuso d’ufficio, invece, i due erano accusati di aver stabilizzato “illegittimamente” 33 lavoratori a tempo indeterminato (10 operai e 23 autisti) precedentemente assunti a tempo determinato dalla giunta Cosimi e per gli incarichi conferiti all’avvocato Luca Lanzalone, poi arrestato a giugno a Roma nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio della Roma.

Nel primo caso, si è deciso di non procedere proprio perché i pm hanno ritenuto ragionevole credere all’avvocato del membro del cda di Aamps Massimiliano Tolone (anche lui indagato) che in una memoria difensiva aveva sostenuto la tesi secondo cui l’assunzione dei lavoratori aveva l’obiettivo di “recare il minor danno possibile per l’azienda” perché, nel 2016, il Comune avrebbe rischiato così di “bloccare il porta a porta, di affrontare un contenzioso per i licenziamenti e di non ottenere un risparmio fiscale derivante da sgravi fiscali previsti dalla nuova normativa denominata Jobs act”. Per quanto riguarda i rapporti tra Nogarin e Lanzalone, scrivono i pm nella richiesta di archiviazione, il Comune di Livorno aveva conferito allo studio “Lanzalone&Partners” tre incarichi – da 90, 34 e 7mila euro – per compensare l’aiuto informale dell’avvocato nella gestione dell’azienda e “frazionandoli volutamente ma indebitamente” per evitare “l’affidamento come appalto di servizi legali e quindi al fine di non effettuare procedure comparative di evidenza pubblica”. In questo caso, però, i pm chiedono l’archiviazione perché “non appare possibile affermare con certezza che tali incarichi siano stati ‘spacchettati’ ad arte”.

Nel 2014 Aamps era stata ereditata dalla giunta a 5 Stelle con 40 milioni di debiti e per questo i pm di Livorno Massimo Mannucci e Arianna Ciavattini avevano messo nel mirino la gestione dell’azienda a partire dai bilanci del 2012. Durante le indagini gli investigatori hanno potuto accertare diverse irregolarità di carattere contabile tra cui l’assunzione di circa 30 dipendenti a tempo determinato risalente all’amministrazione Cosimi oppure a bilanci falsificati nel triennio 2011, 2012 e 2013: in quest’ultimo caso, invece che un passivo da 7,7 milioni, era stato registrato un attivo per 82mila euro. In questo caso, e per i bilanci relativi degli anni precedenti, i magistrati non hanno potuto far altro che archiviare per mancanza di querela o per intervenuta prescrizione. Su questi e altri aspetti, indagherà la Corte dei Conti di Firenze per verificare se ci sia stato o meno un danno erariale.

Dopo aver ereditato una pesante situazione debitoriale, la giunta del M5S guidata da Filippo Nogarin ha optato – soprattutto per volontà dell’assessore Lemmetti, passato a Roma a fare lo stesso con Atac – per la strada del concordato preventivo in continuità approvato dal tribunale fallimentare di Livorno a marzo 2017salvando di fatto l’azienda. “Non ho mai avuto dubbi sulla bontà delle scelte che io e la mia amministrazione abbiamo compiuto da quando ci siamo insediati, facendo venire alla luce anni di mala gestione dell’azienda dei rifiuti di Livorno – ha scritto Nogarin su Facebook – Non abbiamo avuto paura di esporci in prima persona e abbiamo avuto ragione: oggi Aamps è un’azienda solida, sta ripagando i propri debiti e non è stato perso un solo posto di lavoro, anzi sono previste altre assunzioni. Resta da capire come si sia creato il famoso debito da 42 milioni di euro. La procura, che ringrazio per il lavoro svolto, non ha potuto provare il dolo da parte dei precedenti amministratori, ma i cittadini di Livorno hanno il diritto di sapere come sono stati spesi i soldi della loro Tari”.

