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Chi è Lodovico Berra? un curriculum lungo 40 anni: Professore, psichiatra, opinioni, recensioni, Libri.

Laureato in Medicina e Chirurgia presso l‘Università di Torino, specializzato in Psichiatria nella stessa università. Dal 1993 abilitato all’esercizio della psicoterapia dall’Ordine dei Medici di Torino.

Si è perfezionato negli Stati Uniti presso il Duke Medical Center a Durham, nel North Carolina (Fellowship in ECT), presso il dipartimento di Psichiatria Biologica della Columbia University, a New York (Fellowship in ECT) e alla Harvard Medical School di Boston (Master in Psicofarmacologia). Ha poi completato a Philadelphia (USA) il training di formazione previsto dall’American Society of Clinical Hypnosis, ottenendo l’iscrizione all’elenco degli ipnotisti della stessa associazione  come membro internazionale.

Nel 1994 ha conseguito il diploma quadriennale di consulente e psicoterapeuta in Sessuologia presso l’Istituto Internazionale di Sessuologia di Firenze, sotto la direzione di Giorgio Abraham e Willy Pasini. Negli anni dal 1990 al 1998 ha poi effettuato una formazione analitica personale di orientamento junghiano, frequentando lo Jung Institut di Zurigo.

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Dal 1993 collabora, come docente e consulente, con la Scuola di Psicologia del centro COSPES, oggi IUSTO. Qui ha organizzato la Scuola Italiana di Psicoterapia Esistenziale (SIPE) e la Scuola Superiore di Counseling Filosofico (SSCF). Lodovico Berra è direttore dell’Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia, Psichiatria, ISFiPP, socio fondatore di IUSTO, Istituto Universitario Salesiano Torino Rebaudengo, sede aggregata dell’Università Pontificia Salesiana (UPS) dove dal 2005 è stato professore stabilizzato di “Psicologia fisiologica e psicobiologia” e poi docente di Psicobiologia e Neuroscienze. Dal 2001 è docente di Psicologia clinica, Psicoterapia e Psichiatria  presso l’ISFiPP.

Dal 2013 è Editor-in-chief della rivista di psicoterapia e psicologia esistenziale “Dasein Journal” e dall’anno 2005 della “Nuova Rivista di Counseling Filosofico”

Nel 2015 è stato riconosciuto “International Fellow” dell’American Psychiatric Association, dopo oltre 20 anni di appartenenza all’associazione. È attualmente membro ordinario di numerose società tra cui la British Association of Psychopharmacology (BAP), la Society for Existential Analysis (SEA), l’American Society of Clinical Hypnosis (ASCH), la Harvard Medical School Postgraduates Association e la International Federation of Daseinanalysis.

Dal 1991 Lodovico Berra esercita la libera professione nel suo studio di Torino.

Principali pubblicazioni

Berra L. “La voce della coscienza: l’angoscia come via alla trascendenza” Il segno dei Gabrielli Editori, 2004.

Berra L. “Oltre il senso della vita. Depressione ed esistenza” Apogeo, 2006.
Berra L. “Meditazione Metafisica. Manuale di pratica filosofica” ISFiPP Edizioni, 2009
Berra L. “Manuale di psicoterapia esistenziale” Libreria Universitaria ed., 2011
Berra L.. (a cura di) “Filosofia ed esistenza. Logoterapia, analisi esistenziale e counseling filosofico” Libreria Universitaria ed., 2012
Berra L. “Angoscia esistenziale. Teoria e clinica” ISFiPP edizioni, 2017
Berra L. “La dimensione depressiva. Dalla depressione patologica alla depressione esistenziale” Libreria Universitaria, 2018
Berra L. “La regola della vita. Il morire e l’angoscia di morte” ISFIPP edizioni, 2021
Altre informazioni

Torino, rene asportato a paziente sveglio di 170 chili: prima volta al mondo, l’anestesia sarebbe stata fatale

L’operazione in laparoscopia alle Molinette a causa di un tumore, ora l’uomo sta bene. La Città della Salute: primo intervento del genere al mondo

di CRISTINA PALAZZO

Asportato, per la prima volta al mondo, un rene per un tumore in laparoscopia su un paziente di 170 chili che è rimasto sveglio. È senza precedenti nella letteratura medica a livello mondiale l’intervento portato a termine nell’Urologia universitaria all’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino. Al paziente, un torinese di 62 anni con una grave forma di obesità e problemi di respirazione, due mesi fa era stata riscontrata una massa nel rene sinistro. Si sospettava un tumore, così è iniziata la valutazione terapeutica, per molti versi drammatica: l’anestesia totale era infatti ad altissimo rischio, così da far sorgere dubbi sulla possibilità di un’asportazione chirurgica, peraltro già molto problematica a causa dell’accesso molto invasivo. 

