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Una donna è risultata positiva a Covid-19 per quasi un anno

raffreddore Covid-19
(foto: Getty Images)

Avere l’infezione da Sars-cov-2 per quasi un anno. Sembra un incubo, invece è vero: negli Stati Uniti una donna di 47 anni, in remissione da un linfoma e immuno-compromessa, è risultata positiva al coronavirus per almeno 335 giorni. Si tratterebbe del caso più lungo di Covid-19 mai documentato finora. È quanto emerge da uno studio, pubblicato in pre-print su MedRxiv e non ancora sottoposto al processo di revisione tra pari, condotto dai medici del campus del National Institutes of Health a Bethesda, negli Stati Uniti. Dopo dieci mesi di infezione, la donna avrebbe definitivamente sconfitto Sars-cov-2 lo scorso aprile.

I rischi per le persone immuno-compromesse

Il sistema immunitario è fondamentale per contrastare i sintomi della malattia e per eliminare l’infezione da Sars-cov-2. Sembra un’ovvietà, ma le cose cambiano quando si parla delle persone immuno-compromesse, ovvero quelle il cui sistema immunitario non funziona come dovrebbe a causa di malattie o di trattamenti medici. Per esempio, chi si ammala di tumori a carico del sistema linfatico riceve cure specifiche che portano alla riduzione o all’eliminazione delle cellule del sistema immunitario.

In particolar modo, chi riceve una terapia diretta contro i linfociti B (le cellule che hanno il compito di produrre gli anticorpi e che aiutano il sistema immunitario a funzionare normalmente), nel caso venga infettata da un virus come Sars-cov-2, può sviluppare una malattia e un’infezione virale molto prolungata.

Se nella maggior parte dei pazienti il virus non viene rilevato oltre i 9 giorni dall’insorgenza della malattia (mentre i resti del materiale genetico possono persistere nelle cellule anche per settimane o qualche mese), diversi studi hanno evidenziato come nei pazienti immuno-compromessi sia presente Sars-cov-2 nella forma vitale anche diversi mesi dopo l’infezione iniziale, presumibilmente a causa della scarsa capacità dei linfociti di eliminare l’infezione.

Quasi un anno con Covid-19

È quanto è successo alla protagonista dello studio: la donna tre anni prima era guarita da un linfoma grazie a trattamenti piuttosto invasivi che l’avevano lasciata con bassi livelli di linfociti B e quindi immuno-compromessa. Nel marzo 2020 è risultata positiva a Sars-cov-2 e, mostrando i sintomi tipici di Covid-19, è stata ricoverata al campus del National Institutes of Health statunitense a Bethesda, nel Maryland. Quando i sintomi sono migliorati la donna è stata dimessa dall’ospedale.

C’era però un problema: i tamponi, anche dopo mesi, risultavano sempre positivi. In un primo momento il team di medici che la curava ha pensato che si trattasse di frammenti di Sars-cov-2 non vitali. Poi, però, a marzo 2021, i sintomi della paziente sono peggiorati, ed è stata nuovamente ricoverata in ospedale. A questo punto sono state confrontate le sequenze genetiche del virus del primo e del secondo ricovero, con un risultato sorprendente: il virus era lo stesso di marzo 2020, il che voleva dire che non si trattava di una reinfezione, ma di un’infezione persistente di quasi un anno.

I tamponi successivi hanno permesso al team di capire come il virus si è evoluto mentre il sistema immunitario della paziente, seppur indebolito, lo combatteva. In più, lo studio ha mostrato un caso unico della durata di un’infezione attiva. “Non ho mai sentito parlare di un paziente trapiantato (e quindi immuno-compromesso, ndr) con l’influenza per un anno“, ha affermato Veronique Nussenblatt, prima autrice dello studio, a Science News: “È davvero tanto tempo.” Dopo 335 giorni e un secondo ricovero in ospedale, la donna alla fine ha sconfitto l’infezione e ora risulta negativa a diversi test molecolari.

Studi come questo, che comunque deve essere sottoposto al processo di revisione tra pari, non solo forniscono informazioni sull’infezione da Sars-cov-2 nelle persone con un sistema immunitario indebolito, ma sono importanti per capire i possibili meccanismi di insorgenza di nuove varianti. Per esempio, nella paziente dello studio, i medici hanno riscontrato due grandi modificazioni del genoma di Sars-cov-2, una in particolare a carico della proteina spike, che guida l’accesso nelle cellule umane.

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