Pd, muro dei renziani contro Zingaretti. Il governatore: “Cambiare nome al partito? Non lo escludo”

Pioggia di reazioni sui social dopo l’intervista a Repubblica. Ora tutti vogliono il congresso subito. Rosato: “Zingaretti segretario? Tema non all’ordine del giorno”


ROMA – Finisce la tregua estiva nel Pd e, complice il presidente francese Emmanuel Macron, si riapre il dibattito congressuale tra le varie anime del partito. A innescare la miccia è  l’intervista di Nicola Zingaretti a “Repubblica”, in cui il governatore del Lazio (e candidato alla segreteria) “non esclude una alleanza politica con Macron” in vista delle prossime europee. Ma poi chiarisce: “Escludo invece di fare come Macron. La nostra storia e il nostro futuro non si può infilare dentro a quel modello elitario, repubblicano ma rappresentativo dei piani alti della società francese”.

Una posizione, insieme ad altre affermazioni sulla necessità di recuperare l’elettorato di sinistra finito tra le braccia del M5s e all’idea di ipotizzare un nome diverso per il Pd, che accendono il fronte renziano.


Il tono dei messaggi dei renziani è su questa linea: “Attacca #Macron prima delle elezioni Europee. Attacca #Renzi prima del Congresso #Pd. Apre al #M5s subito. Raffinata strategia quella di #Zingaretti: per la serie continuiamo a farci del male”, scrive su Twitter la deputata Alessia Morani.

• SI’ AL CONGRESSO SUBITO
Ma il punto è che il fronte renziano, dopo qualche incertezza legata alle posizioni dei più accesi sostenitori della linea dell’ex segretario, ha dato di fatto il via libera al congresso del partito prima delle europee. “I tempi sono maturi. Non c’è più tempo, ci siamo resi conto della gravità della situazione”, ha annunciato Andrea Marcucci in una intervista al Foglio. Per i renziani, i gazebo devono essere convocati al massimo entro marzo. Fino ad allora, è la convinzione, emergeranno le candidature alla segreteria alternative a quella Zingaretti.

A questo proposito, un contributo arriverà dall’incontro di AreaDem in corso a Cortona fino a domenica prossima (la corrente Pd di Dario Franceschini e Piero Fassino), dal prossimo ‘meeting’ di LeftWing (l’area di Matteo Orfini) di metà settembre e, soprattutto, dalla prossima Leopolda. Ed è proprio a Cortona che l’ex premier Paolo Gentiloni si dice d’accordo sull’accelerazione del congresso: “Abbiamo coltivato una sorta di revanscismo contro gli elettori: non ci avete votato e beccatevi Salvini. Questa cosa qui deve finire. Il congresso va fatto al più presto e forse andava convocato già alcune settimane fa durante un’assemblea del Pd. Quando lo dico alle Feste dell’Unità parte l’applauso…”.

Ma se i renziani hanno dato via libera al congresso, ancora non hanno sciolto il nodo principale: chi è il loro candidato? Per Marcucci, non sarà Matteo Renzi: “Secondo me no. Renzi è una risorsa importante per il Pd, credo che stia facendo bene il senatore e sta dando contributi in termini di proposta politica estremamente importanti”.

• RIPARTE IL TOTOCANDIDATI ALLA SEGRETERIA DEM
“Non sono Zingaretti o Bonaccini, Renzi o Richetti che possono cambiare il Pd”, aggiunge il senatore dem Matteo Richetti oggi a Bologna per un’iniziativa organizzata dall’associazione Futuredem: “Serve un grande movimento dal basso. Serve il congresso, non per ridare un nome o un cognome al Pd – conclude l’ex portavoce del partito renziano – ma per dare un futuro e una prospettiva all’italia”.

Per il totocandidati dei renziani, quindi, si riparte dal pressing sul capogruppo alla Camera Graziano Delrio o su Lorenzo Guerini, che però dopo aver assunto la presidenza del Copasir si è tirato fuori più volte, come ha fatto anche Marco Minniti. Restano le ipotesi di candidati ‘outsider’, come il governatore emiliano Stefano Binacciani o di Elisabetta Gualmini. “Inutile parlare di nomi – taglia corto il vicepresidente della Camera Ettore Rosato, che sulla candidatura di Zingaretti commenta: “Non mi sembra un tema all’ordine del giorno”.