A proporre l’approccio innovativo per la laparoscopia addominale oncologica-urologica è stato il dottor Fabio Gobbi, esperto di anestesie periferiche della Rianimazione ospedaliera diretta dal dottor Pier Paolo Donadio. L’intervento è stato eseguito totalmente in anestesia spinale, così che il paziente è potuto restare sveglio, evitando la narcosi che avrebbe avuto un rischio elevato di essergli fatale. Al paziente era stato spiegato che se l’intervento non fosse andato come previsto si sarebbe proceduto a un’intubazione, con il rischio, perrò, di non risvegliarsi.

Anche perché, non essendo riportati in letteratura mondiale casi di precedenti interventi di laparoscopia urologica addominale a paziente sveglio, l’urologo (il professor Paolo Gontero, direttore dell’Urologia universitaria dell’ospedale Molinette) non era in grado di prevedere se l’anestesia periferica avrebbe consentito al paziente di espandere a sufficienza la cavità addominale per consentirgli lo spazio necessario per condurre la nefrectomia laparoscopica.

Altro punto critico, la breve durata dell’anestesia che avrebbe richiesto un’esecuzione dell’intervento in tempi rapidi. Così è stata messa a punto un’azione sincronizzata dei tempi tra l’anestesista, il dottor Gobbi, e il professor Gontero: l’intervento è stato coronato dal successo, con l’asportazione del rene malato al paziente sveglio. Il decorso postoperatorio si è svolto in modo regolare, grazie all’assistenza del reparto di Nefrologia universitaria diretta dal professor Luigi Biancone. 

“L’anestesia periferica è stata la chiave del successo di questo intervento laparoscopico, consentendo di ridurre l’impatto chirurgico in un paziente che per la sua fragilità non avrebbe probabilmente superato l’anestesia – afferma il professor Gontero – La collaborazione multidisciplinare è ciò che ha permesso di sperimentare con successo un approccio assolutamente innovativo, che consentirà di effettuare interventi di laparoscopia oncologica-urologica anche in altri pazienti con rischio operatorio molto elevato”

“Volevo uccidere, ho scelto Stefano perché mi sembrava felice”. Ragazzo di 27 anni confessa l’omicidio dei Murazzi

Torino era buona la prima pista per il delitto: il gesto di un folle

di OTTAVIA GIUSTETTI e CARLOTTA ROCCI

Voleva uccidere qualcuno e ha scelto Stefano Leo “perché fra i tanti mi sembrava felice”. Il movente dichiarato dal killer è quanto di più sconvolgente si possa immaginare. “Io volevo ammazzare un ragazzo come me , togliergli tutte le promesse che aveva, toglierlo ai suoi figli e ai suoi parenti.“ Un movente che scatena un brivido lungo la schiena” dice il procuratore Paolo Borgna. “Anche per questo ci sentiamo di dire che siamo vicini più che mai alla famiglia”.

Omicidio Stefano Leo, la confessione di Said

E’ in questi termini la confessione che Said Machaouat, il 27enne che ieri si è consegnato ai carabinieri attribuendosi l’omicidio commesso a Torino in riva al Po il 23 febbraio, ha reso a chi gli ha rivolto delle domande sull’accaduto. Il giovane ha origini marocchine e cittadinanza italiana. Ha spiegato che da tempo, a causa delle sue vicissitudini, non riusciva a uscire dalla depressione e dalla sofferenza. “La cosa peggiore – avrebbe detto a proposito del suo passato – è sapere che il mio bimbo di quattro anni chiama papà l’amico della mia ex compagna.  Nel giro di pochi mesi infatti Said, che era stato condannato per maltrattamenti in famiglia, era stato lasciato dalla compagna, che non gli lasciava più vedere il figlio, aveva perso il lavoro da cuoco ed era finito in mezzo a una strada.
“Volevo uccidere una persona la cui morte avesse una buona risonanza non un vecchio, un 40enne di cui non avrebbe parlato nessuno”. E’ questa una delle frasi che avrebbe pronunciato durante l’interrogatorio Said che avrebbe poi raccontatodi aver comprato il set di coltelli per circa 10 euro. “Erano coltelli colorati, me ne sono liberato subito tenendo quello che mi sembrava più adatto a quello che dovevo fare”. “Ho aspettato che passasse quello giusto, non so nemmeno io chi aspettavo, poi è passato un ragazzo gli sono andato dietro e l’ho accoltellato”,

