cronaca

Venere è l’obiettivo delle nuove missioni della Nasa

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La Nasa ha annunciato le due nuove missioni selezionate per il Discovery Program: sono le venusiane Davinci+ e Veritas, in partenza tra il 2028 e il 2030. Restano indietro invece le missioni dirette verso i satelliti Io e Tritone.

Immagine di Venere ottenuta dalla composizione dei dati della sonda Magellano e della Pioneer. (immagine: Nasa Jpl)

Nel febbraio 2020 la Nasa ha annunciato le missioni finaliste per il Discovery Program, l’insieme di missioni a basso costo che dal 1992 approfondiscono i misteri del nostro sistema planetario. Erano quattro: Davinci+ e Veritas dirette verso Venere, Io Volcano Observer diretta verso il più interno dei quattro satelliti maggiori di Giove e Trident, la sonda diretta verso Tritone che avrebbe dovuto riportarci nei sistemi dei giganti ghiacciati dopo quarant’anni. Ora la Nasa ha annunciato la selezione finale, basata sullo studio di fattibilità e di ritorno scientifico delle missioni. È Venere a vincere: Veritas e Davinci+ partiranno nella finestra di lancio tra il 2028 e il 2030.

Una rappresentazione della sonda Davinci+ in discesa su Venere (illustrazione: Nasa Gsfc)

La missione Davinci+

Davinci+ (Deep Atmosphere Venus Investigation of Noble gases, Chemistry, and Imaging) è una missione particolarmente affascinante: il suo obiettivo è quello di studiare la formazione e l’evoluzione dell’atmosfera venusiana raccogliendo dati direttamente in loco. Sarà infatti una sonda che scenderà proprio all’interno dell’atmosfera, raccogliendo dati e informazioni in quell’inferno di pressione, anidride carbonica e acido solforico fino a toccarne la superficie.

Davinci+ sarà la prima sonda a toccare la superficie di Venere fin dai tempi delle Venera sovietiche degli anni ‘80. E dalla superficie otterrà anche preziose immagini e informazioni: uno degli obiettivi della sonda è infatti quello di ottenere immagini ad alta risoluzione delle cosiddette tessere, deformazioni geologiche tipiche di Venere che potrebbero indicare la presenza di un’attività tettonica.

Una rappresentazione della sonda Veritas in orbita attorno a Venere (immagine: Nasa Jpl)

La missione Veritas

Veritas (Venus Emissivity, Radio Science, InSar, Topography, and Spectroscopy) sarà invece un più classico satellite per l’osservazione da remoto. Il suo obiettivo principale sarà quello di mappare e ottenere informazioni sulla superficie di Venere.

La missione Veritas sarà infatti dotata di due strumenti scientifici: un radar e un sensore infrarosso in grado di osservare la superficie attraverso le nubi e la densa atmosfera. Tra gli obiettivi della sonda c’è lo studio del vulcanismo venusiano, per capire quanto è attivo oggi e come è cambiato nel corso dell’evoluzione del pianeta.

Tritone, satellite di Nettuno, immortalato dalla sonda Voyager 2 nel 1989 (immagine: Nasa)

L’occasione perduta di Trident

Se anche la Io Volcano Observer, che avrebbe studiato da vicino il satellite gioviano Io e il suo intenso vulcanismo, avrebbe avuto dei risvolti scientifici molto interessanti, a bruciare davvero è la mancata selezione della missione Trident. Dopo il Grand Tour della missione Voyager 2 degli anni ’80, che sorvolò Urano nel 1986 e Nettuno nel 1989, non abbiamo mai più osservato da vicino i giganti ghiacciati o i loro satelliti. Trident sarebbe partita nel 2025 per arrivare nel 2038 nei pressi di Tritone, principale luna di Nettuno, e studiarla durante un incontro ravvicinato della durata di 13 giorni. Tritone, che potrebbe essere un oggetto della fascia di Kuiper catturato da Nettuno, è accompagnato da diversi misteri: ci sono getti ghiacciati che ringiovaniscono di continuo la sua superficie, è ricoperto da una ionosfera attiva – qualcosa che non ci si aspetta a quelle distanze dal sole – e orbita in direzione contraria alla rotazione di Nettuno, su un piano molto inclinato rispetto al suo equatore.

Il problema dei giganti ghiacciati è che sono maledettamente lontani: 20 e 30 unità astronomiche (una Ua è pari alla distanza tra Terra e Sole) per Urano e Nettuno, rispettivamente. Per percorrere questa distanza in meno di 15 anni occorre sfruttare la gravità di Giove, che deve trovarsi quindi nell’allineamento giusto con i giganti ghiacciati rispetto alla Terra, qualcosa che non avviene tutti i giorni. Il prossimo allineamento Giove-Nettuno sarebbe stato nel 2029 e la mancata selezione di Trident a questo giro significa molto probabilmente mancare questa occasione.

Venere all’ultravioletto osservato dalla sonda giapponese Akatsuki (immagine: Jaxa)

Perché Venere?

Venere è un pianeta sotto-esplorato, soprattutto se lo confrontiamo con l’altro nostro vicino planetario, Marte. Agli albori dell’era spaziale l’Unione Sovietica destinò ben 31 missioni verso il pianeta, ma solo 15 ebbero successo e solo alcune di queste ebbero un effettivo ritorno scientifico. Tra queste la Venera 7 toccò la superficie di Venere nel 1970, diventando la prima sonda a toccare un altro pianeta. In tempi più recenti l’interesse per Venere è stato però molto più contenuto: i dati sono arrivati dall’europea Venus Express, in orbita tra il 2006 e il 2014 e la Akatsuki giapponese, l’unica missione ancora in orbita attorno al pianeta.

È incredibile quanto poco sappiamo di Venere”, ha commentato Tom Wagner, uno dei ricercatori del Discovery Program, “ma i risultati combinati di queste missioni ci racconteranno il pianeta dalle nubi ai vulcani, fino alla superficie e alla sua struttura interna”.

Le prime immagini dalla superficie di Venere, ottenute dalle sovietiche Venera 9 e 10

Venere è un pianeta infernale, in cui la pressione è 90 volte maggiore di quella della Terra e la temperatura è anche il doppio della nostra. Un inferno di anidride carbonica ricoperta da un banco di nubi di acido solforico. Proprio queste caratteristiche lo rendono un pianeta difficile da esplorare, perché le sonde che vi penetrano devono essere in grado di sopportare quelle restrittive condizioni ambientali. Ma sono quelle stesse condizioni a renderlo interessante: Venere è il pianeta gemello della Terra, si trova vicino a noi, ha dimensioni simili ma ha evidentemente avuto un’evoluzione completamente diversa. Scoprire il perché sia andata così e se anche la Terra rischia di diventare così in futuro, è l’obiettivo principale delle prossime missioni in partenza.

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