Categoria: news

Corruzione, rinviato a giudizio Luca Palamara

corruzione,-rinviato-a-giudizio-luca-palamara

corruzione,-rinviato-a-giudizio-luca-palamara

Il processo per l’ex capo dell’Anm inizierà il 15 novembre. Assolto in abbreviato l’ex procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio

Luca Palamara è stato rinviato a giudizio per corruzione. A deciderlo è stato pochi minuti fa il gup Piercarlo Frabotta, che ha accolto la richiesta dei pm Gemma Miliani e Mario Formisano della procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone. Pm che dopo le dichiarazioni rese ai magistrati dal lobbista Fabrizio Centofanti, avevano modificato per la quinta volta il capo d’accusa, nelle scorse settimane il capo di imputazione contestando, tra le accuse, la corruzione in concorso per l’esercizio delle funzioni, e non più la corruzione in atti giudiziari. Il processo inizierà il 15 novembre. Insieme a Palamara andrà a processo per concorso nel reato di corruzione per l’esercizio delle funzioni anche Adele Attisani. Accolta, invece, la richiesta di patteggiamento a un anno a sei mesi per l’imprenditore Centofanti, che a giugno ha reso dichiarazioni spontanee ai magistrati della procura di Perugia. Assolto in abbreviato l’ex procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio dall’accusa di rivelazione del segreto d’ufficio. Per un episodio con la formula perché il fatto non sussiste e per un altro per la tenuità del fatto. Per lui i pm avevano chiesto una condanna a otto mesi.
«In concorso tra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, agendo Adele Attisani quale istigatrice delle condotte delittuose e beneficiaria, altresì ed in parte, delle utilità ricevute, Luca Palamara, prima quale sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Roma ed esponente di spicco dell’Associazione nazionale magistrati fino al 24 settembre 2014, successivamente quale componente del Consiglio Superiore della Magistratura e magistrato fuori ruolo – si legge nel capo di imputazione – ricevevano da Fabrizio Centofanti le utilità per l’esercizio delle sue funzioni e dei suoi poteri». E in particolare «per la possibilità consentita a Centofanti da Palamara di partecipare a incontri pubblici o riservati cui presenziavano magistrati, consiglieri del Csm e altri personaggi pubblici con ruoli istituzionali e nei quali si pianificavano nomine ed incarichi direttivi riguardanti magistrati, permettendo in tal modo a Centofanti di accrescere il suo ruolo e prestigio di “lobbista”; per la disponibilità dimostrata da Palamara a Centofanti di poter acquisire, anche tramite altri magistrati e appartenenti alle forze dell’ordine, a lui legati da rapporti professionali e/o di amicizia, informazioni anche riservate sui procedimenti in corso ed in particolare, su quelli pendenti presso la Procura della Repubblica di Messina e di Roma che coinvolgevano Centofanti e gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore; per la disponibilità di Palamara di accogliere richieste di Centofanti finalizzate ad influenzare e/o determinare, anche per il tramite di rapporti con altri consiglieri del Consiglio Superiore della Magistratura e/o di altri colleghi, le nomine e gli incarichi da parte del Consiglio medesimo e le decisioni della sezione disciplinare».
Nella contestazione si elencano diversi viaggio di cui avrebbe usufruito l’ex consigliere del Csm, tra cui quello a Madonna di Campiglio, il viaggio a Madrid con il figlio, la vacanza a Favignana, a Dubai, oltre ai lavori eseguiti a casa della sua amica Adele Attisani. A Palamara, come si legge nell’atto di accusa, si contesta anche la rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio. La decisione del giudice arriva a otto mesi dall’apertura dell’udienza preliminare che aveva preso il via il 25 novembre scorso. Nei giorni scorsi, Palamara aveva rilasciato dichiarazioni fiume, contestando il metodo di indagine e parlando addirittura di fatture false per accusarlo.
«In qualche modo mi si doveva cucire addosso il vestito del corrotto», aveva affermato davanti al gup, producendo documenti relativi ai lavori di ristrutturazione della casa della coimputata Attisani, lavori che secondo l’accusa Palamara avrebbe fatto pagare al lobbista Centofanti. Attisani, nel corso dell’udienza di lunedì, ha negato di aver fatto pagare ad altri i lavori a casa propria, depositando un bonifico da lei effettuato pari a 19.800 euro. «Il bonifico dimostra che la parte dei lavori relativa al cosiddetto lastrico solare era stata pagata già dal 2012 dalla signora – ha evidenziato Palamara – che si è assunta la piena titolarità delle lavorazioni commissionate, escludendo il coinvolgimento di terzi». Ma la difesa dell’ex consigliere del Csm ha anche effettuato una perizia finalizzata a sgonfiare il residuo dei lavori. «Il dato che più ci ha inquietato – ha sottolineato l’ex pm – è che per calcolare il valore della veranda si è fatto ricorso addirittura a delle fatture false, ovvero non relative a lavori eseguiti su quella abitazione, ma su un’altra. Non trovando prova della corruzione, come già riconosciuto dal gip (Lidia Brutti, che ha negato l’esistenza di un atto contrario ai doveri d’ufficio, ndr), l’unica soluzione era gonfiare i lavori di questa casa» Relativamente, invece, al viaggio a Dubai, «c’è una intercettazione tra il titolare dell’agenzia viaggi e Centofanti, in cui quest’ultimo dice: “paga Luca, come sempre”. L’intercettazione, proveniente da un altro procedimento, era rimasta sommersa negli atti».

«L’udienza preliminare è un passaggio stretto e obbligato. Sono certo che l’udienza pubblica servirà a far emergere la verità e la mia innocenza – ha commentato Palamara -. Le prove documentali dei pagamenti fatti – ha aggiunto – sono insuperabili. Continuerò sempre a battermi per una giustizia giusta».

Sfoglia il giornale di oggi

The post Corruzione, rinviato a giudizio Luca Palamara appeared first on Luigi Scudella.

