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Tutte le magagne fra Verdi e Commissione Ue anti Recovery plan italiano

Chi trama contro l’Italia sul Recovery Plan? L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Che la strada che conduce all’approvazione dei Recovery plan nazionali non fosse lastricata di rose e fiori era già un dato di fatto. Tuttavia, mai avremmo potuto immaginare il doppio macigno che è piombato contemporaneamente sulla scrivania del presidente Ursula von Der Leyen e degli altri Commissari competenti per materia.

Dapprima è arrivato un ben circostanziato dossier redatto su carta intestata del gruppo dei Verdi all’Europarlamento, che esprime critiche durissime a molti piani nazionali (Italia in testa), accusandoli di aver “dipinto di verde” numerosi investimenti che invece sono ben lungi da averne le caratteristiche. Come conseguenza, la Commissione è invitata a respingere i piani non conformi.

Ma questo, pur di per sé molto grave, è il meno, perché era già stato già tutto reso noto dall’agenzia Bloomberg nel pomeriggio del 2 giugno.

L’aspetto che lascia sconcertati è la reazione a tale lettera aperta inviata dai Verdi. Infatti il giorno dopo è stato inviato ad alcuni europarlamentari un documento, di cui siamo venuti in possesso, proveniente da una fonte di Bruxelles molto vicina ai dossier ambientali, in cui è formulata una ben precisa e circostanziata denuncia all’operato della Commissione. Infatti, in esso si sostiene che sia stata proprio la Commissione a chiedere ai Verdi ed alcune ONG non meglio identificate di fare il lavoro di valutazione dei progetti e della loro eco-compatibilità, per poi riferirne alla Commissione. Un vero e proprio “canale privilegiato” tra il gruppo dei Verdi e Palazzo Berlaymont. Con ciò sollevando enormi problemi di opportunità, trasparenza e responsabilità politica.

Ma qui dobbiamo fare un passo indietro. Secondo il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza (RRF, regolamento 241 del 2021) almeno il 37% degli investimenti dei piani nazionali deve essere dedicato alla transizione ecologica, a pena di bocciatura. Quel livello è stato il punto di arrivo di un lungo negoziato tra Consiglio, Commissione ed Europarlamento (cosiddetto “trilogo”) che è durato circa tre mesi tra ottobre e dicembre 2020. Rispetto al testo iniziale proposto dal Consiglio, l’esito della negoziazione ha pesantemente risentito della volontà degli europarlamentari di lasciare il segno della loro presenza, e si è accentuata l’enfasi su tutti gli aspetti legati alla transizione ecologica.

La volontà del Parlamento di controllare che quei requisiti non restassero lettera morta o, più facilmente, fossero aggirati con artifici formali, si è tradotta nella costituzione di un gruppo di lavoro – insediatosi il 21 aprile e riunitosi finora 7 volte – con l’esplicito compito di controllare direttamente i recovery plan nazionali e relazionarsi con la Commissione sullo stato di avanzamento dei lavori.

Tale gruppo di lavoro si compone di 27 membri – tra cui gli italiani Irene Tinagli, Simona Bonafè ed Antonio Maria Rinaldi – provenienti da diverse Commissioni del Parlamento. Ne fanno parte anche i tre europarlamentari dei Verdi che hanno firmato la lettera alla Von der Leyen: Damian Booselager, Ernest Urtasun e Alexandra Geese. A rimarcare la volontà del Parlamento di vederci chiaro nell’operato della Commissione, è giunta anche una risoluzione approvata il 20 maggio, in cui è stata chiesta alla Commissione massima trasparenza e rendiconto della propria attività di valutazione, con l’impegno a condividere le informazioni di base dei piani ricevuti ed una sintesi degli investimenti e delle riforme ivi previste. I parlamentari hanno aggiunto la richiesta di essere informati sulle valutazioni preliminari dei piani e su questo punto il Commissario Valdis Dombrovskis, in un’audizione del 18 maggio, si è limitato evasivamente a promettere un’informativa orale sulle conclusioni a cui la Commissione giungerà, non essendo prevista dal regolamento una valutazione preliminare dei piani.

Quindi il clima era già rovente. Ma la gravità di quanto accaduto negli ultimi giorni, supera ogni immaginazione. Da un lato, i tre europarlamentari Verdi partecipanti al gruppo di lavoro si rendono protagonisti di una irrituale fuga in avanti rispetto all’organo di cui pure fanno parte; dall’altro, il loro documento rivela una conoscenza così minuziosa di ogni singolo dettaglio dei piani nazionali, che solo un canale privilegiato con la Commissione – con la quale ammettono gli scambi di informazioni e documenti – avrebbe consentito di ottenere. Allora che senso ha quel gruppo di lavoro parlamentare?

“Mi meraviglio che un gruppo solo abbia potuto accedere ad informazioni così dettagliate che noi non abbiamo visto; se l’accusa verso la Commissione dovesse rivelarsi vera, ci aspettiamo ampie spiegazioni”, ha commentato Rinaldi.

Nelle 14 pagine inviate alla Von Der Leyen, l’Italia è il principale imputato dell’accusa di aver conteggiato in quel 37% degli investimenti che, nel migliore dei casi, non c’entrano nulla con la transizione ecologica o, peggio, violano il principio del “non fare danni significativi”.

L’elenco è lungo: l’incentivo per l’introduzione delle caldaie a gas (che resta una fonte fossile) a condensazione, gli acquisti dei trattori agricoli alimentati a gasolio, i sistemi di irrigazione per l’agricoltura, la produzione di idrogeno da fonti non rinnovabili. Problemi sorgono per la semplificazione della valutazione di impatto ambientale, che deroga alla direttiva Ue e che, per il rinnovo dell’acciaieria di Taranto, risulta del tutto assente. Oggetto di rilievi è anche il generoso superbonus del 110%. Le osservazioni proseguono anche oltre l’ambito ecologico: si osserva che gli investimenti nel digitale favoriscono le grandi imprese e penalizzano le medio-piccole e si contesta all’Italia il mancato rispetto del principio della coesione territoriale, col rischio di favorire le regioni che già corrono e non consentire il recupero di quelle più indietro.

Ed è proprio su questo che insiste la denuncia che noi abbiamo raccolto. Com’è possibile che il gruppo di lavoro ha finora discusso di informazioni aggregate ed un gruppo politico sia riuscito così rapidamente a valutare i piani in dettaglio e mettere alla gogna alcuni Paesi? Per conto di chi hanno agito i Verdi? È stata davvero la Commissione a “foraggiarli” per fare il lavoro sporco che nessun Commissario si sentiva di fare?

I piani nazionali sono figli delle norme condivise a livello europeo. Ma queste norme pongono anche vincoli molto stringenti, ed allora tali figli potrebbero subire la stessa sorte di quelli del Conte Ugolino, quando, dopo averli visti morire di fame, la fame del Conte ebbe il sopravvento sul dolore (“…più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno…”).

(Versione integrata e aggiornata di un articolo pubblicato dal quotidiano La Verità il 4 giugno 2021)

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