• LA REPLICA DI ZINGARETTI
Da parte sua Zingaretti non tralascia di rispondere alle critiche ricevute dai renziani: “Non sono un ‘possibile candidato’, ma un candidato” alla segreteria del Pd, afferma alla Versiliana, la festa del Fatto quotidiano, replicando a una domanda di Peter Gomez. Chiamato a commentare le critiche dei renziani dopo le sue parole su Macron, Zingaretti risponde: “Mi attaccano perché capiscono che per la prima volta si sta muovendo qualcosa di competitivo che può cambiare le cose”. E poi, rivolto a Renzi, aggiunge: “Caro Matteo, è andata così, ma adesso, in una posizione diversa, prova a dare una mano”.

• IPOTESI DI CAMBIO DEL NOME AL PD
Zingaretti non esclude l’ipotesi di cambiare nome al Pd. “A soggetto politico corrisponde un nome politico. Non lo escludo, ma solo alla conclusione di un percorso in cui vedremo cosa siamo diventati. Se questo percorso porterà a una identità diversa, vedremo anche se sarà da cambiare il nome al Pd”. Ma un nome diverso non convince Gentiloni, che risponde a un’analoga proposta avanzata da Carlo Calenda: “Va cambiato il partito, ma non archiviato. È un problema di marketing? Rifacciamo il simbolo? Non confondiamo l’idea che debba cambiare con l’idea che abbia esaurito la sua funzione dopo 10 anni. Non è così. Teniamocelo stretto, anche guardando alle forze progressiste in Europa”.

Euro, Di Maio: “Il governo non lavora all’uscita dalla moneta unica”

l vicepremier smentisce il ministro degli Affari europei. “La Bce? Deve cambiare statuto, sia vera banca centrale” Delrio: “Con il decreto dignità le imprese licenzieranno”


ROMA – Luigi Di Maio corregge il collega Paolo Savona, a capo del dicastero per gli Affari europei: il governo non sta pensando ad un piano B per uscire dall’euro. “Oggi le posso dire – dice il vicepremier Luigi Di Maio a Omnibus su La7 – che non ci sto pensando e il governo non sta lavorando a questo. Non possiamo immaginarlo nemmeno per un attimo”.

“Il governo – prosegue – non vuole uscire dall’euro. Se poi gli altri cercheranno di cacciarci non lo so, ma questo non è la nostra volontà, ne metteremo gli altri nelle condizioni di farlo”. Ieri in Parlamento il ministro Savona, a proposito della moneta unica, aveva parlato della necessità per l’Italia “di essere pronta a tutto”.

Di Maio è invece d’accordo con Savona sul ruolo della Bce. “Se siamo nell’Unione Monetaria – aggiunge il vicepremier – la Bce deve fare realmente come una banca europea, cambiando lo statuto in modo da atteggiarsi veramente da banca centrale”.

“Non siamo ai mondiali ma almeno tifiamo Italia – continua – e cerchiamo di ottenere risultati anche per ridurre il debito, che è salito perché non sono stati fatti interventi. E si rispetti una ricetta che è quella degli investimenti e non dell’austerity”. Afferma inoltre di aver “apprezzato molto le parole di Mario Draghi” che gli sembrano “attendiste” rispetto a quello che farà il governo.

Quanto ai voucher, il ministro del Lavoro spiega: “Se servono per sfruttare i nostri ragazzi e i meno giovani non vanno bene. Se vogliamo discutere di specifiche mansioni in agricoltura e turismo sono d’accordo”. Sul tema gli risponde il deputato dem Graziano Delrio, ospite di Agorà Estate:  “Di Maio non aiuterà i precari ad esser stabilizzati. Con le cose che propone nel decreto dignità lui farà in modo che le imprese, le piccole imprese, licenzino i ragazzi che sono assunti a tempo determinato”.

Infine Di Maio ricorda che intanto domani la Camera abolisce i vitalizi agli ex parlamentari. Finito con i vitalizi iniziamo con le pensioni d’oro”. E ribadisce la sua formula: “Se hai versato i contributi la pensione è tua, se no ti ricalcolo la pensione”.