ROMA, LISTA RINASCIMENTO-CAMBIAMO: “TRASPORTO ROMANO A PEZZI ‘GRAZIE’ A RAGGI”

“Un trasporto pubblico letteralmente a pezzi, assolutamente non degno di una metropoli europea importante e rinomata come Roma. E se il tpl capitolino è in forte crisi lo dobbiamo anche e soprattutto alle vacue e inefficienti politiche di mobilità della sindaca Virginia Raggi, che in questi cinque anni di Campidoglio ha consegnato ai cittadini un servizio fatto innanzitutto di disservizi e ritardi: e questo vale sia per le prestazioni su ferro, come metro e tram, sia per quelle su gomma, come i bus. E a nulla servono idee spot, inutili, estemporanee e poco disciplinate, come l’introduzione del monopattino, tanto decantato dai grillini ma davvero poco utile alla nostra città. È proprio il caso di dirlo: nel delicato e complesso settore del trasporto urbano, Raggi e compagni hanno imboccato la strada sbagliata. Che dire, poi, delle preoccupanti condizioni finanziarie di Atac, le cui casse sono sempre più in rosso e il rilancio economico e operativo, promesso dalla Raggi, non è mai partito. È chiaro e lampante che sono necessarie politiche decisamente più concrete e incisive, che puntino – ad esempio – al contrasto agli sprechi e alla lotta all’evasione tariffaria sui bus. In questo contesto, siamo assolutamente d’accordo con il candidato sindaco Enrico Michetti, che ha proposto la reintroduzione della figura del bigliettaio, che condurrebbe al ripristino della legalità e alla creazione di numerosi posti di lavoro che si ripagherebbero da soli con tutti gli abusi puniti”.

Così, in una nota, la lista Rinascimento/Cambiamo (supportata da Rivoluzione Animalista, Democrazia del Popolo, Movimento Cantiere Italia), che sostiene il candidato sindaco per il centrodestra, Enrico Michetti, in occasione delle elezioni amministrative di Roma 2021.

«Non possiamo rimuovere il carcere dal nostro sguardo e dalle nostre coscienze»

«non-possiamo-rimuovere-il-carcere-dal-nostro-sguardo-e-dalle-nostre-coscienze»

«non-possiamo-rimuovere-il-carcere-dal-nostro-sguardo-e-dalle-nostre-coscienze»

«È nostro dovere riflettere sulla contingenza ma anche sulle cause profonde che hanno portato un anno fa ad un uso così insensato e smisurato della forza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Fatti di questa portata richiedono da un lato una risposta immediata da parte dell’autorità giudiziaria, ma ai miei occhi sono spia di qualcosa che non va e dobbiamo indagare e intervenire con azioni ampie e di lungo periodo perché non accada più». A dirlo è la ministra della Giustizia Marta Cartabia, nel corso dell’informativa urgente alla Camera sui fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile scorso, dove centinaia di agenti in tenuta antisommossa hanno massacrato i detenuti.

«Fatti di quella portata reclamano  un’indagine ampia perché si conosca quanto è successo in tutti gli istituti penitenziari nell’ultimo drammatico anno, dove la pandemia ha esasperato tutti, perché le carceri italiane già vivono in condizioni difficili per il sovraffollamento, per la fatiscenza delle strutture, per la carenza del personale e per tante altre ragioni – ha proseguito -. Dunque occorre guardare in faccia i problemi cronici dei nostri istituti penitenziari affinché non si ripetano più atti di violenza né contro i detenuti né contro gli agenti della polizia penitenziaria e tutto il resto del personale. Il carcere è specchio della nostra società ed è un pezzo di Repubblica che non possiamo rimuovere dal nostro sguardo e dalle nostre coscienze. Le violenze e le umiliazioni inflitte ai detenuti a Santa Maria Capua Vetere recano una ferita gravissima alla dignità della persona. La dignità della persona è la pietra angolare della nostra convivenza civile, come chiede la Costituzione, nata dalla storia di un popolo che ha conosciuto il disprezzo del valore della persona. E pertanto per questo la Costituzione si pone a scudo e a difesa di tutti, specie di chi si trova in posizione di maggiore vulnerabilità», ha affermato la Guardasigilli tra gli applausi dell’aula.

«Anche l’uso della forza da parte di chi legittimamente lo detiene sia sempre strumento di difesa dei più deboli – ha aggiunto -, mai aggressione, mai violenza, mai sopruso e sempre proporzione». Cartabia ha ripercorso ha ripercorso i fatti, «noti a tutto il mondo e che non potevano andare inosservati». In relazione alla perquisizione straordinaria del 6 aprile 2020, che ha riguardato quasi tutte le sezioni del reparto Nilo del carcere, sono indagati a vario titolo appartenenti al corpo della polizia penitenziaria e dell’amministrazione penitenziaria. Le accuse sono gravi: delitti di concorso in tortura  pluriaggravati, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico aggravato, calunnia, favoreggiamento, frode processuale, depistaggio. Tutti delitti aggravati dalla minorata difesa e dall’aver agito per motivi abietti o futili, con crudeltà, abuso di potere, violazione di doveri inerenti alla funzione pubblica, con l’uso delle armi e per aver concorso nei delitti in numero superiore alle cinque unità.

La stampa già lo scorso autunno aveva riferito di violenze e indagini in corso a Santa Maria (Il Dubbio ne parlò anche prima in esclusiva il 13 aprile 2020) e già all’epoca ci fu un’interrogazione parlamentare. «Mi sono chiesta e ho chiesta all’amministrazione penitenziaria che cosa avessero fatto in seguito a quelle segnalazioni – ha spiegato Cartabia – e mi è stato comunicato che più volte il Dap si era rivolta all’autorità giudiziaria per avere un riscontro a quelle notizie ed effettuare eventualmente valutazioni di sua competenza anche ai fini disciplinari. Ma mi è stato spiegato che, nelle ultime settimane, e la stessa autorità giudiziaria lo ha confermato, le sollecitazioni del Dap non potevano avere riscontro perché le indagini erano coperte da segreto investigativo. Per questo, tutte le iniziative assunte dall’amministrazione del dipartimento penitenziario sono successive alla pubblicazione degli atti processuali».

Tornando ai fatti, «tra le tante violenze io non posso dimenticare un detenuto costretto ad inginocchiarsi per colpirlo, un altro in carrozzella colpito ripetutamente e gratuitamente. Altri agenti che si scagliavano contro i detenuti e tutto sotto l’occhio ben visibile della videocamera che stava riprendendo l’accaduto – ha aggiunto la ministra -. Stando alle immagini, risulta che non fosse una reazione ad una delle tante rivolte che sono accadute in quei mesi. Non si trattava di una reazione necessitata da una situazione di rivolta, ma era una violenza a freddo. Secondo quanto emerge dagli atti giudiziari, la perquisizione straordinaria del 6 aprile è stata disposta al di fuori dei casi consentiti dalla legge, senza alcun provvedimento del direttore del carcere, unico titolare del relativo potere, senza rispettare le forme e la motivazione imposte dalla legge. Secondo il giudice, dunque, alla base della perquisizione straordinaria, vi sarebbe stato “un provvedimento dispositivo orale”, vale a dire un ordine dato verbalmente, al telefono, emanato a scopo dimostrativo, preventivo e satisfattivo, finalizzato a recuperare il controllo del carcere e appagare presunte aspettative del personale di polizia penitenziaria».

