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Tre giorni prima della crisi: Renzi vuole un Dem o Draghi a Palazzo Chigi

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Redazione
04 gennaio 2021 06:58

“Anziché venire in Aula a scusarsi, Conte ha scelto di fare una conferenza stampa senza  dicendo: “Ci vediamo in Parlamento”. Lo aspettiamo al Senato, allora, che posso dire di più?”: nell’intervista che rilascia oggi al Corriere della Sera Matteo Renzi torna a sfidare il presidente del Consiglio e preannuncia che le sue ministre Elena Bonetti e Teresa Bellanova sono pronte a dimettersi il 7 gennaio, quando il premier porterà in consiglio dei ministri il nuovo Recovery Plan. E mentre Palazzo Chigi apre al Conte-Ter e al rimpasto, la situazione per il governo si fa sempre più critica. 

Tre giorni prima della crisi: Renzi vuole un Dem o Draghi a Palazzo Chigi

Perché l’operazione di sostituzione di Italia Viva con un gruppo di Responsabili sembra ormai definitivamente saltata e non ci sono alternative per Conte a trattare con Renzi. Ma anche perché i termini della trattativa potrebbero essere inaccettabili: il leader di Iv torna a chiedere di prendere i soldi del Meccanismo Europeo di Stabilità e dice che non ha intenzione di chiudere l’accordo con un ministro o un sottosegretario in più. Ma soprattutto batte sulla delega ai servizi segreti che Conte ha annunciato di voler tenere per sé nella conferenza stampa della fine dell’anno a Villa Madama. E dice di non aver paura delle elezioni: “Per due motivi. Uno, perché le elezioni non fanno paura a chi è abituato a misurarsi con il consenso come i nostri colleghi che vengono da una bella gavetta: più della metà di loro ha fatto il sindaco o l’amministratore locale, ha preso voti con le preferenze, non è alla prima esperienza. Il secondo motivoèancora più chiaro: tutti sanno che non ci saranno elezioni. Dobbiamo aprire le scuole, non i seggi. Dobbiamo aumentare il numero dei vaccinati, non dei candidati. Dobbiamo scrivere il Recovery plan, non i libri dei sogni elettorali. Le elezioni fanno paura a chi verrebbe politicamente decimato come i trecento parlamentari del Movimento Cinque Stelle, non ai diciotto senatori di Italia viva”. 

In questo scenario il premier cerca strade alternative. Repubblica in un retroscena lo dipinge come pronto a trattare su servizi e rimpasto, aprendo quindi a quel Conte Ter a cui aveva chiuso a dicembre. ? L’idea è quella di tentare la strada del vertice.

Oggi, al limite domani. Ci sono solo 48 ore prima del consiglio dei ministri preannunciato per il 6 gennaio. In quella sede, Conte non porterebbe un testo blindato, ma un documento da inviare al Parlamento e alle forze sociali. Vorrebbe evitare un voto dei ministri, rimandandolo a quando arriveranno le controdeduzioni dei gruppi parlamentari. Ma le ministre renziane annunceranno comunque le loro dimissioni.

A quel punto, il premier sarebbe rimandato alle Camere. Certo, potrebbe evitare la conta, salendo al Colle per dimettersi dopo il dibattito e prima del voto parlamentare. Oppure, e sembra il tentativo di queste ore, concordare con i leader una crisi pilotata, se non un rimpasto.

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I tre giorni del Conte Bis

 “Le mie dimissioni comunque sono gia’ pronte”, ribadisce in un’intervista a la Repubblica la ministra per la Famiglia Elena Bonetti, che si definisce “una scout, una matematica, una professoressa universitaria e ho sempre pensato che la mia presenza al governo e’ un esempio del fatto che le istituzioni possono essere abitate dall’impegno e dalla liberta’ di una cittadina” e che “se l’azione politica è in contrasto con i propri principi, smette di essere servizio per diventare semplice esercizio di potere per il potere”. Gli ultimi tre giorni di vita del Conte-Bis sono quindi contati. I retroscena dicono che Renzi ha concesso al premier le ultime 72 ore ma, scrive oggi La Stampa, se entro giovedì 7 gennaio non ci sarà una svolta su Recovery, Mes e Servizi, a quel punto Italia Viva ritirerà la sua delegazione e si aprirà una formale crisi di governo.

Poi, certo, una crisi che potrà essere “pilotata” verso un Conte-ter, che potrebbe (condizionale d’obbligo) anche rivelarsi una crisi-lampo, ma comunque sarà una crisi vera. Con tanto di dimissioni del governo e salita al Quirinale del presidente del Consiglio.

E dopo? Dopo le opzioni sul campo rimangono sostanzialmente tre:

  • la prima prevede il Conte-Ter: Renzi ritira le ministre, Conte sale al Quirinale per dimettersi senza voto parlamentare e a quel punto il presidente della Repubblica potrebbe affidargli il reincarico di formare un nuovo governo con Italia Viva e un robusto rimpasto nella lista dei ministri e dei vicepremier;
  • la seconda prevede un altro premier giallorosso: probabilmente un Dem come Franceschini (l’idea preferita di Renzi, forse per il gusto di poterlo cannoneggiare successivamente), oppure Gualtieri, Guerini o addirittura Zingaretti (ipotesi molto improbabile);
  • la terza è il governo di larghe intese, che prevede una partecipazione anche di tutto o di parte del centrodestra (Forza Italia sicuramente, la Lega in bilico): il nome giusto a quel punto sarebbe quello di Mario Draghi. 

Rimangono ufficiosamente due opzioni sul campo: la prima è quella del voto anticipato, che significherebbe mandare il paese alle urne nel pieno di un’epidemia e con un piano di vaccinazioni ancora tutto da concludere. Sarebbe un disastro. La seconda è che invece scoppi davvero la pace il 7 gennaio con Renzi e Conte che trovano un accordo e il tutto che si conclude con baci e abbracci. Non è un’ipotesi da scartare del tutto visto che in Italia e altrove abbiamo visto molte guerre politiche concludersi con un nulla di fatto. Ma in questo caso, è evidente, la resa dei conti sarebbe soltanto rimandata. Magari ad agosto, quando scatterà il semestre bianco. E lo spauracchio delle elezioni non varrà più. 

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