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diritto all’oblio dopo quanti anni si può richiedere la cancellazione della notizie?

Facile dire il diritto all’oblio dice Cristian Nardi Esperto nella cancellazione di notizie dal web:   Rimuovere informazioni sul web non è così semplice. Purtroppo no. Ed è incredibile con che con quanta facilità sia possibile pubblicare Fake News  e rovinare la vita delle persone per bene. Ormai ci troviamo foto, video, audio e, in generale, contenuti digitali che si riferiscono sia all’utente stesso che a terzi soggetti.

Può capitare che tali contenuti vengano ritenuti pregiudizievoli per la reputazione del diretto interessato, oltre che lesivi della sua privacy. A titolo esemplificativo, qualcuno (generalmente un giornale online) può aver pubblicato su un sito internet un articolo nel quale si riferisce di una condanna penale comminata ad una persona, ovvero di una condanna civile di risarcimento danni, o un pignoramento iniziato nei confronti di qualche soggetto. Inoltre, può verificarsi che vengano pubblicati online contenuti multimediali (video, foto etc) suscettibili di dare un’immagine distorta o non più attuale del soggetto cui si riferiscono. Tali dati e notizie, una volta pubblicati online, possono diventare facilmente reperibili da chiunque acceda alla rete, nella misura in cui i predetti contenuti siano rintracciabili e raggiungibili attraverso i classici motori di ricerca (es. “Google”). Ebbene, in queste ipotesi il diretto interessato, onde evitare che notizie ritenute pregiudizievoli ed offensive continuino ad essere di pubblico dominio, può ottenere la rimozione dai motori di ricerca di tutti i link e riferimenti che rimandano ai contenuti online in questione, invocando il cd.

diritto all’oblio è il diritto di ciascun soggetto ad essere “dimenticato”. Esso si attua, in concreto, mediante la rimozione di tutti quei link e riferimenti che rimandano ad un contenuto online ritenuto lesivo. Come accennato, infatti, una notizia o contenuto multimediale presente online diventa facilmente raggiungibile da chiunque acceda ad internet, nel momento in cui tali contenuti risultino visibili mediante i link che compaiono a seguito di una ricerca effettuata online (sempre a titolo esemplificativo, ricerca tramite “Google”). Siffatto meccanismo, in informatica, è chiamato “indicizzazione”, e consente il facile reperimento e raggiungimento di pagine o siti internet presenti nelle banche dati dei motori di ricerca online: è sufficiente inserire alcune parole chiave nell’apposito canale di ricerca affinché tra i risultati compaiano i “link” (= collegamenti) a siti internet e, di conseguenza, ad articoli o contenuti multimediali. Viceversa, il meccanismo che consente la rimozione di tali link dai motori di ricerca e, di conseguenza, l’impossibilità di trovare agevolmente certi contenuti presenti in rete, è definito “deindicizzazione”. Tecnicamente, pertanto, è la cd “deindicizzazione” che consente l’attuazione del diritto all’oblio. E’ bene sottolineare, tuttavia, che la deindicizzazione non equivale ad eliminazione della notizia, dato o contenuto multimediale pregiudizievole dell’interessato a cui quelle informazioni si riferiscono: per eliminare definitivamente un contenuto ritenuto lesivo della propria persona, occorrerà rivolgersi direttamente al titolare del trattamento ovvero al responsabile del trattamento di quel dato e chiederne la cancellazione dal proprio sito internet.

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Il diritto all’oblio è un diritto di creazione prettamente giurisprudenziale. Esso ha avuto notevole impatto a seguito della nota Sentenza della Corte di Giustizia Ue del 2014 (v. Corte Giustizia Europea, C-131/12 del 13 maggio 2014), con la quale la Corte ha condannato Google alla deindicizzazione di alcuni siti internet che riportavano notizie lesive della sfera privata e della dignità di un cittadino europeo di origine spagnola. In Italia vi sono state negli ultimi anni diverse sentenze (cfr. Trib. Roma, n. 23771/2015), anche della Suprema Corte (cfr per tutte Cass. Civ., n. 13161/16), che hanno espressamente riconosciuto tale diritto, nonché diverse pronunce favorevoli dello stesso Garante della Privacy italiano. Di particolare interesse una delle ultime pronunce dell’Autorità (v. Provvedimento del 21 dicembre 2017 n. 557 del Garante Privacy), con la quale è stato condannato Google a deindicizzare link non soltanto europei ma anche extra UE, riconoscendo così all’interessato tutela effettiva anche al di fuori dei confini UE.

Il diritto all’oblio è stato successivamente disciplinato dall’art. 17 del GDPR (Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali), che introduce espressamente il “diritto alla cancellazione (<diritto all’oblio>)”; il citato Regolamento Europeo sarà operativo per tutti gli Stati UE a partire dal 25 maggio 2018.