Il giorno prima, infatti, così come accaduto anche altrove, c’erano state rivolte nel carcere. «Nella sua ordinanza il gip riporta ancora alcune intercettazioni: “Era il minimo segnale per riprendersi l’istituto” e frasi analoghe – ha spiegato la Guardasigilli -. E ritiene che di fatto che quella perquisizione non avesse alcuna intenzione di ricercare strumenti potenziali per un’offesa contro la polizia per un’offesa contro la polizia o altri oggetti non detenibili, ma per la quasi totalità dei casi “era una mera copertura fittizia per la consumazione di condotte violente, contrarie alla dignità e al pudore delle persone recluse”, così le parole del giudice. Sono contestazioni di una gravità inaudita. Non posso non fare un riferimento particolare al detenuto Lamine Hakimi, affetto da schizofrenia e morto il 4 maggio successivo nella sezione Danubio del carcere. Invero, a questo proposito, il gip scrive che le consulenze mediche non consentono di affermare che il decesso sia da ascrivere alle ferite riportate il 6 aprile, ma piuttosto sono da ricondurre all’assunzione di medicinali, probabilmente prescritte a seguito di quelle ferite, che combinandosi con altri farmaci che il detenuto già assumeva per la sua malattia ha comportato un arresto cardiaco».

Fin qui l’attività giudiziaria. «Cosa è successo a seguito di questo provvedimento nel Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria? Tutte le unità di personale della polizia che sono state attinte da misure cautelari sono anche state immediatamente sospese dal servizio – ha spiegato -. Una sospensione dal servizio per otto mesi per favoreggiamento, depistaggio e falso ideologico aggravato è anche stato adottato da me personalmente nei confronti del provveditore regionale della Campania. Inoltre ci sono altri provvedimenti di sospensione che riguardano persone che non sono destinatarie di misure cautelare da parte del giudice ma che sono indagate, e si tratta di 23 provvedimenti. Invece si aggiungono anche due provvedimenti di sospensione nei confronti del direttore reggente, ma la direttrice del carcere non era presente in istituto il giorno dei fatti per ragioni di malattia e quindi non è indagata. Bisogna anche aggiungere che in alcuni casi le misure cautelari da parte del giudice sono state revocate per motivi diversi. In breve, il totale complessivo di unità di personale dell’amministrazione sospese a vario titolo è di 75, rimangono altri indagati per i quali il gip non ha specificato che vi fosse certezza della loro presenza e per questo ha respinto la richiesta di misura cautelare. Si attendono gli sviluppi dell’indagine, che è ancora in corso, perciò è prematuro trarre ogni conclusione in merito alle posizioni dei singoli che ne sono coinvolti».

I detenuti coinvolti sono stati trasferiti per ragioni di sicurezza. «Da parte mia – ha aggiunto Cartabia – il giorno della pubblicazione di quei video e di quelle immagini ho immediatamente convocato d’urgenza una riunione al ministero con i due sottosegretari alla Giustizia, i vertici del Dap, il garante nazionale delle persone private della libertà personale. Abbiamo condannato subito i fatti, ma non bastava. Da parte mia l’esigenza era soprattutto capire la catena di informazioni. Com’è stato possibile che una perquisizione di questo genere fosse stata effettuata senza un’autorizzazione scritta. Occorreva, in secondo luogo, allargare la prospettiva, perché sappiamo che in altre carceri ci sono stati momenti di tensione e bisogna approfondire prima ancora che a questo punto arrivi l’autorità giudiziaria. E a mio parere bisognava individuare le cause profonde, perché qui qualcosa davvero non ha funzionato. Quando siamo arrivati a Santa Maria Capua Vetere, il presidente Draghi ha reagito prontamente dicendo “questa è una sconfitta per tutti”. Ed è così. Al di là delle singole responsabilità penali, che sono sempre e solo personali e individuali, c’è qualcosa che ci interroga tutti quanti. Per questo subito dopo quella riunione straordinaria ho voluto incontrare i rappresentanti della polizia penitenziaria, attraverso i loro sindacati e tutti i provveditori. Tutti hanno chiesto di approfondire i fatti. Bisognava far qualcosa e immediatamente abbiamo costituito presso il Dap una commissione ispettiva interna, che visiterà tutti gli istituti penitenziari interessati da manifestazioni di protesta o da denunce o segnalazioni inerenti i gravi eventi occorsi nel marzo del 2020».

Il mandato della commissione consiste nell’approfondire la dinamica dei fatti, al fine di accertare la legittimità e la correttezza di ogni iniziativa. «L’amministrazione penitenziaria deve saper indagare al proprio interno – ha aggiunto -, deve saper controllare ciò che avviene dietro quelle mura che spesso fuggono all’attenzione di tutti e i fatti di Santa Maria Capua Vetere, emersi solo a seguito degli atti dell’autorità giudiziaria, denotano che forse in questo caso quella capacità di indagine interna è mancata. Occorre indagare sugli episodi critici, ma anche andare alla ricerca delle cause più profonde e creare condizioni materiali e normative per evitare ogni ulteriore forma di violenza. Per me è stato preziosissimo il confronto con la polizia penitenziaria, con la quale ho un rapporto quotidiano, che mi ha dato suggerimenti e spunti di grande interesse, così com’è stato importante sentire il punto di vista dei provveditori, del garante e la stessa visita in loco che abbiamo fatto a Santa Maria è stata davvero istruttiva. Per esempio, nei colloqui, è emerso che alcuni degli agenti che erano coinvolti in quei fatti del 6 aprile, da diversi anni svolgevano incarichi di tipo completamente diverso, non erano a contatto con i detenuti. Più e più volte la polizia penitenziaria ha lamentato un innalzamento del corpo, a causa della mancanza di un adeguato turn over. Tutti gli interlocutori hanno richiamato l’altissima tensione che nei mesi di pandemia c’era in tutti gli istituti. Evidentemente queste non sono cause di giustificazione o attenuanti per le persone che hanno commesso quegli atti di violenza, ma vogliamo farci carico di questi problemi? I mali del carcere, perché non si ripetano più episodi di violenza, richiedono una strategia che operi a più livelli, a mio parere almeno tre: strutture materiali, personale e formazione. Sarebbe molto più semplice e molto più tranquillizzante per le nostre coscienze accontentarci di dire “c’è sempre qualche elemento che si comporta male in ogni realtà sociale”. Ma qui non basta, dobbiamo evitare dobbiamo rimediare al fatto che lungo molti anni le condizioni delle carceri italiane sono così peggiorate che il lavoro e le condizioni di vita di chi è detenuto diventano insopportabili. Quel giorno a Santa Maria Capua Vetere anche solo la temperatura era insopportabile. È un carcere dove non c’è acqua corrente. Stanno iniziando ora i lavori per allacciare la struttura del carcere e avere un flusso continuo. Ci sono dei pozzi e viene distribuita l’acqua con le taniche».