Omicidio Leo, il procuratore di Torino: “Stefano ucciso perché sembrava felice”

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“Un movente sconvolgentemente banale che fa venire i brividi alla schiena”, commenta il procuratore capo Paolo Borgna che aggiunge: “In tutte le indagini complesse a un certo punto c’è bisogno di un colpo di fortuna, ma il colpo di fortuna serve se sullo sfondo ci sono indgini condotte da investigatori tenaci, competenti e pressanti. L’Arma, in stretto coordinamento con i magistrati, ha fatto un lavoro intelligente pressante e tenace anche nei momenti di pessimismo. Ieri nel giro di mezz’ora sulla base delle immagini già analizzate, pronte per essere confrontato il racconto dell’uomo che si è costituito, è stato possibile  fare un’analisi”. Said in base alle indagini aveva comprato il coltello con cui ha poi ucciso Stefano Leo, proprio quella mattina 


Omicidio Stefano Leo, le indagini

“Nelle cinque settimane dopo il delitto – ha detto il comandante dei Carabinieri, il colonnello Francesco Rizzo – è stato svolto un lavoro investigativo minuzioso che ha consentito di raccogliere numerose fonti di prova senza mai trascurare alcuna ipotesi”. È vero che alla fine è stato un colpo di fortuna a imprimere una svolta ma gli elementi raccolti sono quelli che “hanno consentito qualche settimana fa di smascherare un mitomane (anche lui si era presentanti autoaccusando si del delitto, ndr) invece ieri ci hanno consentito di riscontrare l’attendibilità della confessione”. Le indagini sono tuttora in corso, ha aggiunto il comandante provinciale – per documentare ulteriormente la dinamica dell’omicidio e il movente.  Vogliamo verificare tutti gli spostamenti  del fermato prima e dopo l’omicidio. Vogliamo capire se prima del 23 febbraio abbia mai incontrato la vittima”.

“Machaouat si è allontanato in bus dal luogo dell’omicidio. Per questo le telecamere che lo riprendono  mentre fugge dai Murazzi non lo intercettano più quando esce dal lungo Po. Il fermato  ha ammesso di aver avuto una discussione con un passante prima dell’omicidio. Anche questo coincide con il quadro che avevamo ricostruito”, spiega il comandante del nucleo operativo, il colonello Giuliano  Gerbo.

Omicidio Stefano Leo, il colpo di scena

La notizia del fermo era arrivata nella tarda serata di ieri. Said Machaouat è in stato di fermo da poco prima della mezzanotte. E’ lui il presunto assassino di Stefano Leo. È un cittadino italiano di origini marocchine con piccoli precedenti penali che ha confessato di aver ucciso il giovane commesso biellese il 23 febbraio ai Murazzi. I carabinieri del nucleo investigativo ritengono che la sua confessione sia attendibile perché i dettagli che ha fornito sono coerenti e concordanti e soprattutto perché ha fatto ritrovare un’arma che da un primo esame risulta compatibile con l’arma del delitto. Era custodita in una cassetta di derivazione dell’Enel in piazza d’Armi, a chilometri di distanza rispetto il luogo del delitto.

Il giovane, nel pomeriggio di ieri,  poche ore dopo la marcia organizzata dagli amici e dal padre di Stefano Leo per chiedere che si facesse luce sul delitto dopo cinque settimane, si è presentato spontaneamente per riferire sull’omicidio in questura: i responsabili  hanno immediatamente avvisato i carabinieri  titolari dell’inchiesta e i pm Ciro Santoriello e Enzo Bucarelli. I militari hanno allora portato il sospettato negli uffici del comando provinciale di via Valfrè dove, alla presenza del difensore di fiducia, Basilio Foti, è stato interrogato. Non ci sarebbe movente, a quanto dice Machaouat, l’incontro tra i due sarebbe stato del tutto casuale e l’assassino avrebbe agito obnubilato da un raptus. L’uomo fermato per il delitto è senza fissa dimora ed è seguito dai servizi sociali. La compagna, italiana, gli avrebbe negato da tempo la possibilità di vedere i figli.