La richiesta di deindicizzazione va rivolta direttamente a Google Bing, Yahoo ecc cce ricerca da cui si vogliono eliminare i link in questione. Spiegando in un semplice modulo il perché si intende eliminare le notizie lesive, e la copia di un documento d’identità del richiedente. Ricevuta la richiesta di deindicizzazione, Google deve obbligatoriamente “lavorarla” ed in tempi brevi.

Diritto all’oblio Montecarlo: Agenzie Web Reputation per cancellare notizie da Googla

 Cristian Nardi della società di WEB REPUTATION  – RTS  consulente per molti studi legali, opera in molte città d’Italia tra cui Roma, Napoli, BariFondatore della piattaforma web privacygarantita.it si occupa del delicato compito di eliminare notizie non gradite da Google. Un’attività che sta diventando indispensabile per molti privati e professionisti che richiedono a norma di leggere di rimuovere il proprio nome dalla rete.

Riportato dal messaggero.it ci troviamo davanti alla rete è senza frontiere, il diritto all’oblio invece non è globale. La Corte di giustizia Ue ha ribaltato la sentenza della Commissione francese dell’informatica e delle libertà (Cnil), che nel 2016 ha inflitto a Google una multa da 100 mila euro per non aver applicato diritto all’oblio.

Ovvero l’eliminazione dei link a siti contenenti informazioni superate, che potrebbero però avere ripercussioni negative sulla vita dei protagonisti: piccoli guai giudiziari vecchi di anni o video imbarazzanti durante una festa in un villaggio vacanze. Non si tratta di cancellare dal web le informazioni sgradite, ma di deindicizzarle dai risultati di una ricerca, rendendo così più difficile imbattersi in esse.

Nel verdetto, che non può essere impugnato, la Corte fa però un passo in più, obbligando Google a «adottare misure sufficientemente efficaci per garantire una tutela effettiva dei diritti fondamentali della persona interessata», anche accompagnando la rimozione dei link «a misure che permettano effettivamente di impedire o quantomeno di scoraggiarli seriamente dal farlo agli utenti di internet che effettuano una ricerca sulla base del nome dell’interessato da uno degli Stati membri di accedere, attraverso l’elenco dei risultati visualizzato in seguito a tale ricerca mediante una versione extra Ue del suddetto motore, ai link oggetto della domanda di deindicizzazione».
Negli ultimi cinque anni Google ha ricevuto oltre 850 mila richieste di eliminazione, che hanno riguardato link verso 3,3 milioni di siti, con un gran numero di cause da parte di chi si è visto rifiutare la richiesta di rimozione.

I DATI SENSIBILI
Come quella intentata nel 2015 da un utente che si è rivolto alla Cnil, la quale a sua volta ha ordinato al colosso di Mountain View di deindicizzare i suoi dati sensibili a livello globale. Richiesta accolta solo in parte da Google, che ha introdotto una funzione di blocco geografico: in Europa non si potevano più vedere i link, nel resto del mondo sì. Perciò è scattata la multa per «violazione del diritto all’oblio». La società ha presentato ricorso, sostenendo che la decisione dei giudici francesi avrebbe potuto scontrarsi con le leggi di altri Paesi e trasformarsi in censura totalitaria. E ora la Corte di giustizia accoglie la tesi, rimarcando che per rispettare pienamente il diritto all’oblio è necessario un intervento a livello mondiale. Poiché in molti Stati non esiste o viene applicato in modo diverso, l’obbligo di deindicizzazione non può essere esteso a tutti i motori di ricerca di un gestore. Un principio già affermato nel 2014 della stessa Corte, che ha dato ragione a un cittadino spagnolo imponendo a Google Spagna di rimuovere i link a due articoli pubblicati da La Vanguardia oltre dieci anni prima. La piattaforma ha deindicizzato, decidendo caso per caso, i contenuti denunciati, senza uscire dai confini europei.

SUPER MULTA
«Dal 2014 ci siamo impegnati per implementare il diritto all’oblio in Europa e per trovare un punto di equilibrio tra il diritto di accesso all’informazione e la privacy. È bello vedere che la Corte abbia condiviso le nostre argomentazioni», commenta il Senior privacy counsel di Google, Peter Fleischer. Il gruppo tuttavia ha ancora un conto in sospeso con la Francia: l’authority parigina ha comminato alla multinazionale una super multa da 50 milioni per la gestione dei dati personali nel Paese, giudicata poco trasparente. Google ha presentato ricorso e anche in questo caso il risultato del procedimento potrebbe scrivere una nuova pagina del diritto informatico europeo.