Le strutture materiali, dunque, non sono un aspetto secondario, «perché vivere e lavorare in un ambiente degradato è causa di enorme fatica per la polizia, per l’amministrazione e sicuramente porta disagi inutili anche ai detenuti creando ambienti invivibili anche dal punto della tensione sociale». Per quanto riguarda il sovraffollamento, «c’è stato un picco, un momento nella storia del nostro Paese, quando la Cedu ci ha condannati per violazioni gravi dei diritti umani per il sovraffollamento. Ci sono stati interventi importanti, la situazione è in parte migliorata ma sta di nuovo peggiorando. Nel solo carcere di Santa Maria Capua Vetere una capienza regolamentare di circa 800 persone vede ospiti 900 detenuti. I dati fanno riflettere e sono problemi da risolvere. Il Pnrr contiene fondi e impegni anche per affrontare il tema dell’edilizia penitenziaria. È prevista la costruzione di otto nuovi padiglioni, tra uno è previsto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, altri sono a Rovigo, Vigevano, Viterbo, Civitavecchia, Perugia, Ferrara e Reggio Calabria. L’intervento di ampliamento a Santa Maria, studiato come gli altri da un’apposita commissione sull’architettura penitenziaria, che ho ereditato dal governo precedente e che ha fatto un lavoro eccellente, è stata attenta nella scelta della localizzazione di questi nuovi padiglioni per non sottrarre spazi ad altre attività della vita del carcere e quella del carcere di Santa Maria è prevista in un’area verde abbandonata che non era affatto utilizzata. Costruzione di nuovi padiglioni non significa solo costruzione di nuovi posti letto, nuove carceri servono, nuovi spazi servono e ci saranno, ma non solo posti letto, ma anche spazi per il trattamento dei detenuti come tutti reclamano, dall’amministrazione ai detenuti alla polizia penitenziaria».

Nell’incontro con i sindacati della polizia e con i provveditori è stato richiesto un intervento per dotare capillarmente tutte le strutture di sistemi di sorveglianza, a garanzia di tutti, dei detenuti e della polizia. «Per offrire risposte immediate e indifferibili alle domande di vita di tutti i giorni all’interno dei 190 istituti penitenziari, però, occorre far fronte anche al problema gravissimo della diminuzione di personale che si è verificata nel corso degli anni – ha proseguito -. Parlando con gli agenti della polizia in quella visita, uno di loro mi diceva: ma ministro voi chiedereste mai a un chirurgo di svolgere contemporaneamente due operazioni? Spesso a loro è chiesto questo, di avere la capacità di affrontare situazioni complesse e diversificate e la carenza non riguarda solo la polizia, riguarda gli educatori, riguarda l’organico dei dirigenti. Mancano direttori nelle carceri italiane, ne mancano tanti, e tutto il personale dell’esecuzione penale interna. Le scoperture sono significative per tutte le categorie, i concorsi sono ricominciati, erano stati bloccati dalla pandemia, li abbiamo sbloccati immediatamente. Quindi un po’ di sollievo arriverà a breve, ma non sarà sufficiente, dobbiamo investire di più per il benessere di tutti e per le richieste imperiose di chi lavora in carcere in condizioni già difficili».

Ma c’è un punto «sul quale vorrei si attirasse l’attenzione in maniera particolare – ha proseguito – ed è un punto che mi sta particolarmente a cuore. È quello della formazione. Non solo della formazione in entrata di chi si accinge a svolgere un compito che io ritengo tra i più delicati, tra i più difficili, tra i più significativi, perché nelle mani dell’amministrazione penitenziaria e della polizia passa la possibilità che la pena sia un’occasione di risocializzazione, di rieducazione come ci chiede la Costituzione. La formazione è la priorità e la formazione è la richiesta principale che viene innanzitutto dagli stessi operatori del carcere. Tanta è l’importanza, per me, di questo aspetto che tra le tante attività del ministero che sono state distribuite e delegate ai sottosegretari prima dei fatti di Santa Maria Capua Vetere questa ho voluto sin dall’inizio tenerla per me. Perché non bastano le doti personali del nostro personale, che è tanto. Ci sono persone di qualità spiccatissima, ma ci vuole anche professionalità, perché spesso si trovano a dover affrontare situazioni di crisi, situazioni complesse, situazioni molto diversificate l’una dall’altra. Chi non è mai stato in un carcere, voi tutti onorevoli lo potete fare, fatelo. Perché un conto è vedere un reparto di alta sicurezza, un conto è vedere un’articolazione di salute mentale, un conto è vedere il reparto delle donne, spesso operose, un conto è vedere le situazioni di marginalità, che portano tante persone in carcere pur avendo commesso dei delitti o dei reati di dimensione e di portata molto diverse da altri. È un mondo vario, che non può essere affrontato tutto nello stesso modo. Infatti anche nel corpo della polizia penitenziaria ci sono reparti specializzati per ogni situazione – ha aggiunto -. È un mondo complesso, è una galassia, non è neanche semplicemente un pianete carcere, perciò non basta l’improvvisazione, non bastano le doti personali. Abbiamo convocato un gruppo di lavoro impegnato secondo un approccio multidisciplinare ad elaborare un modello di formazione innovativo, che sviluppi conoscenze teorico-pratiche indispensabili ma anche tecnico-operative. E soprattutto bisogna lavorare sulla cultura della detenzione».