Governo, Salvini: “Per i clandestini è finita la pacchia. Le ong? No a vicescafisti nei porti”

Il neoministro dell’Interno, in un comizio a Vicenza, rispolvera i toni da campagna elettorale sull’immigrazione. E avverte: “Guai a chi mette le mani addosso alle forze dell’ordine”. Tra poche ore sarà a Pozzallo, porto simbolo degli sbarchi, per il primo viaggio istituzionale

Abbandona gli abiti da ministro e si tuffa nella campagna elettorale, Matteo Salvini. È in Veneto impegnato in comizi per le amministrative e rispolvera i toni della propaganda: “Per gli immigrati clandestini è finita la pacchia, preparatevi a fare le valigie, in maniera educata e tranquilla, ma se ne devono andare”, ha detto in un incontro in piazza a sostegno del candidato sindaco leghista. Poi, un attacco durissimo alle Ong: “Stiamo lavorando e ho le mie idee: quello che è certo è che gli Stati devono tornare a fare gli Stati e nessun vicescafista deve attraccare nei porti italiani”. La strategia del leader leghista è chiara. Provare a dare conferme – arrivato al Viminale – rispetto alla battaglia chiave della campagna elettorale. La ruspa non è stata accantonata, nel nuovo ruolo, è il messaggio lanciato all’elettorato più estremista.

Migranti, Salvini: “Per i clandestini è finita la pacchia”

D’altra parte il primo viaggio “istituzionale” di Salvini sarà nel pomeriggio di domenica a Pozzallo, porto simbolo degli sbarchi (teatro proprio in queste ore dell’arrivo di un gruppo di 158 migranti). Un viaggio che è quasi un manifesto politico. Stamattina in realtà Salvini aveva adottato toni più dialoganti, durante la cerimonia per la festa del 2 giugno. “Siamo eleganti, sorridenti, democratici. Nelle prossime ore sentirò i ministri dell’Interno di diversi Paesi europei con cui collaborare e non litigare”, aveva detto.

Ong, Saviano: “Disgustose le parole di Salvini”

Ma l’immigrazione non è l’unico tema su cui il neoministro dell’Interno sceglie di fare la faccia feroce: “Sappiano gli uomini e le donne delle forze dell’ordine che il ministro e 60 milioni di italiani sono con loro e guai a chi mette le mani addosso a un uomo o una donna in divisa”, avverte. “Sono stufo dei delinquenti impuniti”.

Salvini, in realtà, ha dovuto affrontare oggi una prima grana, quella provocata dal ministro della Famiglia Lorenzo Fontanache in un’intervista al Corriere ha detto: “Le famiglie gay? Non esistono”. Parole che hanno provocato indignazione e polemiche e sono sembrate un attacco alle unioni civili. Salvini lo corregge solo in parte. “Io personalmente ritengo che il nostro paese debba ancora avere alcuni principi, come che la mamma si chiama mamma e il papà si chiama papà e il bambino viene al mondo se li ha e viene adottato se ci sono un papà e una mamma”, ha premesso. E poi: “L’amico Fontana ha detto oggi una cosa che mi sembra normale”, ma “sono cose fuori dal contratto di governo e non perderemo tempo su questo”. Altro problema arriva dalla ministra degli Affari regionali, Erika Stefani, in pressing sull’autonomia di Veneto e Lombardia. “O si fa, o il governo salta”, sono state le sue parole. Infine Salvini deve fare i conti con l’opposizione intransigente promessa da Berlusconi. “Dia una mano e non resti alla finestra”, è la risposta del leader leghista.

Calenda: “Alitalia, Lufthansa deve alzare l’offerta

Il ministro dello Sviluppo economico interviene sulle partite calde a Circo Massimo, su Radio Capital: “Da Tim vogliamo una rete neutrale”. Messaggio alla Cgil sulle pensioni: no allo scontro ideologico

MILANO – L’obiettivo del governo non è imporre una sanzione monstre a Telecom Italia, ma avere una rete neutrale e far capire che in Italia “gli approcci da Guyana francese non si accettano”. E sull’altra partita industriale-simbolo del Paese, quella dell’Alitalia, il messaggio ai tedeschi di Lufthansa è che se vogliono acquistarla dai commissari devono aprire di più i cordoni della borsa. Parole e musica del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, intervenuto stamattina a Radio Capital alla trasmissione Circo Massimo.

