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Uno dei film più riusciti sul Covid alla Mostra del Cinema di Venezia non parla della pandemia

Se il cinema “normale” per lo più va avanti con le sue storie, che siano di denuncia sociale, fantascienza, western e così via, il Covid è protagonista di parecchi documentari in programma al festival di Venezia. Del resto, è ragionevole pensare che per trovare un posto nel cinema di finzione la pandemia avrà bisogno di essere “digerita” e, forse, persino superata. 

Pochi i casi in cui l’emergenza Covid diventa parte integrante della trama e quando succede, più che una scelta meditata e voluta, sembra un’adattamento dell’ultimo minuto, una resa a cause di forza  maggiore. Non è così per il corto di Giuseppe Piccioni Preghiera della sera (Diario di una passeggiata) nella sezione Orizzonti, con Lucia Mascino e Filippo Timi che mette in scena un regista e due attori di teatro alle prese con la stagnazione dello spettacolo dal vivo.

E neppure per altri due film. Il primo, Shen Kong del regista Chen Guan, presentato alle Giornate degli autori, segue un ragazzo e una ragazza in una città svuotata dal virus, nella loro ricerca di divertimento nonostante la situazione avversa che li circonda. Il secondo, Pubu (Le cascate), del taiwanese Chung Mong-hong, in concorso nella sezione Orizzonti, invece, racconta il lockdown di una madre e una figlia, focalizzandosi sulle tensioni fra le due donne accentuate dalla malattia mentale della madre e dalla perdita del lavoro della figlia. 

Passando ai documentari, La Biennale di Venezia: Il cinema al tempo del Covid di Andrea Segre è stato il titolo scelto per la pre-apertura del festival. Un diario della prima edizione del festival di Venezia segnata dalla pandemia, quella del 2020, con interviste a ragazzi, giornalisti, persone del posto, montato con spezzoni di filmati di repertorio in bianco e nero. Una scelta che fa risaltare il contrasto tra il glamour e la quotidianità degli ospiti dell’Excelsior del passato e i red carpet senza pubblico, le mascherine e il distanziamento del presente. 

Arriva come evento al cinema, con un’uscita di tre giorni,  dal 4 al 6 ottobre, Isolation (Presentato alle Giornate degli autori). Opera collettiva europea (promossa da Notorious Pictures per quanto riguarda l’Italia) e composta di cinque episodi firmati da altrettanti registi: l’inglese Michael Winterbottom, la tedesca  Julia von Heinz, lo svedese Olivier Guerpillon, il belga Jaco Van Dormael e, per l’Italia, Michele Placido. Nel suo corto, che apre il documentario e intitolato La morte addosso, lo vediamo camminare in una Roma svuotata, dialogare con Andrea Bocelli e con il ballerino Roberto Bolle che il regista incontra sul tetto del Duomo di Milano. A chiudere ci pensa, invece, Winterbottom con la storia di una madre e di un figlio richiedenti asilo, costretti a passare le giornate in un mini appartamento e bloccati in una doppia attesa: quella che riguarda il loro status di migranti e quella imposta dalla pandemia. 

Sempre, tra i documentari a tema, va citato Le 7 giornate di Bergamo che vede Simona Ventura nell’insolito ruolo di regista e che ripercorre il lavoro incessante degli alpini per costruire un ospedale Covid nel tempo record, appunto, di una settimana. Mentre parlano solo tangenzialmente di  Covid due altri titoli: Welcome Venezia di Andrea Segre (Alle Giornate degli autori) e Rebibbia Lockdown di Fabio Cavalli . Il primo racconta il conflitto di due fratelli in una Venezia che si sta riprendendo dalla crisi del turismo: uno cerca tenacemente di continuare la sua attività di pescatore, l’altro vuole capitalizzare sulla casa di famiglia in vista del ritorno degli stranieri in città. Il secondo, invece, è il resoconto di un programma nato per mettere in contatto alcuni studenti di Giurisprudenza con i detenuti-studenti del carcere di Rebibbia.  

Il direttore del festival Alberto Barbera aveva  introdotto l’edizione 2021 dicendo che la pandemia sembrava aver stimolato la creatività. Si può essere d’accordo oppure no (onestamente non sembra di cogliere un balzo in alto nel livello dei film rispetto all’edizione dello scorso anno). Quel che è certo è che non saranno tempi facili per il cinema.

Con un affollamento di uscite che rischia di far soccombere i titoli più deboli e una crescita per ora inarrestabile dello streaming. Ma è interessante che uno dei film più riusciti di quest’anno sia Ariaferma (non in concorso) di Leonardo Di Costanzo, con Toni Servillo e Silvio Orlando. Ambientato in un vecchio carcere in via di dismissione, nel quale rimangono “intrappolati” una manciata di detenuti e un gruppetto altrettanto ridotto di guardie carcerarie, il film non parla di pandemia neppure per sbaglio. Eppure rende perfettamente il sentimento di quello che abbiamo vissuto durante il lockdown e anche il senso di immobilismo esistenziale con il quale non si sa quanto a lungo ancora dovremmo fare i conti.

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