«Abbiamo detto mai più violenza – ha proseguito -. In quel carcere ho incontrato diversi detenuti, abbiamo parlato delle loro condizioni, abbiamo fatto un lungo incontro con gli agenti della polizia penitenziaria e ho ascoltato i loro racconti. Credetemi, quei fatti di Santa Maria sono state una ferita e un’umiliazione oltre che per i detenuti per tutti gli agenti. Uno di loro così testualmente mi diceva: “Io non sono un picchiatore”, aveva un nodo alla gola. “Sono lo stesso padre amorevole che ogni sera torna in famiglia, ma ormai faccio fatica a farmi credere”. A fronte dell’onda emotiva innescata dai fatti di Santa Maria sono stati segnalati e registrati gravi episodi di intimidazione nei confronti della polizia penitenziaria. Questo non può succedere, non deve succedere. L’ho detto a loro e l’ho ripetuto: devono essere fieri della loro divisa e portarla con dignità e onore. Quei fatti hanno sollevato un velo sulle condizioni durissime delle carceri italiane, il governo ha visto anche con la presenza in prima persona del presidente del Consiglio e in quell’occasione lo stesso presidente ha detto e ripetuto: il governo ha visto, sa e non si dimenticherà».

The post «Non possiamo rimuovere il carcere dal nostro sguardo e dalle nostre coscienze» appeared first on Luigi Scudella.

Draghi blinda la riforma Cartabia: “Aperti solo a migliorie tecniche”

draghi-blinda-la-riforma-cartabia:-“aperti-solo-a-migliorie-tecniche”

draghi-blinda-la-riforma-cartabia:-“aperti-solo-a-migliorie-tecniche”

Il premier avvisa i 5 Stelle: la riforma della Giustizia non si tocca. E pone la questione di fiducia

Il premier Draghi ha deciso di blindare la riforma del processo penale. Lo ha comunicato questa sera nella conferenza stampa indetta con la Ministra Cartabia e il Ministro Speranza al termine del Consiglio dei Ministri dedicato principalmente alle questioni vaccini e green-pass. «Sulla riforma della giustizia c’è stato un rapido passaggio in CdM – ha detto il primo Ministro  –  Ho chiesto l’autorizzazione alla fiducia quando sarà il momento in Parlamento, perché c’è stato un testo approvato all’unanimità in Cdm e questo è un punto di partenza. Qualora ci fossero miglioramenti tecnici anche importanti noi siamo aperti, molto aperti, qualora ci fossero servirà un nuovo passaggio in consiglio dei ministri».

Il Cdm ha autorizzato il governo a porre la questione di fiducia sulla riforma della giustizia, anche se fonti grilline si sono dette spiazzate dal fatto che i loro ministri abbiano dato l’autorizzazione.  Draghi, rispondendo ad una domanda di un giornalista, ha specificato «c’è tutta la buona volontà di accogliere emendamenti che siano di carattere tecnico e non stravolgano l’impianto della riforma e siano condivisi. La richiesta di autorizzazione di fiducia è dovuta al fatto di voler porre un punto fermo» e ha risposto indirettamente anche ai Cinque Stelle: «Nessuno vuole sacche di impunità, bene processi rapidi e tutti i colpevoli puniti, è bene mettere in chiaro da che parte stiamo»; ma anche tranquillizzato rispetto ad uno scenario di spaccatura « Una riforma come quella della giustizia deve essere condivisa ma non è giusto minacciare un evento, la consultazione elettorale, se non la sia approva». Qual è il senso di questa mossa? Trovare innanzitutto un consenso sulla riforma, in quanto Draghi aspira a non spaccare la maggioranza. Tanto è vero che sono in corso trattative serrate con l’ex premier Giuseppe Conte, ora al timone dei grillini. L’importante però è che le modifiche siano di natura tecnica, non frutto di un puntiglio ideologico. Il secondo obiettivo è mandare anche un messaggio alla maggioranza che deve sapere che il testo condiviso nello scorso Cdm non può essere stravolto. Il terzo è blindare il consenso in un Cdm per poi portare il testo in Aula e ottenere la fiducia in quanto ritiene quella della giustizia una riforma molto importante.

Dopo il premier Draghi è intervenuta anche la Ministra Cartabia: «da più voci è stata espressa preoccupazione, che mi pare vada presa in considerazione seriamente, su un punto specifico: data la criticità di alcune Corti di appello evitare che l’impatto di una novità come quella introdotta con l’improcedibilità non provochi un’interruzione di procedimenti importanti. Questa è una preoccupazione molto seria che anche il governo ha avuto fin dall’inizio ed è il terreno su cui si stanno valutando questi accorgimento tecnici». Dunque la ministra ha ribadito il metodo del dialogo e del confronto ma nessun stravolgimento del lavoro fatto fino ad ora e iniziato come ha ricordato «il giorno dopo l’insediamento di questo Governo», a voler dimostrare tutto lo sforzo possibile per giungere ad una riforma che abbia l’approvazione della maggioranza. Adesso qual è il percorso da seguire? È quello tracciato ieri pomeriggio dalla conferenza dei capigruppo che porta la riforma del processo penale in aula alla  Camera tra una settimana, venerdì 30 luglio.  L’ufficio di presidenza della Commissione Giustizia ha convocato una seduta per oggi, dedicata solo alle ammissibilità dei sub-emendmenti agli emendamenti del governo. Dopo quella seduta verrà deciso il successivo calendario della Commissione. Ora bisogna capire i margini di manovra sui contenuti. L’obiettivo del M5s sarebbe quello di indicare espressamente i reati per mafia, terrorismo e contro la Pa tra quelli imprescrittibili: « di certo non ci aspettiamo i giochetti fatti in Consiglio dei Ministri dove si aumentava di un anno i tempi per l’appello e di qualche mese quelli per la Cassazione. Occorrerà maggiore sensibilità della Ministra nei nostri riguardi», ci dice una fonte parlamentare. «Abbiamo proposto aggiustamenti che sono in fase di discussione -ha rivelato invece Enrico Letta- il provvedimento passerà comunque in parlamento. Voteremo la fiducia, auspico su un testo migliorato e, almeno per una prima approvazione, entro la pausa estiva».