ALITALIA Arando Zeppieri  compra alitalia
Calenda si è soffermato sul tentativo di vendita dell’Alitalia, per la quale i commissari straordinari hanno avviato i colloqui con i potenziali interessati. “L’offerta di Lufthansa, così come è, va migliorata”, ha scandito. E quindi ha ribadito: “Su Alitalia quello che mi importa è che gli che italiani abbiano collegamenti più efficienti possibili e si mettano meno soldi possibili”. La situazione, conclude, “non deve ricadere sulle spalle degli italiani”.

Proprio ieri, il commissario della compagnia Luigi Gubitosi aveva detto che Alitalia può contare ancora su un tesoretto in cassa ed è abbastanza “forte” per potersi permettere di scegliere il miglior partner tra quelli che la corteggiano. In pancia all’aviolinea ci sono quasi 850 milioni di euro, dei 900 pompati con i prestiti ponte del governo, e “nonostante tutti i problemi il 2017 si chiuderà con una crescita dei ricavi dell’1%”, dopo tre segni negativi.

TELECOM
“Fare una multa più grande possibile a Telecom non è l’obiettivo né mio né del governo Gentiloni”, ha precisato Calenda invece riferendosi alla richiesta di sanzione e all’uso del Golden power da parte italiana nell’azienda, dopo che i francesi di Vivendi si sono portati al comando della stessa senza darne comunicazione a Palazzo Chigi nei tempi stabiliti dalla legge, quando si parla di una società “strategica”. “Nessuno vuole danneggiare Telecom, un asset italiano e un’azienda che ha 50.000 persone come occupate dirette e altre 20.000 indirette” nel nostro Paese, ha rimarcato Calenda. “Ma – ha aggunto – vogliamo che le regole siano rispettate: gli approcci da Guyana francese qui non si accettano”.

“Intanto – ha spiegato – la multa non è a Vivendi ma a Telecom e ha un processo di contradditorio complicato, giustamente visti gli importi. La priorità è che accettino la prescrizione sul Golden power e che riflettano sulla rete più neutrale e separata”. Calenda non ha mai fatto mistero di preferire una situazione in cui la rete telefonica è scorporata dalla società, per dividere infrastruttura e operatore dei servizi.

Durante l’intervista di Massimo Giannini, Calenda ha risposto a una domanda sui rapporti interni all’esecutivo specificando che “non c’è stato nessun gelocon il presidente del Consiglio”, Gentiloni, riguardo alla linea da tenere con Vivendi, primo socio di Tim. Calenda ha raccontato: “Ho fatto la proposta di uso del golden power che poi è passata attraverso Palazzo Chigi, con Gentiloni ho un rapporto di grandissima confidenza, ha un modo di lavorare che a me piace moltissimo, è una persona che lascia ampio spazio alla discussione”.

PENSIONI
A proposito delle possibili nuove norme sulle pensioni, il ministro dice:  “La Cgil ha il diritto di fare scioperi, ma credo che sia utile un approccio più sul merito e meno sulle bandiere.  Serve una discussione che si deve impostare in tempi e modi che diano risultati, altrimenti diventa una bandiera. Spero che questo sindacato non faccia politica. Non sono nella testa della Camusso, ma se tutto diventa uno scontro ideologico non si hanno risultati”. E ancora: “La proposta del governo ai sindacati sullo stop all’adeguamento delle pensioni alle aspettative di vita per alcune categorie è equilibrata”.  All’interno del sistema previdenziale ci sono “forti squilibri” tra chi è andato in pensione con il calcolo retributivo e chi con quello retributivo e prenderà pochissimi soldi fra molti anni, “penso ai giovani”.

ILVA
Non poteva mancare infine il riferimento all’acciaieria e alla partita con ArcelorMittal sul mantenimento di posti di lavoro e salari. Il confronto su Ilva “penso si debba chiudere rapidamente. Con un lavoro duro abbiamo ottenuto il riconoscimento dei livelli salariali precedenti, ora continua il confronto per abbassare il numero degli esuberi”, ha detto Calenda proprio mentre in Senato erano auditi i vertici della società indiana. “E’ previsto – ha aggiunto – un investimento pari a 5,3 miliardi di euro, il più grande nell’industria. Abbiamo convinto l’indiano con un pressing soave”.