Runner disperso da una settimana sulla montagne del Biellese

Fenaroli era uscito per un allenamento, in valle Cervo

di CARLOTTA ROCCI

Sono riprese questa mattina le ricerche di Maurizio Fenaroli, il runner biellese disperso da sabato scorso a Piedicavallo in Valle Cervo, provincia di Biella. Sono impegnati oltre 20 tecnici del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese, un’unità cinofila da ricerca in superficie e un’unità cinofila molecolare proveniente dal servizio valdostano. Stanno collaborando alle ricerche i vigili del fuoco e il Soccorso Alpino della guardia di finanza, che hanno messo a disposizione i loro elicotteri per le ricerche.
Si tratta di un’operazione molto complessa perché l’uomo è probabilmente partito da casa per una sessione di allenamento di corsa in montagna e potrebbe aver coperto una porzione molto ampia di territorio.

Torino: stop ai divieti antismog, si rimettono in moto centomila Euro3 diesel

Fino a ottobre liberi di sgasare: poi forse addio deroghe

di MARIACHIARA GIACOSA

Dieci giorni dopo quella meteorologica, arriva la “primavera dei motori”. Da lunedì rientrano i divieti anti-smog e scatta il “liberi tutti” anche per i 100 mila veicoli diesel euro 3 fermi da ottobre. Giovedì il controllo dei tecnici dell’Arpa sul livello degli inquinanti ha chiuso per questa prima parte dell’anno la stagione dei semafori: fino all’autunno non scatterà più alcun blocco del traffico. D’altra parte già marzo è stato senza stop.
Il semaforo arancione, che blocca le auto diesel euro 4, si è acceso per 25 giorni dallo scorso ottobre, quando sono entrate in vigore le misure del protocollo padano, e per 8 volte è scattato quello rosso, che lascia in garage anche gli euro 5 diesel immatricolati entro il 2013. Fermi invece per 168 giorni filati, dalle 8 alle 19, i vecchi diesel euro 3: per loro il blocco era partito il 15 ottobre, in ritardo di due settimane per la vicenda delle deroghe per ambulanti e artigiani. Ecco un altro capitolo che è destinato a chiudersi con questa stagione. L’ecobonus per la rottamazione dei mezzi inquinanti è arrivato infatti solo a fine anno, ma ora per le imprese che vogliono ammodernare il parco mezzi ci sono 4 milioni. Una misura che però fatica a decollare: potrebbe avere più appeal ora che al fondo sono stati aggiunti 2,5 milioni per le auto private, usate per lavoro.

Le modalità con cui funzioneranno i divieti il prossimo inverno dovranno essere discusse tra i sindaci. «Convocherò il tavolo smog, ma solo dopo le elezioni di fine maggio perché molti comuni vanno al voto ed è giusto aspettare i nuovi interlocutori – spiega Barbara Azzarà, consigliera della Città metropolitana con delega all’ambiente – Con loro valuteremo l’applicazione del protocollo anti-smog per la prossima stagione». Il Comune di Torino però conferma i paletti già annunciati lo scorso anno: niente più deroghe ai divieti, perché c’è stato un anno di tempo per organizzarsi. E sul Piemonte, maglia nera dello smog, pende una procedura europea di infrazione proprio su questi temi.
Nonostante i blocchi del traffico, per la qualità dell’aria è stato comunque un brutto inverno: 97 giorni di sforamento e 33 di stop al traffico. Il primo semaforo della stagione è scattato il 4 dicembre quando è iniziato un filotto di divieti, interrotto solo da alcuni giorni di vento e dallo stop deciso dai sindaci per l’Immacolata, Natale e Santo Stefano. È andata pure peggio a gennaio e febbraio: polveri fuori legge per 29 giorni su 30 nel primo mese dell’anno e per 26 nel secondo. E anche di qualità dell’aria si parla da domani sul Treno verde di Legambiente che fa tappa alla stazione di Torino Porta nuova fino a lunedì. Tre giorni di appuntamenti per sensibilizzare anche su mobilità sostenibile, efficienza energetica e fonti rinnovabili. Domenica, alle 10,30, è in programma un flashmob sullo smog di fronte alla stazione.