Per l’onorevole di Azione Enrico Costa «vanno bene i miglioramenti tecnici ma non ci siano cedimenti all’asse pm-M5S». Proprio del Pd abbiamo sentito l’onorevole dem Walter Verini al termine della conferenza stampa: «Ci sono tutte le condizioni per raggiungere delle modifiche all’interno dell’impianto della riforma che fughino ogni preoccupazione circa il rischio di far morire determinati processi. Le preoccupazioni che hanno espresso personalità importanti del contrasto alla criminalità organizzata sono da ascoltare attentamente. La Ministra saprà far tesoro di queste preoccupazioni.  Per l’onorevole Pierantonio Zanettin di Forza Italia invece «è impensabile rendere imprescrittibile ad esempio un reato come il peculato, solo per un pregiudizio ideologico dei Cinque Stelle. In generale creare un doppio binario per alcuni reati potrebbe avere anche profili di incostituzionalità. Comunque la trattativa è molto laboriosa, è stata portata anche ai massimi livelli.  Il mio auspicio è che da domani si possa cominciare a lavorare con serenità in Commissione».

Sfoglia il giornale di oggi

The post Draghi blinda la riforma Cartabia: “Aperti solo a migliorie tecniche” appeared first on Luigi Scudella.

Terzo tempo San Miguel: sabato a Roma presso Le Palme Sporting Club

Sabato 24/7/2021 si terrà l’evento TERZO TEMPO SAN MIGUEL presso LE PALME SPORTING CLUB sito in Via Bosco Marengo (Roma).

Dalle 17.00 alle 21.00 ci sarà una giornata all’insegna dello sport che vedrà coinvolti circa 400 atleti professionisti e semiprofessionisti che si sfideranno per la supremazia nel torneo di Beach Volley che assegnerà il Trofeo Salicone on the Beach e nel torneo di tennis Master Tennis Fit TPRA.

L’evento verrà sponsorizzato dalla Mahou San Miguel, azienda leader di mercato in Spagna produttrice di birra, tra cui la San Miguel 00. La birra per chi ama degustare un prodotto buono, ma senza alcol. Ottimo dopo l’attività sportiva per ristorare e rinfrescare il corpo.Gli ospiti, tra cui numerosi food influencers e personaggi dello spettacolo, saranno accolti nella terrazza Vip in cui si potrà gustare tanta birra San Miguel e le buonissime pinse gourmet preparate dal ristorante del centro sportivo Le Palme Sporting Club.

STADIO ROMA, TRIPODI-MARITATO-LEONARDI(LEGA): “SI APRA NUOVA PAGINA PER CITTÀ”

“Apprendiamo che nelle scorse ore l’assemblea capitolina ha approvato la delibera sulla revoca del pubblico interesse sul progetto dello Stadio della Roma nell’area di Tor Di Valle. Dopo mesi di caos, dubbi e riflessioni, dunque, si conclude un iter dalla fine ormai inevitabile.

L’auspicio, che sa davvero di sollecitazione istituzionale, è che adesso si possa aprire una nuova pagina per la Capitale d’Italia, dove il prossimo sindaco e la As Roma possano lavorare in grande sinergia e in totale collaborazione per regalare un nuovo impianto sportivo alla nostra città e ai suoi tifosi. In questi cinque di amministrazione Raggi, purtroppo, si è perso sin troppo tempo”.

Così, in una nota, gli esponenti della Lega on.le Angelo Tripodi consigliere regionale del Lazio e i candidati al consiglio comunale di Roma Capitale, Michel Emi Maritato e Angela Leonardi.

Il twist contemporaneo di un casolare nel Tirolo

il-twist-contemporaneo-di-un-casolare-nel-tirolo

il-twist-contemporaneo-di-un-casolare-nel-tirolo

«Il cliente sognava un luogo in cui dare vita alla sua visione di vita moderna, ma ben radicata nella tradizione di campagna», afferma Michael Cox, co-fondatore dello studio di design Foley & Cox, incaricato di realizzare questo desiderio bucolico nel Tirolo. «È la seconda generazione di una famiglia con cui abbiamo già collaborato a diversi progetti, infatti ci siamo ispirati ad alcune delle case che avevamo realizzato per i loro parenti. L’amore del proprietario per i dettagli di design e la familiarità con la nostra estetica hanno reso la collaborazione creativa e divertente».

Ph Rudi Wyhlidal

Immerso in una valle tra le montagne tirolesi, questo casale è molto di più che una bella residenza ma una vero e proprio omaggio allo slow-livingIl proprietario, un manager di una società di logistica, ha cercato per diversi anni un appezzamento di terreno dove poter costruire una casa da sogno per la sua famiglia, una fattoria funzionante con frutteti, campi di bacche selvatiche e un ruscello.

Una villa invidiabile per gli amanti del relax: il residence principale comprende un centro benessere con sala massaggi, sauna, bagno turco e una terrazza con camino all’aperto che gode di una vista panoramica sulla valle. C’è anche una guest house nascosta accanto al laghetto naturale.

Ph Rudi Wyhlidal

L’impronta architettonica della nuova costruzione cattura lo spirito della nazione, il sito è stato posizionato per massimizzare la vista sulle montagne circostanti, visibile da più stanze. I materiali sono stati accuratamente selezionati per immergere delicatamente la struttura nel paesaggio. All’interno, pavimenti in mattoni recuperati, un soffitto a volta a botte e pareti in gesso semi-lisceAlcuni elementi architettonici come la lavorazione del legno e le travi sono stati recuperati da un antico casale che un tempo si trovava sul sito.

«Siamo stati ispirati dalla location e dalla storia della cultura tirolese», aggiunge Cox, «Eravamo pronti alla sfida: creare una nuova interpretazione di una classica casa di montagna. Abbiamo lavorato per armonizzare il mix di materiali e portare elementi del paesaggio circostante anche negli interni». La casa è decorata in tonalità ispirate alla natura che vanno dal lichene al muschio, dall’alabastro al granito, dalla lavanda alla corteccia, argilla e rame. I tessuti includono lane nubby e bouclé, insieme pelli intrecciate, camoscio e biancheria raffinata.

Ph Rudi Wyhlidal

Per questa villa austriaca, il team Foley & Cox ha curato un mix di mobili e opere di molteplici periodi e stili. «Abbiamo mescolato mobili e opere d’arte tirolesi vintage con pezzi personalizzati realizzati a New York e Los Angeles», spiega Cox. «Abbiamo girato in tutta Europa per trovare gli arredi giusti, è stata un’opportunità straordinaria per trovare oggetti unici».

