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Trasferirsi su un’isola: ricerca di un vero benessere o fuga dalla realtà?

Il sogno di cambiare luogo e stile di vita c’è sempre stato, ma ora molti passano ai fatti. Non riconoscendosi più in un sistema di consumi e produttività a tutti i costi e stanchi di una tecnologia che ha tolto il piacere di costruirsi la vita con le proprie mani

Ha fatto discutere il caso riportato sul Corriere della Sera dell’imprenditore italiano Simone Perotti che, con la moglie, ha deciso di cambiare completamente vita e trasferirsi in un’isola greca, senza abitanti, dove ripartire da zero: costruirsi una casa, ridurre i consumi, dedicarsi ad auto produrre il necessario per vivere. Molti di noi, spesso sommersi dallo stress, sogniamo una fuga in qualche paese tropicale, o comunque un ritorno alla semplicità, alle origini, ai ritmi della natura. Questo richiamo atavico sicuramente fa eco alla nostra ricerca intrinseca di benessere psicofisico, ma allo stesso tempo è in netto contrasto con lo stile di vita frenetico e pieno di stress che caratterizza la società moderna.



La fuga dalla società è dunque una sana ricerca della felicità? O una malsana fuga dalla realtà? Qual è il confine tra queste due prospettive Partiamo da un presupposto: se la nostra mente è sana ed è in un buon equilibrio, riusciremo a trovare il nostro benessere in qualsiasi posto al mondo, quindi, possiamo partire tranquillamente anche per un’isola deserta! Attenzione però, al contrario, se la condizione di partenza è uno stato di malessere, di ansia o di depressione e speriamo che fuggire lontano possa aiutarci, forse stiamo sbagliando.



Il luogo dove siamo costretti a vivere è il nostro corpo, e prima di tutto, dobbiamo stare bene in noi stessi. Poi, ben venga se riusciamo ad avere la creatività, il coraggio e l’energia per abbandonare la nostra vita tipica dell’era digitale e riavvicinarci alla natura e a ritmi di vita più eco-compatibiliCerto, tutto ha dei costi: vivere in un’isola comporta non avere una serie di servizi e agevolazioni, richiede rimboccarsi le maniche e darsi da fare per auto produrre almeno una parte dei beni alimentari necessari, ma certo ci toglie dallo stress dei ritmi serrati del lavoro o dalla frenetica vita della città. La nostra salute forse ne risentirà positivamente ma attenzione a non dimenticare che l’uomo è un animale sociale: anche la vita di comunità è un bene prezioso.

La sfida più interessante forse è proprio questa: traditi dalla promessa del digitale che avrebbe dovuto semplificare le nostre vite – ma per certi versi ci ha portato invece ancora più lavoro – riusciremo a costruire una società più green, più sana e meno frenetica nel luogo dove viviamo?

Forse i nostri figli ci ringrazierebbero.

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