Torino, la città blindata in attesa della manifestazione anarchica

Già arrestati quattro giovani in arrivo dal Veneto con bombe carta e maschere antigas 

di CARLOTTA ROCCI

Da questa  mattina il centro di Torino è presidiato da decine di uomini delle forze dell’ordine, molti in borghese in attesa del corteo anarchico  che promette di “bloccare la citta”. Cinque i punti di concentramento dei manifestanti, moltissimi gli esponenti del mondo anarchico che sono arrivati a Torino da tutta Europa, soprattutto dalla  Francia. La maggior parte di chi arrivava da fuori ha trovato appoggio nella notte nella nuova scuola occupata martedi dagli anarchici in via Salvo  d’Acquisto. Da qui partiranno tra poco i manifestanti diretti in piazza  della Repubblica, uno dei punti  di ritrovo insieme  al Valentino, largo Saluzzo, il campus Einaudi e piazza Benefica. Molti i controlli preventivi disposti dalla questura che, con carabinieri e finanza presidia il quartier generale della Lavazza, il grattacielo di intesa Sanpaolo e il centro,  blindato. La città di Torino  ha disposto la chiusura dei dehors in molte vie e piazze del centro:i n piazza Castello alcuni commercianti hanno incatenato sedie e tavolini per evitare che possano essere lanciati dai manifestanti.

Questa mattina la digos ha fermato una donna vicino alla scuola  di via Tollegno. Nella notte al casello di Rondissone sono stati fermati quattro anarchici provenienti dal  4 persone provenienti dal Veneto. Durante il controllo dell’auto su cui viaggiavano, gli agenti hanno trovato,  bombe carta;  maschere antigas, fumogeni,  un coltello e guanti.  I quattro, tutti tra 25 e 29 anni sono stati arrestati per detenzione  di materiale esplodente. A un uomo di 39 anni originario di Cremona e fermato a Novi Ligure  su un treno diretto a Torino è stato consegnato un foglio di via. Molto il materiale sequestrato dagli agenti.

fonte: repubblica.it

Vercelli, la Magna Charta Libertatum arriva all’Arca con eccezionali misure di sicurezza

La Magna Charta Libertatum è arrivata a Vercelli in gran segreto dall’Inghilterra, con un volo fino all’aeroporto della Malpensa e poi, su un furgone blindato scortato da due auto della polizia stradale. Eccezionali misure di sicurezza per il manoscritto redatto nel 1217, proveniente dalla Cattedrale di Hereford, ritenuto da molti studiosi il primo documento fondamentale per il riconoscimento universale dei diritti del popolo, nonché quello  che ha decretato la nascita del moderno stato di diritto. Il prezioso carico è stata poi portato all’interno del Polo Espositivo dell’Arca di San Marco da due guardie private con i polsi saldamente ammanettati alla cassa di metallo usata per il trasporto, circondate da poliziotti armati. La Magna Charta sarà visibile dal 23 marzo al 9 giugno. 

di Alessandro Contaldo

L’ARTICOLO: Vercelli, scortata con le manette arriva “la Magna Charta della libertà”

Travolta e uccisa alla Gran Madre, un anno e quattro mesi al camionista che non si accorse di nulla

Torino: è una delle prime condanne per omicidio stradale

Con il suo camion aveva investito e ucciso una donna in corso Moncalieri, trascinando il suo corpo per oltre 300 metri. E quando era stato rintracciato, a Nocera Inferiore dove ha sede la ditta per cui lavora, aveva spiegato di non essersi accorto di nulla. Ieri l’autista del tir, Giovanni D’Aniello, 52 anni, di Scafati, provincia di Salerno, è stato condannato a un anno e quattro mesi di carcere con l’accusa di omicidio stradale. E’ una delle prime condanne per omicidio stradale. D’Aniello ha beneficiato dello sconto di un terzo della pena per il rito abbreviato e gli sono state concesse le attenuanti generiche. A lui i vigili urbani erano arrivati dopo un paziente lavoro grazie all’immagine di una telecamera in piazza Gran Madre. Dai tre numeri di targa “memorizzati” dal’occhio elettronico si era risaliti al mezzo di proprietà della Cms Costruzioni metalliche Santanicola di Nocera Inferiore.