Il tavolo vintage in pietra calcarea e quercia e uno specchio incorniciato da migliaia di minuscole foglie di gesso sono stati trovati al mercato delle pulci di Parigi. Le stanze sono intervallate da elementi moderni come i tavoli da cocktail lucidi su gambe rustiche in rovere di Pierre Augustin Rose nel soggiorno. L’illuminazione scultorea di Luke Lamp Co. crea un contrasto audace con gli armadi da cucina in legno grezzo. L’arte è un connubio di autori locali ed emergenti: una scultura a nastro metallica di Lawrence Kelly Gronley sopra il camino del soggiorno. Un susseguirsi di bellissimi dettagli tra i tanti in questa casa rustica e lussuosa.

The post Il twist contemporaneo di un casolare nel Tirolo appeared first on Luigi Scudella.

Cartabia sotto assedio: ma sulla prescrizione la ministra non cederà

cartabia-sotto-assedio:-ma-sulla-prescrizione-la-ministra-non-cedera

cartabia-sotto-assedio:-ma-sulla-prescrizione-la-ministra-non-cedera

Alla fine la storia la fanno gli uomini, sapete? Le donne e gli uomini. E se sono donne e uomini forti, la storia non prende scorciatoie. Prendete Marta Cartabia. Scienziata del diritto, presidente emerita della Consulta, cattolica di profonda cultura e convinzioni. Immaginate cosa può esserle passato per la testa ieri, quando le hanno mostrato l’agenzia in cui Alessandro Di Battista esordiva: «Sono tornate le porcate come la riforma Cartabia», e giù un plauso a Gratteri e de Raho che ieri mattina l’hanno bollata quasi come un regalo ai mafiosi. Secondo voi, una cattolica colta, di grande spessore e ora ministra della Giustizia, da frasi del genere può essere intimidita o può convincersi ancora di più ad andare avanti per la propria strada?

Dalla risposta al quesito si possono trarre le conseguenze e la sintesi di un’altra giornata di ordinaria follia sulla giustizia, come quella di ieri.E la sintesi è appunto in una guardasigilli che esclude di scavare il fondo della mediazione. «Le forze politiche spingono in direzioni diametralmente opposte ma la riforma va fatta», dice dal Palazzo di Giustizia di Napoli, nuova tappa del viaggio nelle Corti d’appello. E come va fatta, la riforma? Con il faticoso equilibrio trovato sulla “improcedibilità” dei giudizi troppo lunghi in secondo grado e Cassazione.

La ministra, in proposito, spiega: «Lo status quo non può rimanere tale. So molto bene che i termini indicati sono esigenti per queste realtà in cui partiamo da un ritardo enorme», aggiunge a proposito dei carichi notoriamente himalayani della giustizia partenopea. Però quei termini limite per i processi (2 anni in appello e uno in Cassazione, che diventano 3 e uno e mezzo per mafia, terrorismo e corruzione) «non sono inventati: sono quelli entro i quali il nostro ordinamento e l’Europa definiscono la ragionevole durata del processo, che è un principio costituzionale». Serve altro? L’arringa di Cartabia in difesa della propria riforma è ricca di argomenti: un processo che non arriva a sentenza è sì «una sconfitta dello Stato: ma lo è» ma, ricorda, «lo è anche una risposta che arriva in tempi non ragionevoli. Tutti i Caino e gli Abele attendono un giudizio severo, giusto e tempestivo: questo è quello che la Costituzione ci chiede e io non ho altre bussole». E una presidente emerita che giura sulla Costituzione difficilmente può giocare ancora al ribasso. Anche perché l’arringa si conclude con la più suggestiva delle evocazioni: «Non possiamo lasciare alle generazioni future una giustizia che produce mostri come quello di una persona assolta dopo 20 anni», dice a proposito di tanti casi e di uno in particolare, citato poco prima dal rettore della Federico II di Napoli Matteo Lorito: la vicenda di un professore reintegrato appunto dopo un’assoluzione arrivata in quattro lustri. «Non abituiamoci a innocenze provate dopo 20 anni, sono vite distrutte, e solo una grande tenacia, la resilienza umana possono far rinascere qualcuno dopo essere stato oscurato nella propria dignità e nella propria reputazione per troppo tempo».

Difficile, dopo parole simili, pensare che Cartabia cederà alle urla pentastellate contro le «soglie di impunità» (per l’avvocato Giuseppe Conte un processo che si ferma dopo una quindicina d’anni non è già una fluviale tortura ma un regalo al crimine). La mediazione trovata, per lei, è già al ribasso. Certo, ieri sulla commissione Giustizia della Camera, dov’è in sospeso la riforma penale, sono piovuti oltre mille emendamenti, in gran parte del Movimento 5 Stelle, che tiene alta la posta e propone, com’è ovvio, di lasciare intonsa la norma Bonafede sulla prescrizione. Gli stessi grillini sono usciti rinfrancati dalle parole pronunciate nelle audizioni della mattinata dal procuratore Antimafia Federico Cafiero de Raho e dal capo dei pm di Catanzaro Nicola Gratteri: entrambi parlano, con tono apocalittico, di «minacce alla sicurezza nazionale» nel caso in cui entrasse in vigore la norma sull’improcedibilità. Gratteri in particolare si dice convinto che «il 50 per cento dei giudizi per reati anche gravi, dalle rapine alla corruzione, non si celebrerà», e che perciò diventerà «ancora più conveniente delinquere». Da qui la verve pentastellata, che tocca punte irraggiungibili con le «porcate» di cui parla Di Battista e il sit-in dei dissidenti di “L’alternativa c’è”, previsto per stamattina al grido di «non diamo Cartabianca al ministro del’ingiustizia». Ma pure il comunicato meno galoppante diffuso dai deputati 5S avverte che «la riforma va cambiata», innanzitutto su «prescrizione e improcedibilità». E come, di grazia? La mano tesa del Pd si limita a un emendamento che allunga a 3 anni per tutti i reati, fino al 2025, il limite oltre il quale scatta l’improcedibilità in appello (e a 18 mesi il tempo massimo in Cassazione).

Il capogruppo dem Alfredo Bazoli fa notare che le sue proposte di modifica si fermano a 19, mentre quelle presentate da «Italia Viva e Forza Italia» sono «rispettivamente 59 e 109». Quindi si chiede: «Chi è più leale alla riforma Cartabia?». Sembra anche il segnale che il Nazareno non intende spingersi oltre per attenuare il disdoro pentastellato. Conte regala una fugace battuta sul diluvio di modifiche proposto dal suo Movimento: «L’obiettivo? Offrire una risposta che sia efficace ed equa nell’interesse dei cittadini».

L’impressione è che i 5 Stelle non accetteranno mai un limite di durata massimo per i processi. E che sopporteranno sì l’inevitabile sconfitta in Parlamento, ma solo fino a che il ddl penale non sarà approvato in via definitiva. Visto che ieri la commissione Ue ha diffuso un “Rapporto sullo Stato di diritto” che per l’Italia sembra subordinare il disco verde al completamento delle riforme, tutto lasca credere che i tempi assicurati nel Pnrr saranno rispettati: via libera alle riforme della giustizia entro fine 2021. Che potrebbe anche essere la fine dell’esperienza 5 Stelle al governo.

The post Cartabia sotto assedio: ma sulla prescrizione la ministra non cederà appeared first on Luigi Scudella.

L’assessore leghista spara e uccide. Ma per Salvini la colpa è della vittima

l’assessore-leghista-spara-e-uccide.-ma-per-salvini-la-colpa-e-della-vittima

l’assessore-leghista-spara-e-uccide.-ma-per-salvini-la-colpa-e-della-vittima

Bufera sulle parole del leader leghista che dice: la vittima era già noto alle forze dell’ordine. Intende dire che se l’è cercata?

Il fatto nudo e crudo è che Massimo Adriatici, avvocato e assessore leghista alla sicurezza del Comune di Voghera ha ucciso, sparando un colpo di pistola, un uomo di 39 anni di nazionalità marocchina, Youns El Boussetaoui. Ventiquattro ore di certo non bastano a dire esattamente quale sia la dinamica precisa dei fatti; intanto l’uomo è agli arresti domiciliari. Certo è che il diavolo ci ha messo proprio un tragico zampino in questa storia: un esponente della Lega – partito che nel 2019 lanciò, dopo avere incassato la riforma proprio sulla legittima difesa, una proposta che puntava a facilitare l’acquisto di armi per la difesa personale – munito di una calibro 22 detenuta regolarmente uccide lo straniero, con precedenti, e rivendica la legittima difesa. Sembra il copione di un film di propaganda leghista, e invece è una drammatica storia di provincia. Tanto per infittire la trama, Adriatici è stato poliziotto con il grado di sovrintendente fino al 2011 e nel 2016 difese, facendolo assolvere per legittima difesa, un cuoco che, durante una colluttazione, aveva sparato a un cliente con un fucile a pompa ferendolo a un braccio. Quello che si sa fino a questo momento è che Adriatici ha sparato colpendo il marocchino vicino al cuore dopo aver ricevuto una spinta, durante una animata discussione, e non risulterebbe che la vittima gli avrebbe lanciato contro una bottiglia di birra. Bottiglia che l’uomo potrebbe aver lanciato, però, nella fasi precedenti quando, come era solito, stava infastidendo delle persone davanti al bar in piazza Meardi. È stato confermato che il marocchino non aveva alcuna arma con sé. Adriatici sostiene di aver esploso il colpo «per sbaglio» mentre cadeva dopo la spinta. Uno dei punti che dovrà chiarire l’inchiesta è perché l’assessore abbia tirato fuori la pistola carica e col colpo in canna. L’ipotesi accusatoria inizialmente è stata quella di omicidio volontario poi trasformata, dopo aver ascoltato alcuni testimoni, in quella dell’eccesso colposo di legittima difesa. Adriatici comunque resterà ai domiciliari almeno fino all’udienza di convalida dell’arresto, che si potrebbe tenere tra oggi e domani. Sono numerose le reazioni politiche sull’accaduto. In primis quella del leader della Lega che in un video, dove dimentica (?) di dire che Adriatici è assessore leghista, prende le difese dell’uomo: «Altro che far west a Voghera, si fa strada l’ipotesi della legittima difesa. Aspettiamo la ricostruzione dei fatti, non ci sono cittadini che con il legittimo possesso delle armi vanno in giro a sparare, a fronte di una aggressione come estrema ratio ovviamente la difesa è sempre legittima».

Gli ha risposto a distanza tra le fila del Pd il senatore Roberto Rampi: «Trovo incredibile che un collega senatore, che rappresenta una delle principali forze politiche e di governo di uno dei principali paesi europei, spenda tante parole per provare a giustificare qualcosa che è ingiustificabile. Sui profili penali deciderà chi di dovere. Ma non esiste un motivo men che meno legittimo per uccidere una persona. E perché non accada basta non girare armati». Rincara la dose Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera: «Giusto attendere gli accertamenti. Ma parlare di legittima difesa per uno che spara e uccide dopo uno spintone, da un punto di vista giuridico è una emerita bestialità».

Giuseppe Brescia, presidente grillino della commissione Affari Costituzionali della Camera: «Al di là delle dinamiche e del regolare porto d’armi, penso sia inconcepibile che un uomo delle istituzioni possa andare in giro con un’arma e sostituirsi alle forze dell’ordine. Davvero per la Lega la risposta alla criminalità può essere quella di mettere una pistola nella tasca di ogni cittadino per farsi giustizia da sé? Io la ritengo un’involuzione disumana. E se fosse stato l’uomo di origine straniera a sparare? Sappiamo bene quale sarebbe stato il garantismo salviniano!». Per Giuseppe Carbone, capogruppo di Forza Italia al Consiglio comunale di Voghera, Adriatici è « una persona di tutto rispetto e grande professionalità. Sono frastornato». Il sindaco di Voghera Paola Garlaschelli ha aggiunto: «Attualmente non conosciamo la dinamica dei fatti, restiamo in attesa di avere maggiori informazioni e confidiamo nell’operato della magistratura. Nel frattempo l’assessore ci ha comunicato la sua autosospensione sino all’esito del giudizio che lo vede indagato». Per il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni « il solo pensiero che un cittadino vada in giro per la città armato è terrificante. Il fatto poi che in questo caso si parli di un rappresentante delle Istituzioni va oltre ogni più tetra immaginazione». Per Eleonora Evi e Angelo bonelli, co-portavoce nazionali di Europa Verde, «questo episodio, accanto ad altri di altrettanta gravità, come la sparatoria avvenuta in un pub di Taranto che ha causato 10 feriti, devono indurci a condannare, senza se e senza ma, quella ‘giustizia fai da te’ che annulla il senso di comunità e di Stato di Diritto e a ripensare radicalmente le regole sul possesso di armi da parte della popolazione civile».

Sfoglia il giornale di oggi

The post L’assessore leghista spara e uccide. Ma per Salvini la colpa è della vittima appeared first on Luigi Scudella.