L’incidente era accaduto il primo febbraio di un anno fa: la vittima si chiamava Giuliana Minuto ed era stata travolta sulle strisce pedonali in corso Moncalieri, non lontano da casa.Il gup ha disposto una provvisionale di 90 mila euro ai familiari della vittima.  “È stata riconosciuta giustizia – ha commentato l’avvocato di parte civile Antonio Rossomando – La responsabilità del conducente è stata ritenuta evidente”.

Torino: svolta nel giallo Prinzi, due arresti per l’omicidio dell’assassino del trans Valentina

Per i carabinieri movente legato alla nuova attività dopo l’uscita dal carcere: la compravendita di orologi

di SARAH MARTINENGHI

Tre mesi di indagini serrate e l’omicidio di Umberto Prinzi è arrivato alla svolta decisiva: i carabinieri del nucleo investigativo hanno individuato, e fermato, due torinesi, già con precedenti, con l’accusa di aver ucciso l’ex assassino del trans Valentina. Hanno 47 e 51 anni. Ma non si è trattato di una vendetta legata al passato, non ci sarebbero legami tra la morte di Prinzi, avvenuta il 14 dicembre 2018, e l’uccisione di Valentina avvenuta nel1995 per la quale aveva scontato 22 anni di carcere.
Uscito dal carcere nel 2017, Prinzi si era inserito in un giro di compravendita di auto usate. Affari finiti male sarebbero proprio il movente dell’omicidio: un regolamento di conti terminato con due colpi di pistola alla nuca. Così infatti era stato ucciso l’ex detenuto, e il suo corpo era stato gettato in una boscaglia ai lati di una strada in collina a Moncalieri.
I carabinieri coordinati dal pm Laura Longo sono riusciti a risalire all’identità dei due presunti killer dopo aver ritrovato l’auto nera di Prinzi, al cui interno erano state rinvenute vistose tracce di sangue. L’ex assassino di Valentina, secondo i carabinieri, sarebbe stato ucciso proprio mentre era seduto sul sedile della sua Delta nera. +

fonte:repubblica.it

Biella, i cuccioli di cinghiale affidati a un’azienda di salami

Polemica per la gestione degli animali, entrati in un giardino, da parte delle guardie venatorie: la madre uccisa e i piccoli in macelleriadi CARLOTTA ROCCI

L’allarme è scattato qualche giorno fa quando un cinghiale adulto, femmina, è comparso in un giardino privato di Bioglio, in provincia di Biella, in compagnia dei suoi cinque cuccioli nati da pochissime ore. La padrona di casa si è spaventata e ha chiamato il numero unico 112. Sono arrivati i carabinieri e  una guardia venatoria della provincia di Biella. Alla fine la madre è stata abbattuta perché giudicata pericolosa. I piccoli, invece, sono stati “risparmiati”, ma non per molto, visto che gli uffici provinciali hanno deciso di affidarli a un’azienda che alleva cinghiali a fini alimentari. I cinque cuccioli sono insomma salvi fino a quando non arriverà il momento di farne salami.

La notizia ha indignato le associazioni animaliste della zona, che ora hanno lanciato una campagna per salvare i cinque cuccioli e affidarli ad un ente che possa prendersene cura e magari “reinserirli in natura dopo essere stati sterilizzati”.

“Sapevamo che per questa decisione ci avrebbero attaccato – commenta Giorgio Mosca, dirigente della Provincia di Biella che da tre anni si è accollato anche la gestione dell’attività venatoria – Ma ci troviamo tra l’incudine e il martello perché  cinghiali sono un problema: provocano incidenti e distruggono i campi e infatti è in atto una politica di contenimento. Ma quando poi ci troviamo a gestire queste emergenze veniamo attaccati perché non salviamo mamma e cuccioli”. Chi ha deciso di affidare i piccoli all’azienda alimentare sostiene che in natura sarebbero morti perché troppo piccoli per sopravvivere senza la mamma. “Con il senno di poi forse anche la madre si sarebbe potuta salvare perché non era così pericolosa, ma in quel momento è stata presa una decisione diversa”, spiegano ancora dalla Provincia.